SONGBIRTH di Simona Irrera, 2015

SONGBIRTH di Simona Irrera, 2015

La giovane videomaker Simona Irrera nel suo ultimo documentario Songbirth, (un corto di un’ora scarsa già presentato a Roma all’Isola tiberina e poi a Washington e alla Casa del cinema) si propone di indagare sul momento creativo dell’arte e sceglie di farlo attraverso la più immediata e la più popolare delle arti, la canzone. La regista intervista un gran numero di musicisti e autori e chiede loro di parlare dei motivi di ispirazione, dello spirito con cui affrontano la composizione, parlando delle loro emozioni e dei loro stili.

Ne esce un variopinto ritratto a volte anche spiritoso e sorprendente, o comunque interessante. Simona Irrera ha una formazione scientifica, ha alle spalle studi e lavori relativi alla chimica e questo approccio si riflette anche sullo stile della regia, la videocamera  della Irrera analizza e, scruta (lo si vedeva anche dal suo primo lavoro, intorno al viaggio di una goccia) non dimenticando l’aspetto spettacolare e con una bella sensibilità.

Da non perdere al Detour di Roma il 4 dicembre, in concorso de il festival del cinema indipendente

data di pubblicazione 27/11/2015

DOBBIAMO PARLARE di Sergio Rubini, 2015

DOBBIAMO PARLARE di Sergio Rubini, 2015

Il film di Sergio Rubini si presenta come una pièce teatrale e di fatto lo è visto che nasce proprio in teatro ed è interpretato dagli stessi attori che vediamo sul grande schermo: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese e Sergio Rubini stesso.

Dobbiamo parlare ci pone davanti al quesito: ma è sempre proprio necessario parlare? Non sarebbe talvolta meglio lasciare le cose come stanno e continuare la propria vita di coppia senza scendere in profondità o addentrarsi in confidenze scomode? In un salotto bene al centro di Roma, due coppie di amici sembrano sfidarsi in un duello senza esclusione di colpi e la verità che ne emerge farà saltare quel sano equilibrio che fino a quel momento aveva regolato i loro rapporti interpersonali.

Il film, presentato in ottobre durante la decima edizione della Festa del cinema di Roma in uno scenario di pellicole con tematiche spesso dure ed impegnate, è una commedia piena di parole che si incrociano, divertente e senza pretese, che ci fa sorridere e nello stesso tempo riflettere sulle dinamiche di coppia non sempre improntate da un corretto comportamento e forse spesso troppo intaccate da interessi materiali o opportunistici. Ci si chiede se la parola in questo caso sia opportuna, visto che anche il pesce nell’acquario avrebbe qualcosa da ridire.

Tra i temi toccati dal film c’è la fragilità della donna contrapposta a quella, non meno tangibile, degli uomini, dove gli obiettivi sembrano spesso raggiunti ma mai centrati, in uno sforzo di apparire quello che non si è.

Buona la recitazione (teatrale) dei protagonisti che catturano sin dall’inizio l’attenzione del pubblico senza però emulare l’atmosfera claustrofobica del film Carnage di Polansky, al quale sembra veramente inopportuno fare qualsiasi riferimento.

data di pubblicazione 27/11/2015


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DUE PARTITE di Cristina Comencini, regia di Paola Rota

DUE PARTITE di Cristina Comencini, regia di Paola Rota

(Teatro Ambra Jovinelli – Roma, 12/ 29 novembre 2015)

Erano i mitici anni ’60. Quattro donne, molto amiche tra loro, giocano a carte e parlano in un salotto. Ogni giovedì, da molti anni, si riuniscono per fare una partita, chiacchierare, passare il pomeriggio. Portano con sé le loro bambine che giocano nella stanza accanto. Nessuna di loro lavora: fanno le madri, le mogli, si conoscono da molto tempo. Una di loro è incinta. Nella stanza accanto le loro figlie giocano alle signore, si ritrovano anche loro ogni volta che si incontrano le loro madri. Quarantacinque anni dopo  le quattro bambine, ormai delle donne, si rivedono nella stessa casa e continuano quel dialogo mai interrotto, sul ruolo della donna, sui figli, sulla vita coniugale, sulla morte. Un confronto forte e immediato tra l’universo femminile dell’Italia degli anni ‘60 e quello di oggi, raccontato da quattro attrici che diventano otto donne. Le prime mogli e madri, dipendenti economicamente e senza un lavoro e hanno incentrato le proprie vite sulla dipendenza dal ruolo di madri e casalinghe. Nel secondo atto, invece le quattro bambine ormai cresciute si raccontano in un presente più agitato e frenetico,  in cui l’indipendenza da casa lavoro, famiglia ha comportato il ridisegno e di ruoli e responsabilità.

Due partite, il testo di Cristina Comencini, torna in scena  al Teatro Ambra Jovinelli di Roma fino al 29 novembre 2015, a 10 anni di distanza con un nuovo grande cast al femminile. Se nella prima messa in scena c’erano Margherita Buy, Isabella Ferrari, Valeria Milillo e Marina Massironi, a giocare nel doppio ruolo di mogli-madri-amanti negli anni ’60 e delle figlie 40 anni dopo, oggi ci sono attrici altrettanto brave e di successo: Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti e Giulia Bevilacqua, dirette dall’esordiente Paola Rota.

 I fili che tengono unite queste donne sono i capisaldi dell’esistenza: la nascita e la morte. I dialoghi si inframmezzano di tragico e comico al tempo stesso in un flusso di pensieri e parole in cui madri e figlie si confondono e si riflettono in una continua dinamica di fusione e opposizione.

Un testo interessante e coinvolgente, non banale, su due epoche allo specchio, su due modi diversi di essere donne, alla ricerca di differenze e similitudini, nel tentativo di definire, oggi come ieri, la stessa identità femminile.

Molto brave le attrici, in grado di esaltare il lato sentimentale, frivolo, anche ridicolo delle madri a fronte di quello più agguerrito, impegnato e frustrato delle figlie, in un gioco di insieme che esalta l’ecletticità e lo spirito di squadra soprattutto di Paola Minaccioni, Giulia Bevilacqua e Giulia Michelini, mentre rimane un po’ più distaccata e legata ai suoi personaggi la Guzzanti.

data di pubblicazione 26/11/2015


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ANTIGONE di Sofocle, regia Filippo Gili

ANTIGONE di Sofocle, regia Filippo Gili

(Teatro dell’Orologio- Roma, 24 novembre/6 dicembre 2015) 

L’Antigone diretta e interpretata da Filippo Gili riporta il pubblico in una dimensione ancestrale e conduce lo spettatore nel ventre di Antigone (Vanessa Scalera), nelle viscere della Terra tra i vivi e i defunti. Antigone, ancora oggi, è la voce della spiritualità, del coraggio, della ribellione di chi per poter vivere deve inevitabilmente fare un passo indietro per ritrovare la propria essenza. Emblema di una femminilità impetuosa, sovversiva di quelle che Creonte (Filippo Gili) definisce “non regole, ma…re-go-le”, Antigone riflette la primordialità del tragico, la latente e difficile ricerca di autenticità che è dentro ciascun uomo e si oppone alla titubante sorella Ismene (Barbara Ronchi) che rassegnata afferma “siamo donne, dobbiamo piegarci con dolcezza”. Ogni parola razionale, ponderata, dura e schietta, “fissa”, frutto dei celebrali ragionamenti, dei presunti insegnamenti e dei divieti di Creonte, ogni consiglio e giudizio del “coro”, nulla possono di fronte alla spiritualità e alla forza del Dio che arde nel ventre di Antigone, la quale, mossa e dilaniata da un’irrefrenabile sete di giustizia e da un indomito senso tragico, finirà per compromettere per sempre la sua vita di donna, di promessa sposa di Emone (Piergiorgio Bellocchio) e la sua libertà. Come prevedibile la tragedia greca messa in scena al Teatro dell’Orologio da Filippo Gili catalizza chiunque vi si imbatta grazie alla bravura irruente e indiscussa dell’intera Compagnia di attori. Ennesima conferma di Vanessa Scalera – già nei giorni scorsi acclamata protagonista del Roma Fiction Fest con Lea di Marco Tullio Giordana – quale autentica “mattatrice” del palcoscenico italiano. Precisa e impeccabile anche la prova del duo degli “artigiani della qualità”, Omar Sandrini e Alessandro Federico, che danno voce ai tebani con un pizzico di leggerezza irresistibile.

 

data di pubblicazione 25/11/2015

 


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CHI PERDE PAGA di Stephen King – Sperling & Kupfer, 2015

CHI PERDE PAGA di Stephen King – Sperling & Kupfer, 2015

Secondo magistrale romanzo della trilogia iniziata con Mr Mercedes (Sperling & Kupfer 2014), e che allontana il Re dall’horror suo habitat naturale e lo porta a cimentarsi nel genere poliziesco. Le note caratteristiche della scrittura restano le medesime, il ritmo è serrato come siamo abituati ad aspettarci da King, la tensione è altissima, la scrittura è sempre coinvolgente e attenta al lato psicologico dei personaggi.
Questo secondo capitolo presenta un ritmo sicuramente più incalzante di quello del precedente: l’argomento è uno di quelli cari al Re, il potere della letteratura nella vita di ogni giorno, nel bene e nel male!
Assistiamo subito al brutale omicidio di John Rothstein creatore del personaggio di Jimmy Gold; l’omicida, uno dei suoi più grandi fan, Morris Bellamy, lo accusa di aver smesso di scrivere dopo aver trasformato Gold in un “pantofolaio” con moglie e figli: un richiamo a Misery, un lettore ossessionato fino alla follia da un personaggio “di carta”.
Dopo l’omicidio Bellamy si appropria dei soldi che sono nella cassaforte dello scrittore e di un bottino bel più importante, alcuni taccuini con due nuovi romanzi inediti con Gold. Bellamy sotterra tutto ma, purtroppo per lui, non fa in tempo a leggere nulla perché viene arrestato, non per l’omicidio che resta irrisolto, ma per un altro reato che gli vale comunque la condanna all’ergastolo.
Vivrà per trenta anni recluso con un unico obiettivo: uscire di prigione per poter leggere i due inediti. Trenta anni dietro le sbarre con un unico desiderio, con un unico interesse, con un unico pensiero.
Quando uscirà sia i soldi sia i taccuini sono scomparsi e le tracce lo porteranno fino a Pete Saubers, un adolescente che ora vive nella sua vecchia casa insieme ai propri genitori, trasferitivisi dopo che il padre fu investito dalla Mercedes guidata da Brady Hartsfield.
A questo punto ritroviamo il cast del precedente romanzo, Mr Mercedes, il detective Bill Hodges e la sua “geniale” assistente Holly Gibney e il loro giovane amico Jerome Robinson, perché proprio a Jerome si rivolgerà Tinny, sorella di Pete, quando si renderà conto che il fratello si trova in un brutto guaio…
Nel libro è presente, marginalmente, anche Hartfield, che Hodges va a trovare in ospedale e, nelle ultime pagine qualcosa resta in sospeso e ci fa sperare che nel terzo capitolo ci sia un ritorno al genere principe del nostro Re.

LORO CHI? di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, 2015

LORO CHI? di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, 2015

David (Edoardo Leo), 36 anni, conduce una vita assolutamente normale: una fidanzata, il mutuo della casa da pagare, un piccolo conto in banca ed un discreto lavoro da difendere. Abbandonato il sogno giovanile di diventare scrittore, persuaso anche dal fatto che l’unica ad acquistare i suoi libri era solo una sua vecchia zia, decide di cogliere nell’azienda dove lavora l’occasione di fare il grande salto: dedicarsi al lancio di un brevetto rivoluzionario, una specie di macchinetta tutto fare per casalinghe incallite, che gli farà guadagnare assieme alla stima del suo presidente anche un avanzamento di carriera con conseguente aumento di stipendio. Purtroppo incontra sulla sua strada Marcello (Marco Giallini), un truffatore dalle mille sembianze che, dopo averlo messo nei guai, lo assolda come socio di truffe ed insieme ne combineranno di tutti i colori.

Sulla scia delle commedie degli ultimi anni, ad iniziare dall’originale Smetto quando voglio, per poi passare a Se Dio vuole, Noi e la Giulia e l’attuale Belli di papà, anche Loro chi? – sottotitolato con la frase scegli tu a chi credere – ha il pregio indiscusso di far trascorrere al pubblico un’ora e mezza di puro divertimento, grazie anche all’affiatata coppia di attori protagonisti: Marco Giallini, che conferma doti di attore camaleontico, ed Edoardo Leo che pur proponendosi secondo il solito cliché risulta comunque gradevole.

Tutto l’impianto scenico ed il ritmo della vicenda risente dell’influenza di alcuni film del passato, sia italiani che esteri, e molti sono gli omaggi che i registi hanno voluto fare: ad esempio la scena mimata dell’orgasmo presa da Henry ti presento Sally o il ritmo spericolato delle truffe messe in atto dalla coppia David-Marcello che ricordano molto Prova a prendermi, o alcune gag desumibili dai film di Totò, soprattutto quando entra in scena Maurizio Casagrande nelle vesti di un comandante dei carabinieri il cui cognome viene costantemente storpiato da Marcello-Giallini. Peccato però che i riferimenti siano talmente tanti da farci sembrare il film “già visto”, togliendo un po’ quell’elemento sorpresa che ci si aspetta sempre quando si spengono le luci in sala, soprattutto poi se uno dei due protagonisti vira, seppur con le dovute differenze, su quel Keyser Söze de I soliti sospetti, film del 1995 la cui frase promozionale era in un mondo in cui niente è quel che sembra devi guardare oltre …..

data di pubblicazione 23/11/2015


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IL MESTIERE DELL’OMICIDIO di Richard Harris, regia di Raffaele Castria

IL MESTIERE DELL’OMICIDIO di Richard Harris, regia di Raffaele Castria

(Teatro Stabile del Giallo – Roma, 16 ottobre/29 novembre 2015)

La suspense, i meccanismi logici del cervello che si animano per esaminare tutte le circostanze del caso, la sicurezza che il bene trionfi sul male quando l’omicida viene finalmente assicurato alla giustizia: questi gli elementi vincenti della formula del giallo. Si tratta di un genere intramontabile, come dimostrato dai molteplici successi letterari e cinematografici.

Cosa accade, però, se a sorreggere le trame intricate del giallo non siano le pagine di un libro né la pellicola cinematografica, bensì il palco di un teatro? A prima vista il teatro sembra prestarsi poco alla dinamicità che caratterizza il “mistery”: una scena non sempre semplice da cambiare deve fare da sfondo ai numerosi dettagli e particolari di cui l’intreccio si compone. Eppure il Teatro stabile del giallo riesce a stupire, mettendo in scena Il mestiere dell’omicidio con grande destrezza: un brillante Paolo De Vita, già noto al pubblico sia del grande sia del piccolo schermo (tra gli altri: La meglio gioventù, La stanza del figlio, Don Matteo, R.I.S. Roma – Delitti imperfetti), interpreta Mr. Stone, un uomo la cui vita, senza apparenti motivi, si intreccia con quelle del detective Hallet (Paolo Romano) e della giornalista-scrittrice Dee Redmond (Linda Manganelli). Siamo ben lontani, però, dai personaggi stereotipati del poliziotto giusto che domina con la ragione gli eventi e della giornalista-scrittrice che utilizza le proprie capacità intellettive per risolvere abilmente intricati casi: Paolo Romano e Linda Manganelli interpretano dei personaggi travolti, più o meno inconsapevolmente, dagli eventi e passano dall’essere burattinai all’essere burattini di un “teatrino” tinto di giallo.

Se il finale risulta un po’ forzato nel tentativo di stupire a ogni costo, non si può nascondere che la rappresentazione nel suo complesso rapisce e cattura a tal punto da far perdere la percezione del tempo che passa.

Il mestiere dell’omicidio chiude il sipario il 29 novembre, ma il cartellone del Teatro stabile del giallo è già definito fino a maggio 2016. Chi ama il genere “mistery” non può perdersi l’appuntamento, soprattutto se vuole scoprire il vincitore del misterioso quiz e gli invitati alla cena finale. Di che si tratta? Si sa che quando si parla di gialli non si può svelare tutto.

data di pubblicazione 22/11/2015


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45 ANNI di Andrew Haigh, 2015

45 ANNI di Andrew Haigh, 2015

Buio. In sottofondo si ode solo il rumore di un proiettore su cui scorrono delle diapositive; poi la scena si apre sull’immagine di una casa immersa nella campagna inglese, tra le brume di una qualsiasi mattina di fine estate. E’ già fresco e la nebbia notturna sta per diradarsi: una donna, non più giovane ma che mantiene intatta tutta la bellezza di un tempo, porta a spasso il suo cane. C’è tanta tranquillità tutto intorno e Kate torna verso casa seguita dal suo fedele amico fischiettando Smoke gets in your eyes, vecchio e dolce ricordo dei 45 anni trascorsi insieme a suo marito GeoffKate è tutta presa dai preparativi di una festa che sta organizzando per il loro anniversario di matrimonio. 45 anni appunto, una data inusuale ma che per lei rappresenta molto, visto che qualche anno prima Geoff aveva dovuto subire un delicato intervento al cuore: sarà proprio sulle note della canzone dei Platters che balleranno ancora insieme come accadde al loro matrimonio. Ma quella mattina, l’arrivo di una lettera indirizzata proprio al suo Geoff, sconvolgerà le loro vite: il corpo di una giovane donna, scomparsa in un incidente di montagna cinquant’anni addietro, era stato ritrovato in fondo ad un ghiacciaio delle Alpi svizzere in perfetto stato di conservazione.

Presentato all’ultimo Festival di Berlino, 45 anni del regista britannico Andrew Haigh è un film estremamente raffinato, curato nei minimi particolari e soprattutto splendidamente interpretato da una divina Charlotte Rampling ed un bravissimo Tom Courtenay, insigniti dell’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile.

Particolare ed inusuale, proprio come l’anniversario che i due interpreti si apprestano a festeggiare, il film ci traghetta in una escalation di emozioni che si manifestano nella breve durata di una settimana, in cui vengono scardinati poco alla volta ma inesorabilmente i sentimenti di fiducia e lealtà che i coniugi Mercer avevano posto alla base del loro rapporto. Un breve tempo in cui accade molto, anzi tutto, rappresentato con la stessa intensità che avevamo già vissuto in Weekend, il precedente bellissimo lungometraggio di Haigh, passato nel 2011 al Festival Internazionale del Film di Roma ma mai uscito nelle sale italiane.

Un’annotazione particolare la merita Charlotte Rampling: gli occhi della sua Kate dicono tutto, dall’inizio della storia sino all’ultima splendida scena, proprio come i versi di Smoke gets in your eyes non più colonna sonora solo del suo matrimonio ma della sua vita: “… l’amore è cieco e quando il tuo cuore è acceso devi renderti conto che hai del fumo negli occhi … ma oggi che il mio amore è passato … ed io non posso nascondere le lacrime … allora sorrido dicendo: quando la fiamma d’amore si spegne tu hai del fumo negli occhi …”.

data di pubblicazione 22/11/2015


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LA LUPA di Giovanni Verga, regia di G. Ferro

LA LUPA di Giovanni Verga, regia di G. Ferro

(Teatro Quirino – Roma, 17/29 novembre 2015)
Se un’attrice, oggi, decide di interpretare La Lupa, dramma in un atto ridotto da Verga da una sua novella (opera non certo tra le migliori del grande scrittore siciliano), ci dev’essere una buona ragione, un approfondimento del testo che giustifichi una nuova lettura del dramma, un’intenzione che vada oltre il volersi misurare con un personaggio interpretato da grandi attrici drammatiche come Anna Magnani, Lydia Alfonsi e la Proclemer.
Lina Sastri, interprete sensibilissima e di franco talento, è tesa a “umanizzare” i suoi personaggi, anche quelli più scomodi, ricordiamo la sua Bernarda Alba, che felicemente prese un po’ le distanze dalla consueta madre tirannica e integralista a tutto tondo.
E dunque anche qui siamo difronte a una Lupa diversa dalla insaziabile mangiauomini; è piuttosto una donna innamorata, che arriva a regalare sua figlia all’uomo amato ma che poi non sa resistere al fuoco della passione. E quell’appellativo di “ lupa “ sembra più un dispregiativo con cui “la gente” stigmatizza una donna che sfida involontariamente le convenzioni, alla fine più vittima che carnefice.
In scena un fienile e un cielo convesso che muta colore secondo le ore del giorno sono gli elementi
scenografici in cui si muovono i bravi attori, con qualche impaccio di regia a dir la verità, ma con un risultato finale apprezzabile.

 

 

data di pubblicazione 22/11/2015


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ORFEO ED EURIDICE scritto e diretto da Cèsar Brie

ORFEO ED EURIDICE scritto e diretto da Cèsar Brie

(Teatro dell’Orologio – Roma, 17/22 novembre 2015)

Spes ultima dea. Speranza è l’ultima divinità che restò tra gli uomini, a consolarli, anche quando tutti gli altri dèi abbandonarono la terra per l’Olimpo. Ma non vi è più speranza di poter tornare a una vita che sia degna di poter essere vissuta in alcune situazioni borderline, come quelle di chi si trova in uno stato vegetativo e che abbia subito con il decorso del tempo danni irreversibili. E allora fingono di essere dèi, decidendo della sorte altrui, tutti coloro che negano la libertà di scegliere di non vivere.

L’accanimento terapeutico non è speranza ma spem contra spem, ovvero un fede cieca e incrollabile per qualcosa di irrealizzabile: ripristinare una situazione che non potrà più tornare quella di prima.

È questo il messaggio che traluce dallo spettacolo Orfeo ed Euridice di César Brie, magistralmente interpretato da Giacomo Ferraù e Giulia Viana.

Due lenzuoli bianchi — come quelli che coprono i corpi dei defunti — fendono il palcoscenico incrociandosi, due linee che si incontrano e scontrano: convergono nel momento iniziale dell’idillio, durante la fase intermedia delle cure portate alla persona in coma, e nel momento finale del ricongiungimento con la volontà dell’amata (ovvero quella di essere lasciata andare a miglior vita); collidono — invece — alle prime acredini tra marito e moglie, allo scontro tra il marito e i medici renitenti a disattivare i macchinari che tengono in vita la moglie, e infine quando dividono l’opinione pubblica riguardo all’eutanasia.

Lo spettacolo si svolgerà esclusivamente su queste due linee che formano una “x”, lettera che si pensa sia derivata da quella greca “theta” e che sintetizza il concetto di morte, “Thànatos”. La figura della morte aleggia costantemente nella sala ed è impersonata da un insolito Caronte ridanciano (che dialoga con il pubblico), brillantemente interpretato da Giacomo Ferraù — che si rivela estremamente abile nel ricoprire ruoli diversi (oltre a quello del traghettatore, infatti, recita anche come marito, medico e infermiere). Non è da meno Giulia Viana, nonostante un corpo minuto sprigiona un’energia sorprendente e contagiosa.

Nella sala Moretti del Teatro dell’Orologio, le lancette del tempo hanno girato più velocemente del normale durante l’esibizione teatrale; non si fa in tempo a sedersi che lo spettacolo è già finito. L’aver assistito ad una recitazione convincente non solo riempie di gioia gli attori per gli applausi scroscianti, ma rallegra qualsiasi spettatore. “La felicità si racconta male perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge” (Jules e Jim, regia di François Truffaut).

Una piecés da spellarsi le mani per gli applausi.

data di pubblicazione 21/11/2015


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