FAVOLACCE di Fabio e Damiano D’Innocenzo – BERLINALE 2020

FAVOLACCE di Fabio e Damiano D’Innocenzo – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

In un agglomerato residenziale alla periferia di Roma, diverse famiglie interagiscono di comune accordo mentre i loro figli giocano a fare i grandi. Una voce fuori campo ci legge dal suo diario ciò che accadde in una certa estate quando, davanti alle palpabili frustrazioni dei genitori, i bambini metteranno in scena una drastica protesta. Non è un atto di ribellione in sé, ma il loro rifiuto di entrare a far parte di una società che i loro stessi padri hanno reso vuota e sterile.

 

Per i fratelli-gemelli D’Innocenzo, ancora reduci dal successo ottenuto proprio qui a Berlino nel 2018 con il loro primo film La terra dell’abbastanza, era proprio questo il momento giusto per realizzare un vecchio sogno. Nasce così il loro secondo lungometraggio Favolacce, completamente diverso come genere dal primo, dove loro stessi raccontano, tramite dei bambini, le proprie esperienze vissute nella periferia romana. Come dichiarato nella spassosissima conferenza stampa: “Oramai ci troviamo in un’età intermedia dove non siamo più troppi giovani ma neanche troppo grandi e quindi non potevamo più aspettare a raccontare di quelle sensazioni che noi stessi abbiamo percepito da piccoli”. Il film è uno spaccato sulla nevrosi tipica delle classi medio borghesi italiane, un accumularsi di insuccessi, per la mancata realizzazione di sogni e stupide ambizioni, che si riversano inevitabilmente sui figli. Vittime di questi abusi mentali sono loro che, proprio perché ancora lontani dai condizionamenti di un ambiente diventato indecoroso, riescono a percepire istintivamente il malessere della società. In questo bisogna dare atto ai due giovani registi, appena trentenni, di aver saputo ben inquadrare l’intimo dei singoli piccoli protagonisti, lasciando agli stessi libertà di espressione lontano da qualsiasi forzatura da copione. Ancora una volta il bravo Elio Germano, giusto in tempo per togliersi i panni di Antonio Ligabue nel film di Diritti, in Favolacce è Bruno Placido che insieme alla moglie Dalila (Barbara Chichiarelli) rappresentano un certo tipo genitori dei nostri tempi moderni, molto concentrati su se stessi e poco attenti alla sensibilità dei figli. I D’Innocenzo rivelano ancora una volta un loro lato squisitamente umano, tipico di un certo popolino romano, e con questo film dimostrano di aver raggiunto una genuina maturità necessaria per raccontare una favola piena di amarezza, che si adatta perfettamente ai giorni nostri.

Il film, presentato in concorso, è distribuito da Vision Distribution e arriverà nelle sale italiane dal prossimo 16 Aprile.

data di pubblicazione:25/02/2020








LE SEL DES LARMES di Philippe Garrel – BERLINALE 2020

LE SEL DES LARMES di Philippe Garrel – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Luc, già avviato nella falegnameria del padre in un piccolo paese della provincia francese, arriva a Parigi con l’intento di specializzarsi nella famosa scuola per ebanisti Boulle. Subito incontra Djémila di cui si innamora ma, dopo pochi giorni, deve ritornare a casa dove riprende una relazione intima con Genevieve, una sua vecchia fiamma. Passati due mesi, il ragazzo riceve la conferma di essere stato ammesso a frequentare il corso per cui torna a Parigi dove incontra Betsy, con la quale inizia una nuova storia…

 

 

Il fatto che il regista e attore francese Philippe Garrel, con questo sul ultimo film Le Sel des Larmes, vada a infrangere le tradizionali regole narrative non vuol dire che il film non sia da considerarsi di impronta decisamente classica. La storia raccontata ripercorre infatti i soliti cliché di amori facili, iniziati e subito dopo interrotti, da parte del bel protagonista Luc (Logann Antuofermo) con ragazze abilmente sedotte e poi cinicamente abbandonate. Luc non sa ancora distinguere cosa sia il vero amore e il solo affetto che riesce a esprimere, in maniera del tutto sincera, è nei confronti del vecchio padre che lo ha cresciuto con i sani principi educativi di un tempo. Il film porta l’impronta riconoscibile del regista che ama entrare nei personaggi per studiarne le azioni e le reazioni ponendo le loro facce in primo piano in un gioco di luci ed ombre, un chiaroscuro messo in evidenza dalla scelta operata di servirsi del bianco e nero sottraendo alla vista qualsiasi accenno di colore. Al di là della notevole presenza scenica di Logann, qui al suo esordio come attore, colpisce la recitazione di Oulaya Amamra, nella parte di Djémila, rivelazione assoluta anche se è stata già premiata come miglior attrice per alcuni film in cui ha partecipato. Interessante inoltre come la narrazione si sviluppi anche con l’intervento di una voce fuori campo, quasi a voler sottolineare l’importanza di alcuni passaggi, senza ricorso all’immagine, che sarebbero risultati forse troppo ridondanti. Luc racchiude in sé la figura del ragazzo apparentemente sicuro, ma che in realtà nasconde la sua intima fragilità: ad ogni sua conquista sembra perdere parte di sé riuscendo a comprendere il valore degli affetti solo dopo che li ha lasciati andare. Buona la reazione del pubblico in sala per niente disturbato da una pellicola che utilizza un linguaggio cinematografico forse da alcuni considerato démodé.

data di pubblicazione:24/02/2020








LA TECA – SATELLITE OF LOVE di Anne-Riitta Ciccone, regia di Lorenzo d’Amico De Carvalho

LA TECA – SATELLITE OF LOVE di Anne-Riitta Ciccone, regia di Lorenzo d’Amico De Carvalho

(OFF/OFF Theatre – Roma, 21/23 febbraio 2020)

Tre anni di convivenza, due personaggi in una relazione tossica che gira intorno a sé stessa e un regalo a sancirne la malsana dipendenza. Una storia dal finale felice, almeno per uno dei due protagonisti.

 

Che sia una relazione tre due donne, un uomo e una donna o due uomini, l’assunto che sta alla base dei dinamismi pericolosi che intercorrono nella coppia portata in scena dal duo artistico De Carvalho/Ciccone, non cambia. È per questo che ogni sera si danno il cambio sulla scena i quattro giovani attori – due donne e due uomini – protagonisti di questo esperimento. La pièce però prevede solo due personaggi, per cui sarà impossibile vederli recitare tutti insieme in un unico spettacolo. Se da un lato questa rimane un’idea originale, dall’altro partecipare a una sola replica ci fa perdere il senso dello spettacolo intero. La teoria che si vuole assumere, infatti, prevede che la verità espressa, solida come una formula matematica, sia dimostrabile per tutte le coppie di amanti, aldilà del loro assortimento e del genere di appartenenza. I due amanti che vediamo sul palco non a caso sono chiamati Uno e Due, proprio a sottolineare questa universalità. L’equilibrio della relazione è dato fin da subito: Due è la parte debole della coppia, totalmente asservito a Uno, che comanda e determina ogni cosa all’interno di un appartamento claustrofobico dove vivono insieme. Uno è la classica persona affetta da un narcisismo patologico e tende a fagocitare tutto ciò che le sta intorno. Due è la vittima di Uno. È lei a regalare, o meglio a relegare Uno in una teca trasparente, simbolo di totale devozione e asservimento all’amante, che va così protetto e venerato. I due roteano intorno a questa situazione per tutta il tempo della loro relazione. Il centro gravitazionale intorno al quale roteano come due pianeti si sposta ora su un divano, ora sul letto, ma nulla sembra muoversi poi così tanto. Non c’è progressione o sviluppo psicologico per i personaggi, se non alla fine quando Due decide di riscattarsi dalla situazione fagocitante nella quale Uno l’aveva stretta. Ma sembra solo un passaggio per giustificare il genere a cui questo pezzo di teatro appartiene: la commedia.

Buona invece la prova delle due attrici, Giorgia Spinelli (Uno) e Maria Vittoria Casarotti Todeschini (Due), alle prese con un testo e una scrittura per nulla facili da portare avanti per 90 minuti, tanto è la durata dello spettacolo. In particolare la Casarotti Todeschini si è distinta per un particolare realismo che ha saputo dare al suo personaggio, sapientemente modellato nel suo lento eclissarsi rispetto alla tortura inferta a lei da Uno.

Siamo un po’ lontani dal successo ottenuto dalla coppia artistica la precedente stagione con La pacchia è finita, ma il teatro è a volte anche un rischio che bisogna fronteggiare con volontà e determinazione e, perché no, con un pizzico di fortuna.

data di pubblicazione:24/02/2020


Il nostro voto:

EL PROFUGO di Natalia Meta – BERLINALE 2020

EL PROFUGO di Natalia Meta – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Inés lavora come doppiatrice per il cinema e nello stesso tempo fa parte di un coro a Buenos Aires come soprano. Dopo la misteriosa morte di Leopoldo, con il quale stava provando ad avere una relazione, la donna rimane sotto shock e a nulla vale il cocktail di pillole che inizia a prendere ogni giorno per recuperare un poco di pace interiore. Improvvisamente qualcosa cambia nella sua voce e strani suoni vengono percepiti senza sapere esattamente da dove originano.

 

 

Ispirandosi al romanzo El mal menor dello scrittore argentino C.E. Feiling, Natalia Meta, regista di Buenos Aires, presenta in concorso alla Berlinale il suo secondo lungometraggio. El Pròfugo in effetti non è classificabile come genere perché, nel voler creare un’atmosfera claustrofobica intorno al personaggio principale, ottiene un risultato ibrido dal momento che il film non è uno psico-thriller né tantomeno un horror in senso stretto. La storia ruota intorno al personaggio di Inés (Erica Rivas) che stressata dal lavoro e ancora scioccata dalla morte del suo uomo, inizia a percepire dei suoni in parte dall’esterno, in parte prodotti involontariamente dal suo corpo. Vittima di frequenti incubi, sembrerebbe che delle entità soprannaturali stiano invadendo i suoi sogni passando poi alla sua vita reale per turbare, se non addirittura distruggere, la sua persona. I suoni incalzano, alcuni impercettibili altri percettibili, e sono proprio loro i veri protagonisti: Inés diventa così uno strumento in balìa di forze occulte che difficilmente riesce a dominare, rimanendone invischiata sino a rasentare la follia. Nonostante gli sforzi recitativi della protagonista, il film non riesce a decollare rimanendo imbrigliato in situazioni poco convincenti sia dal punto di vista narrativo che comunicativo. Una sceneggiatura con un plot del tutto scontato che non cattura l’interesse perché perso in un labirinto di situazioni poco risolte e psicologicamente poco rilevanti. Probabilmente manca qualcosa che possa rendere convincente l’identità stessa di Inés perché lo spettatore non riesce a provare per lei alcun sentimento né di simpatia né di compassione, forse solo fastidio. Un happy end liberatorio che arriva dopo appena 90 minuti di proiezione, ma che sono sembrati un’eternità.

data di pubblicazione:23/02/2020







L’HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI di Christophe Honoré, 2020

L’HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI di Christophe Honoré, 2020

La scoperta casuale di un tradimento squarcia il velo ed illumina la realtà: uno scambio di ruoli nella vita coniugale: un lui/lei che fa il bucato, indossa sciatti calzini e rimpiange una passata mancata scelta; una lei/lui sensuale e in carriera che ritiene il tradimento con giovani ragazzi l’unico mezzo per far durare ancora nel tempo un rapporto di coppia ormai stanco. Una notte di riflessione in un hotel in cui si materializzano i tanti se, ma, come e perché del passato e del presente che si rincorrono e si sovrappongono … La presa di coscienza di lei e di lui di quanta amarezza e di quanto squallore rispetto alla vita che scorre ed ai sogni di allora …

 

Christophe Honoré è un personaggio geniale ed eclettico che con abilità sconcertante e sempre con successo, è sceneggiatore, scrittore, regista teatrale, drammaturgo, critico e regista cinematografico. Un francese di soli 50 anni di cui in Italia sono purtroppo arrivate solo poche opere. Il film il cui titolo originale è Chambre212 (dovendo tradurlo, abominio per abominio, meglio sarebbe stato allora chiamarlo truffautianamente La Donna che amava gli uomini…) è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes nella sezione Un certain regard e la protagonista Chiara Mastroianni è stata meritatamente premiata per la migliore interpretazione.

L’opera è una riflessione sulla disgregazione del legame sentimentale sotto l’usura del tempo e del quotidiano, raccontata, però, con singolare originalità, con un tocco di magia surreale e di realismo magico. Una variazione dolce, malinconica e poetica sull’amore e sul disinnamoramento che si sviluppa tutta fra sogno e realtà. Un soggetto intimista ove il realismo si nutre di fantasmi e pensieri che si materializzano in un precario equilibrio fra verità ed artificio sotto il flusso dei ricordi, della fantasia e dei sentimenti. L’intelligenza del regista è stata l’aver scelto la linea della leggerezza, un tono di commedia brillante con tratti poetici per far sorridere senza nulla togliere alla serietà delle riflessioni sul tempo che passa, sulla perennità della coppia e sulle scelte di vita. Un tipo di cinema quello di Honoré che, rendendo omaggio a grandi Registi del passato recente, sa ben indagare nel profondo, un cinema esistenziale rivolto verso un pubblico maturo e che, tra leggerezza e serietà, sa raccontarci però molte Verità.

L’autore, provocatoriamente, gioca nel rovesciare gli stereotipi: ed ecco allora una splendida parigina, libera, determinata, disinibita sposa infedele che ha e vive i suoi desideri fisici, immagine di un cliché femminile che agisce come un cliché maschile, il tutto inserito in un film maliziosamente teatrale con dialoghi deliziosi ed intelligenti cesellati al dettaglio. La messa in scena della vicenda è però ricca di un’inventiva tanto surreale che lo spettatore non indovina mai dove andrà a parare il film e si lascia così trascinare con piacere nella commedia coniugale. L’idea è originale e divertente e la storia è gestita abilmente dal regista che vi instilla continue dosi di magia e poesia. Il tutto è poi sostenuto da un quartetto di attori tutti eccellenti, con una Chiara Mastroianni affascinante e luminosa, mai filmata così bene e che ha qui uno dei suoi migliori ruoli che sa incarnare con una disinvoltura maliziosa, le tiene testa con merito la brava Camille Cotin.

In conclusione abbiamo l’opportunità di vedere una commedia buffa, surreale, intelligente ed infinitamente delicata che pur nella malinconia resta piena di charme ed ironia e che merita più livelli di lettura e di meditazione e sarebbe da vedere e rivedere, uscendone ogni volta intellettualmente arricchiti e, di sicuro, mai delusi.

data di pubblicazione:23/02/2020


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LA SINISTRA DI DESTRA di Mauro Vanetti – Alegre edizioni, 2019

LA SINISTRA DI DESTRA di Mauro Vanetti – Alegre edizioni, 2019

Quanta sinistra c’è nella destra e viceversa? Mauro Vanetti si tuffa più che nell’ipocrisia del politicamente corretto in una rilettura ortodossa degli schemi di comportamento politico adottati dallo schieramento progressista che, interpretando più o meno strumentalmente, il dettato di Marx & Engels finisce spesso nello schieramento opposto adottando in nome di una sorta di sovranismo illuminato gli stereotipi in auge sull’avversa barricata. Gli stilemi del populismo e del sovranismo hanno influenzato una generazione che non sa più come costruire una propria identità e spesso finisce col tracimare attribuendo sull’argomento dell’immigrazione prerogativa esclusive più che inclusive. Basti ricordare gli apprezzamenti nei riguardi dell’ex ministro Minniti per la decisa politica di contenimento degli sbarchi, ideologicamente in linea con l’operato di Salvini che certo di sinistra non è. Derive di un fronte allo sbando che dopo lo scioglimento del Pci è diviso in mille rivoli e non sa più riunirsi sotto un’insegna coerente, ancor più disorientato su come fronteggiare il cambiamento climatico in atto nel pianeta. L’autore non fa sconti anche alla parte avversa ricordando quanta finta sinistra ci sia nella politica economica degli iniziali fautori del’uscita dall’Euro come Bagnai e Borghi, omogenei al ripiegamento ideologico della Lega ora non più così’ critica nei confronti dell’Unione Europea. Vanetti pesca le contraddizioni e lo smarrimento ma anche la cattiva fede nel virare a senso unico il pensiero dei padri del comunismo, strumentalmente utilizzato per tesi di comodo. Il testo quindi è una sorta di manuale di bordo ideologico per orientarsi nel mare magnum della confusione, del rovesciamento e nel trasformismo, in una sorta di Carnevale dove gli slogan risuonano come parole vuote, spesso ipocrite. Così vecchi scheletri escono dall’armadio e si fanno forti con di posizioni suggestive ma irrealistiche, ancorché di vasto successo perché inclini al marketing della propaganda. Particolarmente efficace si rivela la demolizione del neo-filosofo Fusaro con un’operazione di destrutturazione quasi semiotica del suo linguaggio, spolpato all’osso per decifrarne l’ideologia retriva.

data di pubblicazione:23/02/2020

FIRST COW di Kelly Reichardt – BERLINALE  2020

FIRST COW di Kelly Reichardt – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Ai margini di un placido fiume, un ragazza dei giorni nostri passeggia con il suo cane quando fa una macabra scoperta che si riferisce a qualcosa avvenuta tanti anni prima. La storia infatti inizia nel 1820 in Oregon, allora terra selvaggia lontana da qualsiasi forma di civiltà: un luogo dove convivono bianchi e indiani per cacciare e commerciare pelli. Un povero cuoco, chiamato appunto Cookie, e un immigrato cinese, King Lu, si incontrano per iniziare un sodalizio commerciale, ma il punto di partenza sarà una vacca, la prima ad apparire in questo inospitale Far West…

Del tutto inusuale che una donna si imbarchi nell’impresa di dirigere un Western, genere cinematografico normalmente “maschio”, anche se lo fa alla maniera soft di Wim Wenders, ma senza di stazioni e jukebox. Kelly Reichardt, americana di nascita, ci prova dando un suo punto di vista particolare che vuole sfidare il mito romantico del West, dal momento che nel suo film è tutto decisamente fuori da ogni canone, almeno da quello che sinora siamo stati abituati a vedere. Basato sull’omonimo romanzo di Jonathan Raymond, che ne ha curato anche la sceneggiatura, la storia tratta della singolare amicizia tra un cuoco (John Magaro) e un cinese (Orion Lee), entrambi outsiders per definizione, che decidono di avviare un’attività dolciaria utilizzando il latte che di notte vanno a rubare mungendo l’unica vacca esistente nel territorio. Non ci è dato di sapere molto del prima e del dopo che riguarda i due eccentrici protagonisti, intuiamo solo che Cookie è colui che lavora, operativo in tutto sia nel rubare il latte che nel preparare i dolci, mentre King Lu è la mente organizzatrice e che non nasconde le proprie ambizioni di diventare ricco e di aprire una redditizia attività in un luogo più civilizzato. La regista ci tiene ad informare: “in un periodo di grandi tensioni economiche e sociali mi sento fortunata di lavorare al Bard College di New York, dove insegno per un semestre e mi sento poi libera di dedicarmi al cinema che non mi ha mai portato un dollaro di guadagno. Non è da folli girare un film su una vacca e con due attori che nessuno mai riconoscerà?” La Reichardt mostra tutto il suo talento nel riuscire a raccontare di persone ai margini della società, lontano dal trambusto delle grandi città, e lo fa con grande professionale sensibilità con un Western senza sparatorie, dove si parla di miele e dolci, rimandando comunque a quel sogno americano del farsi da sé per raggiungere l’agognato benessere sociale ed economico.

data di pubblicazione:22/02/2020








LONTANO LONTANO di Gianni Di Gregorio, 2020

LONTANO LONTANO di Gianni Di Gregorio, 2020

Un terzetto di anziani romani di trastevere ipotizza di cambiare vita e godersela in un paese lontano dal potere d’acquisto più alto. Ma quando la decisione è imminente nella combriccola affiorano molte incertezze…

  

Di quante frecce al suo arco dispone questo nuovo film di Gianni Di Gregorio, già apprezzato al Torino Film Festival 2019? Davvero tante, pur nella garbata malinconia e nella sua apparente leggerezza. Ancora una volta il mondo, ma meglio sarebbe dire il microcosmo, in cui si muove il regista romano “tuttofare” ( self made man, stonerebbe nello specifico!) è ancora una volta quello “trasteverino”, una Roma in parte scomparsa, con Piazza San Cosimato, l’indolenza, il vino bianco, le chiacchiere da bar. Questa volta, Di Gregorio, dopo i ritratti generazionali, in prima persona (Il Pranzo di Ferragosto, Gianni e le Donne) e lo “scatto” di Buoni a Nulla, si avvale di forti comprimari per una commedia che non rinnega il suo cinema, sempre caratterizzato da umanità, ironia e leggerenza, senza essere mai banale.

Questo autore che i Francesi ci invidiano alla stregua di un Paolo Conte o Gian Maria Testa nella canzone o di un Nanni Moretti nella Settima Arte, da piccolo artigiano e quindi con pellicole dai costi risibili si riafferma con la sua cifra distintiva ai massimi livelli. La storia è apparentemente semplice: due amici, uno professore di latino e greco (lo stesso Gianni Di Gregorio), l’altro, Giorgetto, ignorantello che non ha mai lavorato veramente (Guido Colangeli) s’imbattono in Attilio (il compianto Ennio Fantastichini nella sua ultima magistrale interpretazione) e con lui, previe le consulenze di un amico (il grande Roberto Herlitzka) decidono di espatriare nelle Azorre. Nelle mani di Di Gregorio la materia si trasforma in una commedia che fa sorridere, ridere, ma anche riflettere in modo mai urlato sul nostro presente.

Così, ad esempio, anche il tema dell’immigrazione è affrontato con mitezza e in modo mai didascalico, attraverso il ruolo di Abu, giovane clandestino, lui sì vero viaggiatore, voglioso di raggiungere il fratello in Canada. Il film, dunque, può dirsi pienamente riuscito e godibile per tanti versi: la magnifica caratterizzazione della sonnolente fauna trasteverina, bonaria, non priva di tolleranza e umanità quando necessaria, un plot minimalista, ma che sa parlare di precarietà e immigrazione, di vecchi e nuovi poveri, e tre attori in stato di grazia, tutti perfetti nei rispettivi ruoli. Insomma, un piccolo grande film, ovvero cinema artigianale ma di altissimo livello: un gioiellino dove l’autorialità e l’originalità di scrittura lasciano il segno. Se proprio un appunto minimo gli si può muovere è forse un finale – che non sveliamo – diremmo, un tantino “veltroniano”, leggi buonista, che comunque nulla toglie alla sincerità e all’autenticità di uno dei migliori film italiani della stagione.

data di pubblicazione:22/02/2020


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VOLEVO NASCONDERMI di Giorgio Diritti – BERLINALE 2020

VOLEVO NASCONDERMI di Giorgio Diritti – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

La storia di Antonio Ligabue sin dai tempi dell’infanzia in Svizzera dove, figlio di un’emigrante italiana, era stato adottato, sino all’espulsione che lo porta in Emilia dove inizia a vivere come un vagabondo in una capanna sul fiume Po, maltrattato e deriso da tutti per la sua disabilità fisica e psichica. Un emarginato che ha fatto della propria arte un motivo di vanto personale e di riscatto sociale per arrivare ad essere quello che desiderava profondamente e che sentiva di essere: un artista.

 

 

Giorgio Diritti, bolognese doc, è un regista che produce poco ma quello che fa è sempre di grande livello come è dimostrato dai suoi precedenti film e documentari, tutti super premiati in vari festival internazionali. Volevo nascondermi, presentato alla Berlinale in anteprima mondiale ed in concorso, non è un lavoro comune ma rientra nella categoria di quei film che lasciano sicuramente un’impronta nella storia della cinematografia internazionale. Il merito del regista è sicuramente quello di presentarci un artista nella sua dimensione più arcaica, quasi primordiale, inquadrandolo in quella parte d’Italia della Bassa Padana, al sud del fiume Po, in un contesto geografico e storico particolare (siamo in pieno periodo fascista) che rimanda a Novecento di Bernardo Bertolucci. Ligabue vive emarginato in una capanna lungo il fiume nutrendosi di ciò che trova, ma proprio lì inizierà anche la sua formazione artistica, dal contatto con la natura e dall’osservazione degli animali, e non certamente dalla storia più nobile ed alta delle Accademie. Dopo essere stato espulso dalla Svizzera, questo uomo si trova in un posto dove non viene capito né inizialmente accolto, e dove ha persino difficoltà ad inserirsi in un ambiente sia pur contadino e pressoché analfabeta come era quello emiliano di quegli anni. Per Ligabue l’unica possibilità di espressione è rappresentata dai sui quadri, dai colori forti ed aggressivi, una forma di pittura che rappresenta forse l’unico modo per tirarsi fuori dal buio in cui è sempre vissuto e dove non c’è stato mai spazio per un gesto di affetto né per una semplice carezza: “volevo nascondermi…ero un uomo emarginato, un bambino solo, un matto da manicomio, ma volevo essere amato”.

Elio Germano è Ligabue, e lo è non solo nella somiglianza fisica ma soprattutto nell’animo che l’attore riesce ad esprimere sin dalla prima scena, con un bagaglio di sofferenza mista ad una struggente tenerezza, innata ma mai nutrita dall’amore di nessuno. All’attore va il merito indiscusso di essere riuscito ad entrare nel personaggio in un modo talmente stupefacente da trasmettercene l’autenticità, senza costruzioni né forzature, ma con una naturalezza da grande interprete riuscendo nell’ardua impresa di farci cogliere la personalità ed il carattere decisamente complessi di questo grande pittore. Volevo nascondermi è un film che coinvolge sin dal primo momento, sino a portare lo spettatore ad una commozione profonda.

Ci auguriamo che proprio a partire da questa Berlinale questo splendido lungometraggio di Giorgio Diritti faccia molto parlare di sé.

data di pubblicazione:22/02/2020








AH L’AMORE L’AMORE di Antonio Manzini- Sellerio Editore, 2020

AH L’AMORE L’AMORE di Antonio Manzini- Sellerio Editore, 2020

Premiato dalle classifiche per un classico sposalizio meritato tra qualità e quantità il volumetto irrompe piacevole come un’abitudine di lettura consolidata. Chi si vuol togliere la soddisfazione di leggere una nuova puntata della saga di Rocco Schiavone prima che deflagri in televisione può immergersi in questo piacevole best seller (e long seller, sono oltre trecento pagine!) di un ex attore che dopo la parola recitata (e doppiata) in quella scritta ha trovato la propria esatta dimensione, coltivando la passione per pubblicazioni che si susseguono semestralmente, incalzato dal successo ma anche dalla propria ispirazione. Qui ritroviamo Schiavone alias Giallini (ormai siamo abituati a pensarlo con quella faccia) convalescente in ospedale dove si dipana un caso che è trippa per i suoi gatti (i suoi assistenti). Grande caratterizzazione d’assieme con il tormentone della vicenda extra personal/professionale borderline che vive un’altra puntata dentro una storia esauriente. La bravura narrativa, la capacità di tenere alta la tensione nel plot come una particolare e istintiva capacità di domare i dialoghi, sono i punti di forza del giallo che non riserva particolari sorprese investigative riservando grande spazio per un’azione già forse pensata cinematograficamente. Rocco Schiavone è solo ma non isolato anche se Aosta gli sta stretta. Le apparizioni della moglie scomparsa sono un omaggio alla malinconia e al vissuto del personaggio, gli regalano spessore. Il vice-questore è sempre lui. Con le sue umane debolezze, con i suoi spinelli, con la voglia di evitare rotture di scatole, con l’ubbia per i propri dipendenti e il contrastato rapporto con i superiori. Umano molto umano ma non troppo umano, parafrasando Nietsche. Inutile dire che un ennesimo caso sarà risolto ma senza la retorica dell’happy end con un fondo di simpatia per le umane cose e la loro piccolezza. Un senso di relatività per una storia da cui ci si può anche distaccare, risucchiati dalla simpatia inevitabile per Schiavone.

data di pubblicazione:21/02/2020