BERLINALE 2020: ORSO D’ORO AL FILM IRANIANO DI MOHAMMAD RASOULOF

BERLINALE 2020: ORSO D’ORO AL FILM IRANIANO DI MOHAMMAD RASOULOF

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Jeremy Irons, presidente della giuria internazionale di questa settantesima edizione della Berlinale, al momento di consegnare l’Orso d’Oro ha voluto precisare che, tra i singoli membri, non è stato facile trovare subito un accordo riguardo l’assegnazione dei premi. In effetti i film in selezione ufficiale quest’anno erano, tranne qualche rara eccezione, tutti di grande interesse. Il premio per il miglior film è andato a There Is No Evil del regista iraniano Mohammad Rasoulof, presentato come ultimo in questa interessante kermesse cinematografica, ma che subito ha colpito per l’argomento e per la delicatezza con la quale è stato affrontano: un tema così realistico e crudo proprio di una società, quella iraniana, in cui il diritto alla democrazia sembra essere poco riconosciuto. Cast eccezionale per un film che sicuramente avrà grande successo e che ci auguriamo troverà una valida distribuzione anche nel nostro Paese. L’Italia comunque riesce a conseguire due importanti premi su entrambi i film in concorso: Orso d’Argento come miglior attore a Elio Germano per l’incredibile interpretazione di Ligabue in Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti con la seguente motivazione: “Per il suo straordinario lavoro nel catturare sia la follia esteriore che la vita interiore dell’artista Toni Ligabue”; e Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ai due giovanissimi fratelli D’Innocenzo per il loro Favolacce. Elio Germano è oggi tra gli attori più rappresentativi del cinema italiano, mentre i due simpaticissimi gemelli D’Innocenzo hanno ancora molto da fare, ma per loro, da ora, la strada sarà tutta in discesa. Ecco l’elenco completo dei premi assegnati:

  • Orso d’Oro per miglior film a There Is No Evil di Mohammad Rasoulof
  • Orso d’Argento Premio Speciale della Giuria a Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman
  • Orso d’Argento per la miglior regia a Hong Sangsoo per il film The Woman Who Ran
  • Orso d’Argento per la miglior attrice a Paula Beer per il film Undine
  • Orso d’Argento per il miglior attore a Elio Germano per il film Volevo nascondermi
  • Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ai fratelli D’Innocenzo per il film Favolacce
  • Orso d’Argento per la miglior fotografia a Jurgen Jurges per il film DAU. Natasha
  • Orso d’Argento speciale per Berlinale 70 al film Delete History.

Si è così conclusa questa edizione della Berlinale. Torniamo a casa contenti soprattutto per i premi assegnati ai due film italiani e si spera che il nostro cinema riesca ad avere sempre più risonanza sul panorama cinematografico internazionale. È stato un buon festival, pieno di tante emozioni, e ci auguriamo di essere stati utili nel segnalare ciò che abbiamo visto e che, in qualche modo, ci ha colpito.

Non rimane che darci appuntamento al prossimo anno!

data di pubblicazione:29/02/2020

MINE VAGANTI regia di Ferzan Özpetek, con Francesco Pannofino e Paola Minaccioni

MINE VAGANTI regia di Ferzan Özpetek, con Francesco Pannofino e Paola Minaccioni

(Teatro Ambra Jovinelli – Roma, 19 febbraio/1 marzo 2020)

L’esordio teatrale di Ferzan Özpetek  è in linea con le attese. Mine Vaganti, film pluripremiato (2 David Di Donatello, 5 Nastri D’Argento), la grande commedia corale che parla di sentimenti, di famiglia, di pregiudizi, ma anche di crescita e di maturità è a teatro in versione nazional popolare queer inclused, secondo una drammaturgia semplificata rispetto al film, efficace e divertente, senza scossoni e senza grandi sorprese.

In scena c’è il giovane Tommaso che torna nella grande casa familiare al Sud. La famiglia Cantone è proprietaria di un grosso pastificio, con le sue radicate tradizioni culturali alto borghesi e un padre che vuole lasciare in eradità la direzione dell’azienda ai due figli. Il ragazzo è deciso a rivelare al colorato gruppo di famiglia che è un omosessuale con aspirazioni letterarie e non uno studente di economia fuori sede, come ha sempre fatto credere a tutti. Ma la sua rivelazione anticipata sul tempo da quella ancora più inattesa dell’altro fratello, Antonio: anche lui è gay. E da lì, tutto cambia. Tommaso si ritrova così costretto a restare nella grande casa paterna, alle prese con i problemi del pastificio di famiglia da mandare avanti dopo che Antonio è stato cacciato dal padre. Ma soprattutto a rivedere i suoi piani per affermare il suo credo nei confronti di un contesto non ancora pronto ad accettare la libertà degli individui e un nucleo familiare pieno di contraddizioni e segreti.

Özpetek sceglie di dare avvio alla narrazione con un lungo e intenso flash back del protagonista Tommaso che intreccia ricordi, dialoghi con gli altri personaggi, presente e passato.

Il richiamo ai personaggi del film è immediato e rischioso, ma l’approccio del regista è vincente in quanto elimina e rivisita particolari e personaggi, mantenendo nel contempo situazioni e battute conosciute e attese. Molto è evocato, qualcosa è cambiato, ma sostanzialmente affidandosi a un ottimo cast corale, Özpetek riesce a mantenere inalterata la briosità della commedia italiana all’interno di problematiche importanti, quali il ruolo della famiglia, il desiderio di libertà e l’affermazione della propria identità, il giudizio della società, i pregiudizi.

Anche il cast si rivela funzionale alla versione teatrale sostenuta da un bravissimo Francesco Pannofino, capofamiglia Cantone e dalla bravissima Paola Minaccioni capace di ridisegnare a propria immagine il ruolo della madre Stefania, mentre manca la forza della vera mina vagante ovvero della grandissima Ilaria Occhini.

Nel cast anche Giorgio Marchesi che qui si confronta con il ruolo del fratello maggiore, ma anche tanti altri giovani tra i quali Antonio Musella nel ruolo di Tommaso.

Mine vaganti si conferma uno spettacolo piacevole e ben confezionato, una favola agrodolce, differente ma non troppo distante dal linguaggio cinematografico di Özpetek.

data di pubblicazione:29/02/2020


Il nostro voto:

IL REGNO DELLE OMBRE di Louise Penny – ed. EINAUDI Stile Libero 2020

IL REGNO DELLE OMBRE di Louise Penny – ed. EINAUDI Stile Libero 2020

Il “Mistero Louise Penny” prosegue! Come era prevedibile è appena uscito per i tipi Einaudi un nuovo libro dell’autrice canadese, scritto nel 2018 è il 14° dei 15 finora realizzati sulle inchieste dell’Ispettore Armand Gamache. E’ una “rincorsa” molto insolita ed un po’ schizofrenica che costringe il lettore italiano (che abbia letto i tre finora pubblicati) in dinamiche e situazioni in cui spesso si fatica a ricostruire le personalità, le psicologie e le evoluzioni maturate nel tempo sia dei personaggi sia dei fatti narrati, privi come si è degli antefatti sulla vita e sulle vicende dell’Ispettore, del suo mondo e dei suoi amici o stretti collaboratori che l’autrice ha invece narrato di romanzo in romanzo con continuità progressiva. Meraviglie del “determinismo editoriale”!   Riusciranno a far scattare l’innamoramento fra lettori e personaggi??   Bella scommessa! Vedremo.

In questo romanzo la Penny ci riporta, come al solito, nell’idilliaco villaggio di Tre Pini, il microcosmo in cui Gamache si rifugia ritrovandovi la sua cerchia di amici, un contrasto fra la pace del piccolo centro ed il duro e violento mondo esterno del Québec. L’autrice gioca con il lettore portando avanti varie storie parallele: da una parte un intrigo legato ad una precedente inchiesta a causa della quale l’Ispettore è momentaneamente sospeso dall’incarico in attesa dell’esito delle indagini interne; dall’altra una storia originale e complessa legata ad un testamento molto insolito di cui Gamache è chiamato ad essere “co-esecutore”. L’atmosfera del libro è molto malinconica (l’autrice spiegherà perché), cupa, quasi una sorta di bilancio esistenziale dei personaggi. Ciò non di meno, pur in un “regno delle ombre”, pur in un quadro debordante di tristezza, aggressività ed amarezza c’è sempre una luce di speranza legata al prevalere della lealtà sul tradimento. Lo stile narrativo della Penny ricorda sempre di più quello di Agatha Christie anche se il suo Gamache non ha però molto a che vedere con Hercule Poirot. Al contrario il nostro è un uomo pieno di dubbi, di umanità e di umiltà. Una forza tranquilla, un uomo forse freddo e flemmatico ma un uomo che sa far squadra con i suoi collaboratori.

La psicologia dei vari personaggi è messa in primo piano, le emozioni e le riflessioni prevalgono sempre sull’azione. Il ritmo narrativo è sobrio e costante, scorrevole senza picchi, con sprazzi di humour per dare respiro al lettore. Un lavoro quello della Penny tutto di scavo in profondità ove dramma ed ironia possono coesistere così come la vita con la morte. Il finale riserva alcune rivelazioni sull’evoluzione della serie. Ma erano prevedibili. Il Regno delle Ombre è una lettura piacevole che mantiene quel gusto “di una volta”, una lettura in cui la tensione resta fino alla fine. La scrittrice infatti, malgrado il numero di libri già dedicati all’Ispettore Capo, non sembra affatto perdere né verve né ispirazione e … continua a procedere al suo dolce “ritmo di … valzer lento”.

data di pubblicazione:29/02/2020

UNDINE di Christian Petzold – BERLINALE 2020

UNDINE di Christian Petzold – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Undine è impiegata come guida presso un importante museo di Berlino e il suo lavoro consiste nello spiegare ai turisti lo sviluppo urbano della città, a partire dalla sua fondazione. Quando il suo fidanzato Johannes gli comunica che sta per lasciarla, perche si è innamorato di un’altra, la ragazza lo minaccia dicendogli che se abbandonata si vendicherà uccidendolo.

  

Christian Petzold è un regista e sceneggiatore tedesco che ha alle spalle un discreto curriculum come cineasta, tra l’altro abbastanza conosciuto anche nel nostro Paese dove nel 2008 si distinse alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con Jerichow. Nel 2012 vinse a Berlino l’Orso d’Argento per la miglior regia con il lungometraggio Barbara, mentre in questa edizione della Berlinale si presenta in concorso per la quinta volta con Undine di cui ha curato anche la sceneggiatura.

Il film trova ispirazione nel mito prettamente classico della ninfa Undina, creatura leggendaria acquatica di natura normalmente benevola ma che può cambiare d’umore, diventando implacabile, se tradita o umiliata. Questo è anche il caso della nostra protagonista (Paula Beer) che una volta abbandonata dal suo ragazzo (Jacob Matschenz) provoca la sua reazione dicendogli apertamente che lo punirà con la morte. A distoglierla dal suo sciagurato intento appare inaspettatamente Christoph (Franz Rogowski) e tra i due inizia una relazione, semplice ma intensa, dove la ragazza sembra essere veramente conquistata dal carattere mite e remissivo del giovane. Il film oscilla tra la fiaba e il thriller con elementi che via via ci portano al soprannaturale, tratto questo che non disturba ma anzi sembra essenziale per catturare l’attenzione del pubblico. Il regista mostra un vero talento nel bilanciare i vari aspetti della storia affrontando il rischio di inserire, nel contesto berlinese di oggi, una favola che addirittura trova fondamento nella mitologia greca.

Il risultato ottenuto è sicuramente positivo e il film si lascia seguire con interesse, anche per la buona recitazione degli interpreti, tuttavia non è esente da piccole lungaggini che potevano evitarsi per non appesantire la narrazione. Ci troviamo di fronte a un lavoro sicuramente ben confezionato e facilmente commerciabile, anche perché segue una trama tutto sommato fruibile da un pubblico di poche pretese e dove un tocco di fiabesco sentimentalismo non guasta.

data di pubblicazione:28/02/2020








IL GIARDINO DEI CILIEGI di Anton Čechov, regia di Alessandro Serra

IL GIARDINO DEI CILIEGI di Anton Čechov, regia di Alessandro Serra

(Teatro Argentina – Roma, 25 febbraio/8 marzo 2020)

Ljubov’ è di ritorno in Russia dalla Francia, dove ha vissuto cinque anni con la figlia Anja. Insieme al fratello Gaev è costretta a vendere la proprietà di famiglia, il giardino dei ciliegi. A comprarla sarà il ricco Lopachin che, con insensibile cinismo, abbatterà gli alberi e con essi i ricordi e il passato della famiglia.

 

Alessandro Serra torna sul palcoscenico del Teatro Argentina, dopo il successo ottenuto la scorsa stagione con Macbettu, con un adattamento originale del lavoro in quattro atti dell’ultimo Čechov, Il giardino dei ciliegi. Un vociare indistinto e caotico da inizio a quella che dal regista è stata vista come una partitura corale. Le voci si mischiano e dispiegano in un interminabile e lento valzer, in cui ognuno tiene il suo posto, danzando sulla scena seguendo precisi schemi geometrici. Il passato riemerge come da una nebbiosa palude come per brevi attimi, ma suoni, rumori, pianti, apparizioni impediscono al ricordo di palesarsi pienamente. La mente ha bisogno di distogliersi dal dolore di quello che non è più o che è in procinto di morire. Così tutto rimane come sfocato e opaco in un’apparente allegria. I contorni stessi delle immagini non sono mai definiti, resi ancora più evanescenti dai punti luce, spesso unici e deboli, che illuminano la scena. Ombre impalpabili si disegnano su uno spazio semi vuoto e sugli alti muri grigi che sovrastano la scena – le pareti della stanza dei bambini –, schiacciando inesorabilmente i personaggi sotto il peso di qualcosa di più grande di essi: le loro esistenze. Le pause nella recitazione scandiscono il ritmo dell’esecuzione. Sono momenti di vuoto dove è possibile mettersi in posa, come davanti a una macchina fotografica, per fissare inutilmente ciò che il tempo farà sparire per sempre. Come gli alberi di ciliegio, che ancora prima di essere abbattuti già non si vedono più. La posa dei personaggi è quella che si vede in un dagherrotipo d’epoca. La consapevolezza che l’unica copia di questa immagine è destinata a scomparire, fissa il pensiero in una pesante idea di morte e dimenticanza. Gli espedienti simbolici che stanno a significare questo lento e inesorabile sfaldamento si moltiplicano, confondendo talvolta la comprensione lineare del racconto, ma tutto si risolve comunque in una lettura unitaria e coerente. Il passato diventa un groviglio incomprensibile di cose accatastate, di mobili che si librano verso un altrove che non è definito, a mezz’aria tra quello che era e quello che non sarà mai. Tutto assume così la leggerezza insostanziale di un pensiero che muore con chi lo ha prodotto.

data di pubblicazione.28/02/2020


Il nostro voto:

ENRICO IV di Luigi Pirandello, regia di Antonio Calenda, con Roberto Herlizka

ENRICO IV di Luigi Pirandello, regia di Antonio Calenda, con Roberto Herlizka

(Teatro Basilica – Roma, 25 febbraio/8 marzo 2020)

Enrico IV è una pietra miliare del teatro pirandelliano e della sua intera poetica. L’opera, per la regia di Antonio Calenda e la straordinaria interpretazione di Roberto Herlizka, porta in scena i grandi temi della maschera, dell’identità, della follia e del rapporto tra finzione e realtà attraverso le vicende di un uomo, un nobile dei primi del Novecento, che da vent’anni vive chiuso in casa vestendo i panni dell’imperatore Enrico IV, prima per vera pazzia, poi per simulazione ed infine per difesa. Ciò che va in scena è la follia di un teatro che guarda al reale svelando il suo gioco e gli inganni interiori.

 

Durante una cavalcata in costume un nobile impersona l’imperatore Enrico IV di Germania (vissuto nell’XI secolo), ed è in compagnia di Matilde Spina, donna della quale è innamorato e del suo rivale in amore Belcredi. L’uomo nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando. Dopo 12 anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo aveva fatto cadere intenzionalmente per rubargli l’amore di Matilde. Decide così di fingersi ancora pazzo e di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la dolorosa realtà. A 20 anni dalla caduta, Matilde, Belcredi, Frida, la figlia di Matilde e uno psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra, interessato al caso, per farlo guarire decide di ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e far ripetere la caduta da cavallo. La scena viene così allestita, ma al posto di Matilde recita la figlia, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, la donna che Enrico aveva amato. L’uomo prova ad abbracciare la ragazza, Belcredi si oppone ma Enrico IV sguaina la spada e uccide Belcredi. Per sfuggire definitivamente alla realtà (e alle conseguenze del suo gesto), decide di fingersi pazzo per sempre.

Attorno alla nota vicenda il regista Antonio Calenda focalizza il dramma su quell’uomo che decide di portare avanti la messinscena prima per dolore e poi per sopravvivenza. Per anni vive una vita surreale e fiabesca con l’aiuto di quattro uomini pagati per fingersi suoi servitori, ma a un certo punto riconquista la ragione e si rende conto che tutti lo prendono per pazzo. Allora capisce che esserlo gli conviene, permettendogli successivamente di osservare, da fuori, la grande sceneggiata predisposta per lui, che coinvolge anche la donna che amava, l’amante di lei, il medico che vuole provocargli uno choc per farlo rinsavire. Dopo l’omicidio del rivale decide di azzerare la propria esistenza per scegliere la finzione e tramite il teatro continuare a vivere.

In contesto asciutto ed essenziale emergono ancora di più i principi del teatro pirandelliano: l’intreccio di normalità e follia, la perdita d’identità, il rapporto tra reale e maschere che indossiamo o che gli altri ci costringono a indossare, il fallimento della scienza, la rinuncia alla vita per non affrontare la sofferenza, la follia come fuga e rifugio. A sostenere la struttura performativa alcuni bravi attori: Daniela Giovannetti, Armando De Ceccon, Sergio Mancinelli, Giorgia Battistoni, Lorenzo Guadalupi, Alessio Esposito, Stefano Bramini, Lorenzo Garufo, Dino Lopardo.

Straordinaria la capacità di Roberto Herlizka di raccontare la follia di un mondo deragliato, un labirinto che moltiplica e inverte continuamente i propri dispositivi di visione e rappresentazione e soprattutto l’ossessione del protagonista, la convulsione di sentimenti, proiezioni e sdoppiamenti; una tragedia contemporanea, dove basta operare un piccolo gesto di dissenso per sentirsi esclusi e soli.

data di pubblicazione:28/02/2020


Il nostro voto:

BERLIN ALEXANDERPLATZ di Burhan Qurbani – BERLINALE 2020

BERLIN ALEXANDERPLATZ di Burhan Qurbani – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Francis, fuggito dall’Africa, dopo un terribile naufragio in cui perde la sua compagna, approda miracolosamente su una spiaggia. In quel momento, da unico superstite, promette a se stesso che inizierà una nuova vita all’insegna dell’onestà. Arrivato a Berlino da profugo, senza regolari documenti, dovrà presto abbandonare i suoi buoni propositi perché, in quella società che si mostra ostile nei suoi confronti, si renderà conto che per crearsi un futuro dignitoso dovrà scendere a patti con la malavita locale.

 

 

Ispirato dall’omonimo romanzo di Alfred Döblin, un classico della letteratura tedesca moderna di cui lo stesso Fassbinder ne aveva ricavato nel 1979 una miniserie televisiva, Burhan Qurbani presenta alla Berlinale il suo lungometraggio, rivisitandone la storia che era ambientata nella Berlino degli anni venti e che aveva come protagonista Franz Biberkopf. Il regista, esiliato per motivi politici dall’Afganistan e ora cittadino tedesco, ci propone una propria versione della mitiga figura di Franz, riadattandola su Francis, emigrato dalla lontana Guinea. Nonostante la volontà iniziale di integrarsi al meglio in una società occidentale a lui estranea, il giovane rimarrà invece invischiato in situazioni di malaffare per le quali ne pagherà le conseguenze.

Se nel testo originale ci si abbandonava spesso a delle metafore per dare più spazio all’immaginazione, nel film i personaggi sono fortemente condizionati dal contesto in cui si trovano, anche se poi teoricamente liberi di effettuare le proprie scelte. Analogamente si muove Francis che come outsider affronterà molteplici circostanze in contrasto con i propri valori morali, che cambierà come il suo nome, Franz appunto: una sorta di sopravvissuto che a suo modo vuole rimanere buono, ma che la società non gli consentirà mai di esserlo. Il protagonista è Welket Bungué, nato a Bissau in Guinea ed emigrato da piccolo con la famiglia in Portogallo e poi in Brasile, dove ha studiato per diventare attore. Avendo recitato già in circa cinquanta film, non meraviglia come Welket abbia interpretato in maniera più che convincente il ruolo, riuscendo a mantenere una costante tensione emotiva in un film decisamente lungo: cinque capitoli e un epilogo per una durata di oltre tre ore.

Berlin Alexanderplatz, sia pur in questo adattamento contemporaneo, rispecchia comunque l’essenza della sua fonte letteraria perché parla di una società da un lato, con le sue spietate regole, e di individui emarginati dall’altro, con i loro tentativi di integrazione e i loro, a volte, inevitabili fallimenti.

data di pubblicazione:27/02/2020








ASPIDE. GOMORRA IN VENETO di Tommaso Fermariello, con Gioia D’Angelo e Martina Testa

ASPIDE. GOMORRA IN VENETO di Tommaso Fermariello, con Gioia D’Angelo e Martina Testa

(Teatro Porta Portese – Roma, 24/25 febbraio 2020)

Patrocinato dall’Associazione Libera contro le mafie, la compagnia Archipelagos Teatro mette in scena uno spettacolo di denuncia, ricostruendo la vicenda che ha visto vittime della società finanziaria Aspide srl circa 130 imprenditori nel Nordest dell’Italia tra il 2009 e il 2011.

  

Terminato lo spettacolo, appena ci si alza dalla poltrona, si ha ancora addosso una strana tensione, una specie di dolore addominale e una domanda che interroga la coscienza: che parte potrei avere in tutto questo?

Partiamo dai fatti a cui si ispira il racconto drammaturgico di Tommaso Fermariello. Circa nove anni fa venivano condannati a processo alcuni esponenti di una società finanziaria, la Aspide srl che, con lo scopo di andare incontro con prestiti di denaro a imprenditori in difficoltà, in realtà estorceva denaro da questi, imponendo tassi di interesse insolvibili per le vittime. Più tardi si scoprirà che i membri della società, al cui vertice c’è un certo Mario Crisci, sono affiliati al clan dei Casalesi di Casal di Principe. Lo stile della banda è semplice: un avviso sui giornali attira il cliente con il quale successivamente si stipula l’accordo; si aspetta che questi diventi insolvente – passaggio obbligato per tutti vista la percentuale di interesse richiesta – e quindi si passa all’intimidazione. Pestaggi a sangue, minacce, pistole puntate alla testa. Per molti la soluzione per uscire da questa gabbia è il suicidio, Aspide è un cancro. Solamente tre imprenditori trovano il coraggio di rivolgersi allo Stato. Tra questi c’è Rocco Ruotolo, al quale la morsa distruttiva e omicida di Aspide sta togliendo tutto. Ma la collaborazione non è semplice e necessita di tempo: dopo tutto il codice penale la parola paura non la comprende, questo è il mantra.

Una giornalista (Gioia D’Angelo), che finora si è occupata di calcio, viene invitata a scrivere un pezzo su questo fatto di cronaca locale. Sarà lei a informarci dei fatti in modo dettagliato, anche attraverso la lettura di estratti degli atti del processo. Rosalina (Martina Testa) è la moglie del testimone di giustizia Rocco Ruotolo. Il racconto in prima persona della donna fa da contrappunto alla narrazione dei fatti della giornalista. In perfetta sinergia le due attrici ricostruiscono una storia complessa, giocando di rimpallo pur senza mai dialogare. È la sottile architettura di questa drammaturgia: raccontare con emozione e trasporto fatti crudi e difficili, senza omissioni o allusioni di artistica maniera, rimanendo teatrali ovvero rappresentando con estremo realismo quanto di assurdo e incredibile può accadere nel mondo che ci sta intorno denunciandolo a un pubblico attento e sensibile. Lo spettacolo, semplice nella scena – bastano un tavolo dove accatastare documenti, una lavagna dove appuntare i nomi degli imputati e una sedia per i testimoni – racconta con precisione e chiarezza questa triste e dolorosa storia. Un atto da premiare con attenzione e divulgare quanto possibile, merito di un fare teatro che non si ferma davanti alla paura, che fa da contrasto con la sola denuncia ai tratti malati di una società come la nostra.

data di pubblicazione:27/02/2020


Il nostro voto:

SIBERIA di Abel Ferrara – BERLINALE 2020

SIBERIA di Abel Ferrara – BERLINALE 2020

logo(70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Clint vive solo – unica compagnia i suoi cinque cani da slitta husky – in una casa sperduta tra le nevi della Siberia. Esplorando i suoi sogni e i suoi ricordi, intraprende un viaggio senza tempo alla ricerca della propria identità. In questo percorso intimo incontrerà varie persone, alcune delle quali oramai morte, e dovrà affrontare i numerosi demoni che affollano il suo passato…

 

Siberia è il sesto film che Willem Dafoe interpreta come protagonista sotto la regia di Abel Ferrara. Il regista sembra essere arrivato ad un punto di massima maturità creativa e utilizza l’attore come suo alter ego per rappresentare se stesso in questo suo personale viaggio interiore. Accompagnato dai suoi cani, che infaticabili strascineranno la slitta tra i ghiacci della Siberia, il protagonista si troverà invischiato in strane situazioni del tutto oniriche che lo porteranno a ricordare con nostalgia il tempo della sua infanzia quando andava a pescare con il padre e il fratello. Gradualmente veniamo a ricomporre i tasselli della sua vita, fino ad arrivare al ritiro siberiano dove gestisce uno strano bar frequentato da pochi abitanti del luogo e da un misterioso esploratore: con loro riesce a comunicare nonostante parlino una lingua a lui sconosciuta.

Il film è una sequenza di immagini che si sovrappongono senza apparente logicità, un poco come quei “dream logic” che troviamo in David Lynch, dove sogno e visione si fondono per generare qualcosa di surreale, fuori da ogni dimensione spazio-temporale. Certamente un film di non facile approccio e soprattutto da evitare per coloro che sono alla ricerca comunque di un significato palese in ogni cosa. Non viene seguito un percorso lineare: si passa dai ghiacciai siberiani al deserto magrebino, passando per un lussureggiante giardino dove si incontrano persone e cose che non ci sono più perché da tempo morte. Il film, molto atteso qui a Berlino dove viene presentato in concorso, ha lasciato alquanto interdetti gli spettatori in sala: alcuni hanno disertato dopo i primi dieci minuti di proiezione quando sullo schermo si sono alternate alcune sequenze decisamente splatter. Incuriosisce molto sapere come la giuria internazionale valuterà questo film visto che la Berlinale si è sempre distinta come un festival di nicchia e certamente Siberia è un film per cinefili molto esigenti, quelli che non chiedono spiegazioni ma preferiscono trovarsele da sé.

data di pubblicazione:26/02/2020








INFOGRAFICA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE di Jean Lopez e Nicolas Guillerat – ed. L’IPPOCAMPO 2020

INFOGRAFICA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE di Jean Lopez e Nicolas Guillerat – ed. L’IPPOCAMPO 2020

Per quale motivo interessarsi ancora ad un ennesimo libro sulla Seconda Guerra Mondiale?    E … chi mai potrà leggere questo libro? Si farebbe un torto enorme far passare via questo lavoro, pubblicato a fine 2019, come un’opera destinata solo e soltanto ad ex militari in pensione, a storici o a pochi altri addetti ai lavori! Tutt’altro, in realtà è un libro accessibile a tutti, compresi i non specialisti, e che può essere letto anche come un romanzo su una vicenda che non è affatto remota, ma è invece ancora attuale e condiziona tuttora la nostra visione del mondo ed i conflitti, le sfide e le realtà che viviamo oggi.

Un approccio del tutto originale e finora unico, quello propostoci dagli autori che han fatto la scelta di spiegarci, attraverso schemi, piantine, grafici e brevi testi le caratteristiche di un evento apocalittico, rendendo comprensibili le grandi sfide strategiche che sottostavano il conflitto, tramite l’analisi (non pedante, non accademica e non di parte) delle tante connessioni fra le problematiche militari, politiche, economiche ed energetiche delle varie forze in gioco.

Il risultato conseguito è veramente rimarchevole perché si tratta di un’opera ben strutturata ed utile, quale che sia il livello di conoscenza di chi legge, e che offre un’opportunità di una visione d’insieme, precisa, semplice, completa ed incisiva. Una panoramica esaustiva ed al contempo una sintesi chiara degli eventi, dei loro antefatti e delle loro conseguenze, grazie soprattutto all’uso dell’infografia che è, a tutti gli effetti, il vero marchio di fabbrica distintivo di tutto questo lavoro. Un risultato che ben pochi altri libri sull’argomento possono offrire ad un pubblico potenzialmente vasto. La visione grafica consente infatti all’istante la lettura e la comprensione di situazioni complesse, un modo del tutto nuovo di leggere e decodificare gli avvenimenti mediante la lettura, la comparazione e l’interpretazione dei dati e delle cifre. Il tutto sostenuto, come accennavamo, anche da testi di accompagnamento non troppo lunghi ma sufficienti per poter contestualizzare i fatti e poter dare un senso ai dati rappresentati, ed anche da alcune pagine tematiche e commenti specifici.

L’intera opera è scorrevolmente articolata in quattro parti:- il quadro umano, produzione e risorse militari ed economiche; – armi ed eserciti; – battaglie e campagne militari; – bilanci finali e linee di frattura, e viene presentata in una forma accessibile ed esauriente, una vera miniera di informazioni, da studiare o anche solo da consultare.

Un libro quindi che può veramente interessare e soddisfare sia gli appassionati sia i neofiti. Un libro arricchente, che ha certo anche qualche difetto di leggibilità di alcune grafiche troppo piccole o troppo difficili da decifrare, ma poco danno vista la qualità generale e, giova ribadirlo, l’assoluta originalità dell’opera.

data di pubblicazione:26/02/2020