da Daniele Poto | Ott 16, 2023
Un goffo finale di carriera per il pluriottantenne regista polacco a cui solo l’antica fama evita sapide stroncature da parte della critica internazionale. Sceneggiatura rimasticata e banale con la concentrazione della vicenda in un solo ambiente, un albergo di lusso. Wes Anderson ha saputo ben altro valore da questo modulo. Qui l’unità di luogo non deflagra e non regala valore aggiunto. Una satira che ricorda alcune volgari cadute della commedia all’italiana.
Ci si meraviglia come una pellicola del genere trovi ospitalità in festival di eccellente lignaggio. Un film girato con la mano destra o, trattandosi di opera visiva, con una benda sull’occhio buono. Una serie di gag non fanno cinema, storia e plot ma immiseriscono la narrazione con beceraggini assortite. Una palesa mancanza di ispirazione permea l’andamento. Luca Barbareschi, bontà sua, ci dice che il film è anticipo sul tempo attuale e che sarà capito solo tra venti anni. Intanto ci regala un pessimo cammeo in tandem e combinato disposto con il personaggio inconsistente tratteggiato dal sempre più irriconoscibile Mickey Rourke. Caricature che vanno di pari passo con la caricatura di un film che avrebbe voluto essere sferzante Ma la deformazione è la caratteristica costante di un film che assemblea peraltro un cast di prestigio. Anche Fanny Ardant, partecipando, rovina la propria filmografia. Lo spunto della fine del secolo e del millennio con l’atteso big bang o bug telematico non decolla. E anche la truffa bancaria manca di sale e di mordente. In questo raduno di vecchie glorie una folla di visi devastati dalla chirurgia estetica tra cui spicca quello belluino, di Sydne Rome. Il paragone con la critica alla borghesia di Luis Bunuel è lontano le mille miglia, ahinoi.
data di pubblicazione:16/10/2023
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da Paolo Talone | Ott 14, 2023
(Teatro Vittoria – Roma, 10/15 ottobre 2023)
Qual è la verità intorno al mito di Edipo? L’indagine condotta in maniera beffarda e grottesca nel racconto di Dürrenmatt diventa uno spettacolo teatrale con protagonista la Pizia, sacerdotessa dell’Oracolo di Delfi, a cui fanno visita ombre e fantasmi prima che la morte venga a prendersela. (ph. Le Pera)
Quando Edipo si presenta a Delfi per domandare alla sacerdotessa Pannychis XI chi siano i suoi veri genitori, la Pizia, ormai cenciosa e svaporata su cui grava il peso dei giorni, vaticina al giovane la cosa più assurda che le viene in mente in quel momento: “ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre.” Chi avrebbe mai immaginato che l’oracolo, pronunciato in maniera scanzonata un po’ per noia e un po’ perché è divertente burlarsi della credulità dei greci, si sarebbe poi realizzato?
L’assunto da cui parte Dürrenmatt nel racconto La morte della Pizia, pubblicato nel 1976 e da cui prende il titolo l’adattamento teatrale curato da Patrizia La Fonte e Irene Lösch sulla traduzione di Renata Colorni (Adelphi, 1988), descrive un mondo agli albori della civiltà prima che vengano costruiti templi e teatri – nel significato originale di luogo sacro dove il dramma è un rito religioso – in cui la trascendenza è un dato di pura invenzione e i dubbi che attanagliano gli uomini sono risolti facendo ricorso a indovini e oracoli anziché alla ragione.
Stanca e dolorante per i reumatismi causati da una vita vissuta in una grotta a vaticinare fantasiosi responsi per gente credulona, la Pannychis XI di cui è interprete Patrizia La Fonte vede crescere intorno a sé un mondo di feticci, dal gusto kitsch come l’impianto scenografico in cui è immersa, con al centro il gigante ritratto di Edipo dagli occhi sanguinanti contornato da luci acide e finte come i suoi oracoli. Assistita nel suo lavoro dal sacerdote Merops XXVII, devoto alla Pizia per i soldi che fa incassare al tempio, viene raggiunta da Tiresia con cui ripercorre la vicenda delle profezie che hanno portato Edipo a essere l’archetipo di uno dei complessi più indagati della nostra epoca. Se lei, azzeccando casualmente il futuro, ha vaticinato al giovane il futuro con fantasiosa invenzione solo con lo scopo di mettere ordine alle cose, Tiresia lo ha fatto invece per un calcolo politico, per evitare che tirannico Creonte prendesse il potere su Tebe. Uno ad uno fanno la loro comparsa tutti gli attori della tragedia. Edipo, Giocasta e la Sfinge sfilano in forma di ombra davanti alla veggente, ognuno raccontando la propria verità. La storia che conosciamo non è che una parte di un tutto molto più complesso e insondabile. Ci sarà sempre un particolare che aggiunto al precedente smonterà o cambierà il senso delle cose così come le abbiamo conosciute fino a quel momento. In un contesto come questo, il sacro è svuotato di ogni valore e del tragico non rimane che una caricatura. E in fondo anche le apparizioni, nei loro costumi fortemente tipizzati (opera di Helga H. Williams), sono essi stessi delle caricature.
Patrizia La Fonte e Maurizio Palladino da soli interpretano tutti i personaggi, mostrando un’eccezionale bravura attoriale nella capacità di cambiare carattere con la stessa facilità con cui cambiano l’abito di scena, magistralmente guidati Giuseppe Marini. Questo risalta come il dato più teatrale della messa in scena che di contro propone un testo a tratti difficile da seguire per l’intenso filosofeggiare. Tuttavia il comico è assicurato e, come il dubbio, rimane come forte gesto democratico che nasce quando si prende distanza dall’altro. La Pizia affronta così anche la morte, con lo spirito quasi carnevalesco di chi sa mettere da parte il dolore e l’afflizione e accettare il tragico come accadimento inevitabile, incalcolabile, imprevedibile.
data di pubblicazione:14/10/2023
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da Maria Letizia Panerai | Ott 13, 2023
Sembrerebbe una favola con tanto di lieto fine ed invece Nata per te, film diretto da Fabio Mollo già autore de Il padre d’Italia che raccontava una particolare storia di paternità, narra di una incredibile vicenda realmente accaduta a Napoli nel 2017, una sorta di incontro fatale tra due esseri soli.
Una bambina, affetta da sindrome di Down, una volta partorita in ospedale viene lasciata dalla madre naturale perché sia data in adozione. È l’alba di una calda giornata estiva e Nunzia (Antonia Truppo), l’infermiera che dal primo momento si prende amorevolmente cura della piccola, decide di chiamarla Alba, e con l’amore incondizionato di una madre le da come cognome Stellamia. L’adozione di Alba Stellamia passa immediatamente nelle mani del giudice minorile Livia Gianfelici (una convincente Barbora Bobulova) che si vede costretta ogni giorno ad applicare una legge del 1983 che impedisce ad un single o a coppie omosessuali di adottare; eppure, quella stessa legge di quarant’anni fa prevede, all’articolo 44, che in presenza di un bambino disabile anche un single può ottenerne l’affido. E così Luca (un bravissimo Pierluigi Gigante al suo primo ruolo da protagonista), fondatore di un centro di accoglienza per disabili, cattolico, non sposato e gay, avendo già presentato da tempo richiesta d’affido senza porre alcuna condizione sullo stato del minore ma solo spinto da un forte desiderio di paternità, diventa l’unica persona favorita dal momento che nessuna coppia si palesa nel voler adottare Alba. Verrà aiutato nel perorare la proposta di affido da Teresa Ranieri (una sorprendente Teresa Saponangelo), avvocata molto determinata, senza troppi peli sulla lingua, da poco ritornata dalla maternità per seguire qualche caso in tribunale. Il giudice Gianfelici decide per un affido temporaneo di un mese in favore dell’uomo. Sarà il primo piccolo passo verso qualcosa che sembra irraggiungibile: l’adozione!
Il film, che racconta l’unico caso di adozione in Italia da parte di un genitore single, è basato sulla storia vera di Luca Trapanese, fondatore di una Onlus che da anni svolge attività di volontariato, attualmente assessore al welfare del Comune di Napoli, e di sua figlia Alba. Dallo stile asciutto, convenzionale ma coinvolgente e di pacata ma decisa denuncia, Nata per te affronta temi di ogni genere: dalla discriminazione tra bambini sani e disabili, alla normativa sulle adozioni che a sua volta “discrimina” le persone non sposate che vorrebbero adottare, sino all’annoso problema se il genitore che vuole farlo è anche omosessuale. Nel plot sono molto importanti e centrate le figure femminili: ad iniziare dal giudice, che nel suo essere intransigente farà poi la differenza nel creare un precedente (perché solo un giudice può farlo) concedendo l’adozione ad un genitore single, mettendo così realmente al centro il diritto del minore e non il concetto di famiglia tradizionale; altra figura fondamentale è l’avvocata che non si arrende mai di fronte a nulla così come l’infermiera che si prende cura di Alba come fosse sua figlia, sino ad Antonia, la madre di Luca, interpretata da una brava ed affascinante Iaia Forte che riesce a tratteggiare con il suo comportamento un ambiente familiare scevro da ogni genere di pregiudizio.
Alba Trapanese oggi ha 7 anni, ha un padre ed una intera famiglia paterna che la ama.
data di pubblicazione:13/10/2023
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da Antonio Iraci | Ott 12, 2023
Nove personaggi per nove episodi. Ognuno in una differente situazione recita interpretando se stesso. Le varie storie assumono già da subito un carattere divulgativo perché fanno vedere come la gente comune vive a Teheran una giornata comune. Un boato enorme prelude un potente terremoto e la stessa città implode: forse si è di fronte alla temuta apocalisse? E in tutto questo, chi si salverà dalla dannazione eterna?
Se Kafka fosse vissuto oggi in Iran sicuramente avrebbe attirato con i suoi scritti gli strali del Ministero della Cultura islamica, così come di fatto è accaduto ai due registi per il solo fatto di aver descritto la realtà del proprio paese. Ogni singolo individuo, che con il proprio nome dà il titolo ad ogni episodio, è in preda a una angoscia esistenziale, vittima impotente, ognuno per un motivo diverso, di ogni forma di brutalità fisica e psicologica. Ciò che risalta subito come mero paradosso viene invece descritto come atto di pure logica, di normalità che bisogna accettare senza alcuna discussione. Lo spettatore, nonostante al corrente attraverso i media di ciò che accade oggi in Iran, rimane incredulo di fronte al messaggio che, pur rimanendo allegorico, trasmette esattamente un puro sconcertante realismo. I volti dei protagonisti sono ripresi con ben studiati piani sequenza, l’inquadratura rimane statica e la parte in contraddittorio rimane al di qua della cinepresa, si percepisce la sua presenza, se ne vedono i particolari ma non viene mai mostrata apertamente. Ciò che conta, per i due coraggiosi registi, è dimostrare quanto sia presente in quel paese l’impotenza umana del singolo di fronte al mondo che lo circonda con la sua invadente burocrazia e la sua spietata intransigenza. I singoli protagonisti si affidano a una recitazione spontanea, seguendo un copione che comunque non va a sminuire la sensazione di fastidio da parte del pubblico. Per l’ennesima volta si denuncia una sistematica repressione non solo per ogni forma di diritto ma anche per le decisioni più innocenti, come scegliere il colore del proprio vestito da parte di una bambina che si appresta ad entrare in società. Siamo forse tornati ai tempi bui del secoli passati quando l’inquisizione puniva con la morte ogni idea nuova che potesse alterare un ordine precostituito? Sembrerebbe di sì e purtroppo ne abbiamo la prova concreta. Un film di breve durata ma che colpisce con la forza delle immagini, delle situazioni e dei singoli personaggi. Un film che fa riflettere sulla sofferenza di tanti popoli che affrontano quotidianamente la propria vita con angoscia e immenso smarrimento.
data di pubblicazione:12/10/2023
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da Rossano Giuppa | Ott 12, 2023
(Roma Europa Festival 2023)
Può succedere che una idea performativa venga concepita appena prima di addormentarsi, in uno stato di sospensione che spesso è carico di emotività e di creatività. Nell’assolo Somnole, Boris Charmatz, uno dei più celebrati coreografi francesi del panorama contemporaneo e dal 2022 direttore del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, nella doppia veste di coreografo ed interprete, indaga la condizione biologica dell’ibernazione, osservando ciò che succede al di sotto della superficie, dal sognare a occhi aperti alla scossa del risveglio. Il tutto mentre riecheggiano reminiscenze musicali fischiettate dallo stesso, che danno una dimensione sonora al percorso fisico e mentale dell’artista attraverso una danza in divenire fluido (foto Marc Domage).
Sonnecchiare in attesa del sonno. S’intitola Somnole il primo assolo che Boris Charmatz ha scritto per sé ed andato in scena 10 e 11 ottobre al Teatro Argentina per Romaeuropa Festival.
Le coordinate del lavoro sono racchiuse tra il movimento perpetuo, la voglia di ballare, di saltare e di esaurire l’energia del fisico, e un’immagine del corpo più calma, anche più oscura, che rimanda all’arresto dopo l’esaurimento, alla sonnolenza. Nato anche per effetto del confinamento causato dall’emergenza Covid, Somnole vuole evocare soprattutto i gesti degli insonni, dei sonnambuli.
A torso nudo, con una gonna ed emerso dal buio, Charmatz studia e delimita lo spazio a falcate rapide e a passi leggeri; cammina, corre, salta ostacoli immaginari e guarda l’aria attorno a sé da più prospettive; linee e piani verticali ed orizzontali cercando ora un sostegno, ora un nemico contro cui scagliarsi e battersi; sfianca il proprio corpo, ostentando il sudore e battendosi il ventre. Tutto d’un fiato. Dall’inizio alla fine lui stesso fischia le note su cui danza, una performance di suono e gesto, un tour de force poetico, un assolo con il desiderio di dominare la scena, ma anche di condividerla con il pubblico.
Nella costrizione di una coreografia prima pensata e solo in un secondo momento eseguita, Somnole va oltre la stessa sonnolenza da cui nasce, diventando vortice con cui il danzatore interagisce in contrapposizione alla stasi del corpo dormiente e immobile.
Nello sforzo il respiro reclama spazio e detta il ritmo assieme alla voce che ogni tanto si fa largo e vibra tra le corde di un corpo a cui si sta chiedendo sempre di più per una composizione fisica e musicale che Charmatz compone ed interpreta con gran classe.
data di pubblicazione:12/10/2023
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da Daniele Poto | Ott 11, 2023
Più che dignitoso esordio alla regia di Claudio Bisio in un film drammatico dove però le note comiche alleggeriscono la tensione secondo una lezione appresa da Benighi e da Mihaileanu. Il tema del fascismo e dell’apartheid razziale vengono trattati con delicatezza e il necessario distacco per prendere le distanze storiche dall’accaduto.
Accettata la scommessa di partire con handicap affidando la responsabilità delle parti più importante a un poker di giovani ragazzi che, pur con tutta la buona volontà, a tratti fanno decadere le tensione per ovvia inesperienza recitativa. Bisio gioca le proprie carte sul plot ambientando la narrazione nel ghetto romano tra i chiaroscuri dell’adesione al fascismo e l’ovvio profumo di un futuro più incoraggiante. Film con toni da fiaba a cui accedere concedendo qualche debito alla verosimiglianza. Il gioco alla guerra degli adolescenti è la metafora di una guerra crudele tra grandi che lascia sul campo morti, feriti e deportati. Nel quanto mai vago tentativo di raggiungere il loro amichetto ebreo i tre scapestrati fuggiaschi ci portano a osservare divagazioni picaresche con abbondanti noti di costume. Più che l’orbace contano i sentimenti che rendono scostumata persino una suora tutta casa e Chiesa. Così l’esperienza è una pagina aperta sulla vita dei grandi e sull’Italia che si apre a una nuova stagione. Il film esce nelle sale il 12 ottobre, in occasione degli ottanta anni dal rastrellamento del Ghetto di Roma avvenuto il 16 ottobre 1943. L’omaggio è implicito e regalato con toni non pesanti, estremamente disincantati ma sinceri. La colonna sonora di Pivio & Aldo De Scalzi è qualcosa di più di un piacevole sottofondo ed è una sorta di segnalibro per il montaggio.
data di pubblicazione:11/10/2023
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da Daniele Poto | Ott 11, 2023
(Teatro Vascello – Roma, 10/22 ottobre 2023)
Karamazov è un vestito cucito addosso al quasi novantenne Umberto Orsini che contende a Glauco Mauri l’elisir di longevità sulla scena teatrale. Un’ora di accorato one man show, mai sopra le righe per cinque minuti di ininterrotti applausi finali. Per una conferma (se mai ce ne fosse bisogno) sulla grandezza di un attore.
Folgorante avvio di stagione per il prestigioso teatro romano che esordisce con un sold out e, contravvenendo alle proprie abitudini, (proposte di breve durata) allunga a quasi due settimane le esibizioni di Orsini, sopravvissuto di punta di un teatro dalle proposte sempre più esangui. Qui si va sul sicuro con un antico cavallo di battaglia. Ivan racconta la propria storia cercando di chiarire le scaturigini di un delitto che ha radici profonde all’interno della propria famiglia. Una lunga allucinazione tra delitto e castigo, con il tentativo di fare chiarezza sul’esistenza di Dio, sulla compassione e la colpa. Se ci si converte all’amoralità del mondo tutto diventa possibile. E dunque la mano dell’assassino è guidata da un mandante occulto che piano piano si manifesta. Non è un baedeker del romanzo ma la ricerca del suo tema più intricato e sentito. Alla fine dello spettacolo com’è giusto Orsini è provato dalla fatica e dalla tensione respirata in scena ma evidentemente confortato dall’entusiastica reazione di un pubblico assorto e rapito. Spettacolo di memoria, di tensione, di esasperato vitalismo dove Dio e diavolo sono poli della stessa medaglia. L’immersione nel sottosuolo dei retro pensieri dopo un parricidio riporta al senso delle contraddizioni, l’Abc ovvio di un buon teatro dove sogno, realtà, proiezione immaginaria continuamente si confondano. E la scena serve egregiamente il nostro gagliardo protagonista attoriale.
data di pubblicazione:11/10/2023
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da Daniele Poto | Ott 9, 2023
(Teatro delle Muse – Roma, 5/15 ottobre)
Difficile immaginare il carattere malizioso del ridimensionamento. Questioni di corpo più che di cuore. In effetti la farsa mira alla pancia dello spettatore, non si pone questioni di politicamente corretto ma attinge alla polpa popolare della comicità. In questo senso lo spettacolo, nei limiti riconoscibilii del genere, va pienamente a segno.
Onore al merito di Geppi De Stasio che quasi monopolizza la stagione in fieri del Teatro di cui è fiero protagonista. In scena un chirurgo plastico che fa uso e abuso della professione ma che impatta in un cliente particolare, un mafioso che vuole ritoccare i propri parametri sessuali e nella massima segretezza. Una morale spregiudicata di pura attrazione fisica domina lo spettacolo con le figure femminili della moglie e della suocera che non si pongono troppi problemi di legame nel reclamare la propria agognata soddisfazione. Due tempi snelli con un secondo ellittico che risparmia inutili tergiversamenti e va dritto al sodo verso un inaspettato colpo di scena che rovescia perentoriamente i rapporti di forza. Si ride, a volte senza ritegno, per l’originalità del plot. all’altezza del mainstream e dei tempi. Di Stasio tocca vari registri del proprio repertorio: arroganza, sudditanza, furbizia e, alla fine, segna un gol in contropiede. Non c’è volgarità nella trama nonostante la delicatezza del tema trattato. Un sorriso sulle labbra è la richiesta che viene inconsciamente fatta al pubblico e la risposta della platea è positiva. Cast affiatato e brava la Sanzò a recitare double face: dai modesti panni di una donna sciatta e dimessa allo sfarfallante look da pin up in cui rivela tutta la propria seducente procacità, qualcosa di praticamente irresistibile. Quanto ai malviventi sono anch’essi pienamente in parte.
data di pubblicazione:09/10/2023
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da Rossano Giuppa | Ott 7, 2023
(Roma Europa Festival 2023)
Il regista svizzero Milo Rau, appena nominato direttore del Wiener Festwochen, chiude la Trilogia degli antichi miti, cominciata con Orestes in Mosul e seguita da Il Nuovo Vangelo con l’opera Antigone in Amazzonia, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma il 3 e il 4 ottobre, nell’ambito di Romaeuropa Festival 2023. Uno spettacolo che riadatta l’Antigone di Sofocle associandola ad un preciso episodio, il massacro di Eldorado do Carajàs una strage, avvenuto il 17 aprile del 1996, nella quale diciannove contadini, che avevano occupato per protesta un tratto di autostrada, furono uccisi dalla polizia militare. Corpi lasciati senza sepoltura che sanno di oltraggio e condannati a non avere mai pace, come per Polinice, fratello di Antigone.
(foto Kurt Van Der Elst)
Con Antigone in Amazzonia prosegue il percorso di Rau al REF nel segno di un teatro che, attingendo dalla classicità occidentale, si confronta con i grandi temi della nostra attualità. Lo spettacolo è stato pensato ed in parte realizzato nello stato brasiliano del Parà. Qui insieme a MST – Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra, ad attori professionisti e non professionisti e coinvolgendo le popolazioni indigene, Rau ha ridisegnato la tragedia greca utilizzandola come metafora per costruire un affondo sulle conseguenze prodotte dal conflitto tra sviluppo senza controllo e gli ancestrali proprietari della terra.
Nella primavera 2019 Milo Rau si reca nello Stato brasiliano del Parà dove le foreste bruciano senza sosta ed entra in contatto con le lotte degli indigeni e con il Movimento decidendo di adattare la tragedia di Antigone alla tragedia contemporanea che minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità mettendo insieme attori professionisti e no e trasponendo in teatro e video, presente e passato, realtà e finzione, su più piani visivi e temporali.
Sul palco del Teatro Argentina, coperto da uno spesso strato di terriccio si muovono soltanto Pablo Casella e Frederico Araujo, insieme a De Bosschere e De Tremerie. Manca all’appello Kay Sara: l’attrice e attivista brasiliana, nella quale Rau aveva riconosciuto Antigone, ha infatti abbandonato la produzione prima che questa trovasse compimento ritirandosi nel profondo dell’Amazzonia per stare vicina al suo popolo.
A interpretare il ruolo della figlia di Edipo è quindi Araujo, in un’operazione di sovrapposizione di generi: è lui, in una delle sequenze più forti, a ricordare quanti e quali crimini abbiano insanguinato la comunità LGBTQIA+ brasiliana, mentre urlando raccoglie manciate di terra dal palco e la getta. Kay Sara compare solo in video, insieme a un coro composto da contadini, sindacalisti e lavoratori rurali di Marabà, alcuni dei quali sopravvissuti al citato massacro perpetrato dalla polizia nel 1996, durante una manifestazione pacifica avvenuta nello Stato di Parà. Come nella tragedia di Sofocle, il coro espleta il racconto degli ambiti drammaturgici più importanti; i cinque atti della tragedia classica sono qui introdotti da un prologo, eseguito in portoghese sulla musica live di Casella: ritornello del canto è il più celebre verso del dramma “molte cose sono mostruose, ma nulla è più mostruoso dell’uomo”.
Immagini nitide e devastanti: la mattanza, eseguita con crudeltà e freddezza, strazia i corpi e le anime; calci e pugni si riversano sul gruppo, finché un proiettile sparato nella nuca dei manifestanti spegne il corteo nel sangue e nel silenzio. Rau sdoppia l’azione e il tempo tra palco e video: le immagini cinematografiche, il corpo di una delle vittime che Antigone, contro il diktat di Creonte, vuole seppellire; il lamento di Kay Sara è una litania straziante e ancestrale, un compianto funebre che tuttavia si interrompe, improvvisamente, con una frase pronunciata verso l’obiettivo della telecamera. “Stop filming”, urla l’attrice, ribandendo come l’arte non possa lenire il dolore.
Non è però con il rimpianto di Creonte, o con la profezia così realistica del cieco Tiresia, che Milo Rau chiude la sua Antigone. C’è un sesto atto inatteso. Un secondo video mostra un esito diverso del massacro del ’96: ecco i morti alzarsi in piedi, sotto lo sguardo attonito dei presenti; ecco i poliziotti levarsi i caschi, posare i manganelli e i fucili; ecco tutti stringersi le mani, abbracciarsi, e intonare un canto di riconciliazione, la pacificazione, impossibile e commossa, tra vittima e carnefice.
data di pubblicazione:07/10/2023
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da Antonio Iraci | Ott 6, 2023
(TeatroLoSpazio – Roma, 5/8 ottobre 2023)
Pierre, stimato oncologo, e Mathilde, affermata scrittrice, prendono coscienza che il loro (apparentemente) collaudato matrimonio è alla deriva. Lei è appena uscita dal carcere, dopo aver scontato una pena che, sia pur di appena tre mesi, ha completamente stravolto la vita di entrambi. Ma, di fatto, perché questa sentenza è tanto pesante quanto ingiusta? E’ forse così indecente aver avuto rapporti con un giovane appena adolescente?
Il TeatroLoSpazio avvia la propria stagione teatrale con un lavoro impegnativo di Véronique Olmi, autrice francese di opere teatrali e di vari romanzi molto amati dal pubblico e che hanno sempre avuto il consenso positivo da parte della critica. La regia di questa pièce è caduta, come si suol dire, in buone mani visto che ad occuparsene è Daniele Falleri, toscano di nascita ma oramai naturalizzato romano, autore lui stesso di numerose sceneggiature televisive e commedie per il teatro. In Mathilde, cronaca di uno scandalo, si fronteggiano un uomo e una donna, sposati da diversi anni, con una vita alle spalle piena da successi e insuccessi, un po’ come tutti. Sulla scena abbiamo Pierre, intento a inscatolare quanto più cose possibili di Mathilde, i suoi effetti personali, i suoi libri e tutto ciò che serva a cancellare in casa ogni traccia della sua esistenza. La donna irrompe, fradicia per la pioggia e in un orario insolito, forse per prendere le sue cose, forse per chiarire una volta per tutte la propria posizione nei confronti del marito. Il dialogo è serrato e i due attori reggono il ritmo che piano piano riesce perfettamente a catturare l’attenzione del pubblico. Questo continuo beccarsi a vicenda tra accuse e recriminazioni, rimpianti e sensi di colpa mancati, disorienta lo spettatore che non sa proprio che parte prendere. Mathilde, non dà segni di rimorso per ciò che ha fatto né tanto meno mostra vergogna per una sentenza che ritiene ingiusta e anacronistica. L’amore è forse qualcosa che si può definire con certezza? Chi è in grado di stabilirne il significato intrinseco? Forse Pierre ha avuto le sue regioni per sparire durante il carcere di Mathilde o forse avrebbe dovuto avere più comprensione per accettare le motivazioni di un qualcosa che la società giudica come sconveniente? Questo gioco delle parti in effetti costruisce e distrugge ogni possibilità di comprensione, e si assiste a un continuo processo altalenante dove alla fine ci si arrende per stanchezza. Del resto non è proprio necessario arrivare a una conclusione e sembra giusto lasciare i due a chiarirsi tra di loro, se è vero che tra moglie e marito è sempre saggio non mettere il dito.
data di pubblicazione:06/10/2023
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