da Antonio Iraci | Set 15, 2024
Lou, ragazza ribelle e anticonformista, gestisce per conto del padre, trafficante d’armi, una palestra frequentata da bodybuilder fanatici del proprio corpo. Un giorno si presenta, per allenarsi, la giovane e bella Jackie con il sogno di esibirsi a Las Vegas in un concorso di culturismo femminile. Già da subito tra le due scatta una profonda intesa, ma per salvaguardare a tutti i costi il loro amore cadranno in una trappola di violenza e morte…
Questo film della regista britannica Rose Glass è stato presentato al Sundance Festival negli USA e successivamente a Berlino, fuori concorso nella Sezione Berlinale Special dove ha riscosso ampi consensi. Certamente è rivolto a un pubblico d’élite, sia per gli argomenti trattati che per i contenuti altamente violenti. Oramai siamo più che abituati alle scene di sesso esplicito tra due persone dello stesso sesso e tutto rientra nella normalità. Qui quello che colpisce è come l’amore, in ogni sfumatura venga concepito, sovrasti ogni cosa e come, pur di salvaguardarlo, si sia disposti a subire violenza e a fare violenza. Quando tra le due ragazze nasce questa forte attrazione fisica, Lou (Kristen Stewart) non immagina assolutamente quanto la sua compagna Jackie (Kate O’Brien), oramai perdutamente dipendente da steroidi, possa essere feroce e rissosa. Entrambe saranno pian piano coinvolte nei traffici illeciti del padre di Lou (Ed Harris), in un vortice di efferati omicidi dove loro stesse dovranno pagare a caro prezzo una possibile via di scampo. Se nella prima parte del film si riusciva in qualche modo a seguire con un certo interesse la storia descritta a tinte più che noir, nella seconda parte invece si rimane un poco sorpresi dal ricorso a scene fantasy che in qualche modo rendono il tutto meno apprezzabile. Certamente una caduta di stile da parte della regista che ha voluto mettere troppa carne al fuoco mescolando una serie di generi non sempre in accordo tra di loro. Un lavoro quindi non perfettamente riuscito e fruibile solo in parte. Tutto appare eccessivo, dai muscoli di Jackie alle situazioni proposte, tutte in buona parte prevedibili come la sua rabbia repressa per un’infanzia poco felice. Con una buona sforbiciata di scene alla Hulk, il film avrebbe potuto avere il suo perché… ma rimane solo una bella occasione perduta!
data di pubblicazione:15/09/2024
Scopri con un click il nostro voto: 
da Paolo Talone | Set 15, 2024
(Teatro de’ Servi – Roma, 11 settembre 2024)
In concorso per la sesta edizione di Teatramm’, Festival teatrale diretto da Emiliano De Martino che vede in gara quest’anno 13 spettacoli prodotti da compagnie provenienti da tutta Italia, il monologo scritto e diretto da Maurizio Sarubbi, direttore artistico della Compagnia teatrale Artù. I ricordi di una vita trascorsa tra i vicoli di Bari si affastellano nella mente di un carcerato condannato alla pena di morte (foto di Giuseppe Lorusso).
Nel chiuso di un carcere le ore trascorrono tutte uguali. L’umidità goccia da fessure invisibili e scandisce con il suo ticchettio il trascorrere del tempo. Le pareti anguste e buie della cella sono testimoni degli ultimi pensieri di un uomo condannato a morte per una colpa sconosciuta. Il passato ritorna con i suoi personaggi e una vita trascorsa tra i vicoli di Bari Vecchia, con il suo inarrestabile vociare e un profumo di libertà ormai svanito.
È l’incipit di Abbasce la cape (abbassa la testa), il monologo con il quale l’attore e regista barese Maurizio Sarubbi, supportato alla regia da Caterina Rubini, rende un doppio omaggio alla sua terra, la Puglia, e a Victor Hugo. Sul romanzo pubblicato nel 1829 dallo scrittore romantico francese L’ultimo giorno di un condannato si innestano i racconti di Strada Angiola, scritti da Giuseppe Lorusso. Due percorsi narrativi differenti, uno concentrato sulla condizione di un detenuto a sei settimane dall’esecuzione della condanna a morte e l’altro sulle storie di quotidianità di un quartiere popolare e vivace ferito dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Due fonti apparentemente distanti, nel tempo e nel linguaggio, avvicinate però da un lavoro di scrittura scenica e drammaturgica complesso, che innalza a poesia l’umile origine rurale del personaggio portato sulla scena da Sarubbi.
Protagonista è il dialetto barese, arma efficace di traduzione di realtà altrimenti incomprensibili, reso accessibile da una gestualità misurata, attenta, pensata per e in uno spazio ben tracciato. È evidente un preciso studio intorno alla potenza dei movimenti e alla costruzione del personaggio. Vestito della tela grezza dei carcerati, bianca come le pietre che ricoprono il selciato dei vicoli e le pareti delle case di Bari, su cui si riflette l’eco di mille voci della vita cittadina, Maurizio Sarubbi fa di sé uno strumento di imitazione e di riverbero dei caratteri umani osservati nella realtà. Una somma di tradizione ed esperienza teatrale giocata direttamente sul palco.
Ma protagonista è anche la condizione di solitudine delirante di quest’uomo, costretto a vivere nel carcere dei ricordi da una società malata che ne ha decretato la morte. Perché se per un uomo la morte è un passaggio naturale imprevedibile, per un condannato è un momento programmato, sintomo del fallimento di una cultura che non sa reggere lo scontro e il dialogo con il singolo.
data di pubblicazione: 15/09/2024
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Set 14, 2024
(Roma Europa Festival 2024)
Il 14 ed il 15 settembre il Roma Europa Festival ha ospitato all’Auditorium Conciliazione Beethoven 7, ultimo lavoro della compagnia Sasha Waltz & Guest che proprio lo scorso anno ha festeggiato il suo 30o anniversario. Sasha Waltz prosegue la ricerca sulla relazione tra danza ed arti visive, architettura, musica, design. Tredici danzatrici e danzatori della sua compagnia hanno interpretato la Sinfonia n.7 di Ludwig van Beethoven in versione integrale ed una nuova composizione appositamente commissionata al musicista Diego Noguera. Un ponte ed un dialogo tra passato e presente, attraverso l’incontro tra un monumento della musica classica ed una rilettura in chiave contemporanea (foto Sebastian Bolesh).
Negli ultimi trent’anni la coreografa tedesca Sasha Waltz ha segnato profondamente la storia della danza e ha sviluppato uno stretto rapporto di collaborazione con il Romaeuropa Festival nelle diverse edizioni in cui è stata presente, affrontando tematiche universali attraverso un teatro danza complesso e fragile al tempo stesso, fatto di confronto ed integrazione tra coreografia ed altre discipline artistiche.
Il punto di partenza dello spettacolo è una riflessione dello stesso Beethoven risalente al 1812, ovvero: “Le persone reali sono schiave dell’ambiente in cui vivono, o possono dirsi libere?”
Sasha Waltz, approccia questa tematica attraverso una precisa idea di movimento corporeo e musicale, di estetica, di libertà creativa, in due parti e due momenti distinti, apparentemente agli antipodi ma fortemente correlati.
La componente musicale della prima parte Freiheit/Extasis è stata realizzata da Diego Noguera, compositore berlinese di origine cilena, affermatosi come uno dei nomi più importanti della scena elettronica tedesca. Il confronto con la 7a Sinfonia ha portato ad una musica forte, composta attraverso strumenti elettronici e sintetizzatore. Freiheit/Extasis è un conglomerato sonoro composto da suoni estremi e ritmi ossessivi, intimamente connessi al caos creativo nascosto dietro le melodie dei lavori di Beethoven. Ne è derivata una interpretazione coreografica in un paesaggio alieno, un probabile futuro in cui la libertà di pensiero e azione fa i conti con lo sviluppo tecnologico. Sulla scena una fitta coltre di nebbia e luci strobo modellano i corpi dei danzatori e delle danzatrici, enfatizzati dai costumi realizzati da Federico Polucci.
Affrontando le medesime domande, la seconda parte della pièce si concentra sulla maestosa Sinfonia n. 7 in La maggiore, op. 92 di Ludwig van Beethoven, attraverso allestimento teatrale molto diverso, interamente focalizzato sul rapporto tra danza e musica.
Diradata la nebbia, resta l dolcezza della melodia, il respiro dei danzatori e delle danzatrici (questa volta nei costumi di Bernd Skodzig), il loro correre sul palco, una bandiera impalpabile. Un messaggio di aggregazione e di speranza.
data di pubblicazione:14/09/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Set 14, 2024
Notte di Ferragosto presso l’Ospedale Santi Martiri di Napoli. Angelo e Salvatore, entrambi infermieri, sono di turno in corsia. Il ricovero del sig. Caputo, già in coma per un ictus cerebrale, li spingerà a scommettere sulla sua sopravvivenza o meno a quella notte. La posta in gioco: la settimana di ferie tra Natale e Capodanno che solo uno potrà aggiudicarsi. Strano a dirsi, ma dopo una serie di vicende rocambolesche, nessuno dei due vincerà la scommessa…
Solo un napoletano doc, in questo caso il giovane regista Giovanni Dota, può parlare e rappresentare la morte con ironia, esorcizzando così qualcosa che rende ognuno di noi pieno di paura e di superstizione. Come si sa, la stessa morte aleggia principalmente tra le corsie di un ospedale dove, per la più o meno grave sofferenza altrui, può fare incetta più agevolmente. Le vicende che hanno come protagonisti i due infermieri Angelo (Carlo Buccirosso) e Salvatore (Lino Musella) si possono certamente considerare di routine visto che si accavallano in maniera per niente surreale in un tipico ospedale, in una tipica notte afosa d’agosto, in una tipica realtà tutta italiana. Certo meglio non generalizzare, anche perché il film non è certamente una critica studiata o una palese accusa alla nostra malasanità, quanto piuttosto uno strumento per parlare di morte con fatalismo e spirito distaccato, proprio dell’umorismo napoletano. Sono vari i personaggi che accompagnano i due protagonisti della fatidica e quanto mai inusuale scommessa sulla sorte di un malcapitato paziente. La dottoressa di turno alle prime armi, incerta sulle decisioni da prendere, il chirurgo in reperibilità, completamente incapace di affrontare un’operazione perché strafatto di cocaina. Senza contare la moglie di Angelo che irrompe in ospedale per fondati sospetti di tradimento del marito con la giovane e attraente impiegata del comparto socio sanitario. La storia è limitata nel tempo, una notte, e nello spazio, l’ospedale, ma senza arrecare alcun senso di claustrofobia allo spettatore che si troverà ad affrontare con il sorriso, una situazione nella quale lui stesso potrebbe venire a trovarsi. Una tragedia quindi che fa riflettere, un modo di esprimersi profondo e ridanciano che solo la grande commedia di De Filippo era riuscita prima a rappresentare. Una storia che parla soprattutto di noia, caldo, deviazione ai propri compiti per insoddisfazione alla propria vita: ognuno non è per niente felice di quello che è e di cosa fa. Il film è stato presentato nell’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella Sezione dedicata alle Giornate degli Autori.
data di pubblicazione:14/09/2024
Scopri con un click il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Set 11, 2024
(Roma Europa Festival 2024)
Il 9 e 10 settembre alle 21 è tornato, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”, il coreografo Rachid Ouramdane con la nuova creazione per il Ballet du Grand Théâtre de Genève. In OUTSIDER ventuno danzatrici e danzatori e quattro acrobati sono i protagonisti di una performance che associa la danza all’equilibrismo, legando terra e cielo nel segno della leggerezza. È un movimento ipnotico, ripetuto ed in continua evoluzione con direzioni definite come solo uno stormo di uccelli sa fare, che celebra le potenzialità del collettivo e mette in discussione la gravità aprendo nuovi orizzonti al movimento (foto Gregory Batardon).
Dialoga con l’altezza e la leggerezza Rachid Ouramdane, il coreografo di origini algerine di stanza a Parigi, dove dirige il Théâtre National de la Danse. La sua ultima creazione, in prima nazionale a Romaeuropa Festival, Outsider, nasce dall’invito del collega Sidi Larbi Cherkaoui, dal 2022 alla guida del Ballet du Grand Théâtre de Genève, a realizzare un progetto per tale compagnia. E così Ouramdane continua ad aggregare le arti performative, associando quattro highliner ai danzatori, alla ricerca di nuovi volumi e nuove connessioni per un teatro delle diversità e delle inclusioni.
Da anni studia il comportamento degli storni e la una scrittura coreografica è proprio sviluppata per sciami, con tutti gli interpreti del gruppo pronti a spiccare il volo. Nei costumi tra il beige e il nero di Gwladys Duthil, la danza si sviluppa su due piani, il primo sul palco, con dinamiche circolari e costruzioni di gruppo protese verso l’alto, ed il secondo aereo, con gli acrobati che entrano in scena nella loro eterea diversità, dotati di scarpe speciali e imbracature che li collegano alle funi sospese, come uccelli in sosta sui fili elettrici lungo le funi che si intersecano, con diverse angolazioni, segmentando geometricamente la scena in un quadro astratto, enfatizzato dallo splendido disegno luci di Stéphane Graillot.
Un frenetico gioco di luci e di linee sostenuto dalle ossessive note del compositore minimalista Julius Eastman, secondo uno schema di continue evoluzioni dei performer, che si raggruppano, si intrecciano, si disperdono senza però trovare vie di fuga. Responsabilità individuali e comportamenti di gruppo, in una visione rigorosamente egualitaria della collettività.
data di pubblicazione:11/09/2024
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Set 11, 2024
Siamo sul finire del 1700 quando Philippe Clicquot, proprietario di numerosi vigneti nella regione dello Champagne, decide di affidare la propria azienda al figlio François che sposa, giovanissimo, la ventenne Barbe Nicole Ponsardin. Seppur combinato, il matrimonio è molto felice e tra i due nasce una profonda intesa destinata a durare nel tempo. Ma l’improvvisa morte di François porterà la giovane vedova ad affrontare importanti decisioni.
Inizialmente osteggiata per la sua inesperienza dal suocero, che avrebbe preferito vendere al confinante Monsieur Moët i vigneti già fortemente in perdita a causa della eccentrica e non convenzionale gestione del suo giovane rampollo, Barbe Nicole contro il parere di tutti decide di proseguire l’attività del marito. Si farà affiancare da Louis Bohne, un commesso viaggiatore che lo stesso François aveva assoldato per ampliare l’attività. Questi le proporrà di esportare in Russia, nazione dove sino ad allora nessuno aveva osato spingersi. L’idea frutterà alla coppia in affari i primi insperati guadagni. Ma nel 1811 una vendemmia eccezionale chiamata “cometa” perché avvenuta in occasione del passaggio di una stella cometa nel cielo della regione dello Champagne (che pare favorì un’annata destinata a rimanere nella storia), suggellerà il successo della vedova Clicquot ed del suo omonimo champagne.
La pellicola, ambientata durante le guerre napoleoniche e prodotta da Joe Wright (regista di film quali Orgoglio e pregiudizio, Espiazione e Anna Karenina), è basata sulla storia vera della Grande Dama dello Champagne che a soli vent’anni rivoluzionò l’industria del settore sfidando la famiglia e lo stesso codice napoleonico che, fatta eccezione per le vedove costrette dalle circostanze a prendere il posto dei mariti, non riconosceva alle donne alcuna attività imprenditoriale. Presentato nel 2023 in anteprima mondiale al TFF e successivamente alla Festa del Cinema di Roma, il film seppur ambientato in Francia ricorda le atmosfere di una certa cinematografia anglosassone in costume, oltre a vantare una fotografia che ci fa quasi sentire l’odore dei vigneti e dei suoi preziosissimi acini, in particolare nelle scene in cui Barbe si dedica alla chimica del suolo, accasciandosi sul terreno per cantare ai suoi vitigni, sino all’assaggio ripetuto del suo prodotto e al lungo studio delle tecniche di imbottigliamento. Ottimo il cast di attori, tra i quali spicca proprio Haley Bennet che infonde al suo personaggio lo spessore di una figura femminile all’avanguardia, appassionata, creativa; la affiancano un intenso Tom Sturridge nel ruolo di François ed un bravissimo Sam Riley che interpreta Louis Bohne. Il film, che non pecca certo di originalità per il tema trattato, rientra con merito nel novero di quelle pellicole che puntano un faro sul coraggio di certe figure femminili che hanno fatto la differenza in ambiti, sino ad allora, di esclusivo appannaggio maschile.
data di pubblicazione:11/09/2024
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniele Poto | Set 11, 2024
Il trionfo della comicità con Greg, Lopez, Battista
Stagione 2024-2025 all’insegna della sintesi tra mattatori della risata, danza, tango e concerti. L’occhio al botteghino per assecondare le attuali linee di tendenza e la passata risposta del pubblico.
La destinazione fondi del PNRR sta provvedendo a rendere pienamente agibile il Teatro Olimpico che ieri ha fatto ricorso al prestito della Sala Casella presso la Filarmonica romana per presentare la nuova stagione. Assi nella manica i comici. Con quantitativamente Maurizio Battista, ormai resident, a fare la parte del leone, feste incluse con uno spettacolo che si arricchisce di collaborazioni ed effetti superando lo schema degli inizi, la comicità da bar. Lo spazio che gli viene concesso (11 dicembre 2024-16 febbraio 2025) testimonia fedelmente la fiducia in lui riposta dal direttore artistico Lucia Bocca Montefoschi. Ed è la stessa formula quella di Battista, mutatis mutandis, che adottano gli altri assi nella manica di stagione Greg, naturalmente in compagnia di Lillo e di fidati collaboratori, nel MovieERCULEO), doppi sensi inclusi, maiuscole e minuscole esatte, rivisiterà il mondo del cinema per generi, con tanto di colonna sonora umana. Tutti sketch nuovi, tranne uno fortemente collaudato A far compagnia a Lopez (20 novembre-1° dicembre) invece l’inseparabile Tullio Solenghi con Dove Eravamo rimasti. Lopez sarà Sgarbi in una lezione magistrale densa di temi difficili, Ma, ambiziosamente, il comico si cimenterà anche nel’imitazione di un Mattarella che si confronterà nientemeno che con Papa Bergoglio. Sempre sul filone degli incassi garantiti la rivisitazione teatrale del cult cinematografico Sapore di mare, operazione conferita a Fausto Brizzi. Anche in questo caso cinema, canzone e teatro si confondono in un pout pourri strumentale che si vorrebbe efficace. Di tutt’altro genere in cartellone nella prossima primavera (20-30 marzo 2025) dove spicca Slava’s Snowshow, proposta che prende il nome dal geniale inventore, premiato in tutta Europa con uno spettacolo itinerante che è giudicata un’autentica esperienza emozionale. Ma nel frullatore del cartellone c’è anche Morricone jr che dirige la musica del grande padre, il comico emergente Emiliano Luccisano . In più i Momix ormai di casa, il tango del grande Miguel Angel Zotto, la Parson Dance. Conferendo alla danza un sipario speciale e un indiscussa leadership.
data di pubblicazione:11/09/2024
da Daniela Palumbo | Set 10, 2024
Prisca e Guy stanno per separarsi. Annunceranno la decisione ai propri figli, ancora piccoli, dopo un’ultima vacanza da trascorrere tutti insieme, in un resort tropicale. Ma la spiaggia esclusiva che condivideranno con altri “fortunati” turisti – pochi prescelti con qualcosa in comune – si rivelerà presto una trappola infernale. In quel luogo stregato tutti invecchiano rapidamente, mentre qualcuno li osserva, non visto, dall’esterno. Per loro, cavie inconsapevoli di folli sperimentazioni, è impossibile fuggire. Impossibile fermare il tempo…
Liberamente tratta da Château de sable, graphic novel francese datato 2010, approda su Netflix questa pellicola di Shyamalan dal titolo impietosamente conciso: Old. Un monosillabo, un’unica cellula che vorrebbe contenere in sé un mondo, in sintesi o in embrione. Ricettacolo di reminiscenze e suggestioni narrative e cinematografiche. Old. Ovvero nulla di nuovo.
Il luogo fisico – teatro dell’azione – di questo fantamistery è lo scenario “paradisiaco” per eccellenza: la spiaggia (quasi) deserta, destinazione da sogno per soggiorni idilliaci. La vediamo qui rappresentata ora con toni macabri (onde insidiose si alternano a rocce impervie e a crepacci senza via d’uscita) ora con accenti parodistici (una gravidanza inattesa si compie in tempi da record in questa Blue Lagoon tinta di noir). L’intero dramma, forse svelato troppo precocemente, si concentra in poche ore, che contano come anni. La vita si contrae in uno spazio ristretto, e in egual misura il tempo si riduce, sotto l’occhio vigile di un Grande Fratello in versione scienziato pazzo, che osserva imperturbabile dall’alto del suo laboratorio.
Ripercorrendo lo schema classico della fiaba, la storia propone una parata – a tratti grottesca – di eroi ed antieroi. C’è l’uomo impavido che sfida il destino a costo della propria vita. C’è la donna – maga o strega – la cui bellezza esteriore finirà per contorcersi in mostruose metamorfosi. In veste di “aiutante”, c’è lo gnomo/bambino grazie al quale i due sopravvissuti risolveranno l’enigma nodale. E saranno loro, fratello e sorella – novelli Hansel e Gretel sin troppo cresciuti – a cercare, fino all’ultimo respiro, la salvezza. Mettendo a frutto l’ingegno senza rinunciare all’immaginazione, residuo d’infanzia. In questo bailamme di rimandi tragicomici sgranati in rapida sequenza, un messaggio (affidato alla discreta interpretazione di Vicky Krieps e Gael Garcia Bernal, Prisca e Guy) risulta comunque apprezzabile. A noi che inseguiamo il tempo, rincorriamo il tempo, volendo anticipare, precorrere, e abbiamo troppa fretta (Non vedo l’ora di sentire la tua voce quando crescerai – dirà la madre Prisca alla piccola Maddox) viene posto dinanzi uno specchio. Dove le nostre “brame” sono mutate in incubi. E dove tutto quanto rischia di essere annientato in pochi attimi. Nel male e nel bene (Stavamo litigando per qualcosa? Non me lo ricordo più…) cancellato, dissolto. Come fa il mare con le orme o con le scritte sulla sabbia. E persino coi castelli.
data di pubblicazione:10/09/2024
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Set 10, 2024
2142 in un lontano pianeta “colonia mineraria”… Un gruppo di giovani decide di cogliere l’opportunità di fuggire dall’insalubre pianeta in cui sono destinati a lavorare ed a passare le loro vite. Contano di impadronirsi di una stazione spaziale abbandonata ed alla deriva nello spazio. Vogliono recuperare i moduli per l’ibernazione prima di affrontare il lungo viaggio verso un pianeta più accogliente. Ma… la stazione spaziale non è deserta come credono…
Ci sono film che hanno segnato un’epoca e sono nella storia della Settima Arte. Chi ama veramente il Cinema potrà pure non apprezzare il genere, ma non potrà non conoscere il mitico film di Ridley Scott: Alien. Era il 1979!
Poteva avere ancora un futuro cinematografico una Saga iniziata 45 anni fa dopo ben sei episodi non tutti eccezionali? Ebbene, la risposta è venuta dal talentuoso cineasta uruguaiano esperto di film del terrore. Alvarez ha avuto la capacità di fare del nuovo con del vecchio. Il suo film rende infatti un vibrante omaggio ai modelli iniziali ben attento però a non scivolare nella nostalgia. Trova il giusto equilibrio collocando il suo nuovo episodio fra il capolavoro di R. Scott e l’altrettanto mitico seguito di J. Cameron: Aliens (1986). La messa in scena e gli effetti speciali sono assolutamente coerenti con i due precedenti film in un giusto mix di passaggi obbligati e di situazioni nuove. Solo i protagonisti sono astutamente distanti dai soliti eroi della Saga e sono semplicemente dei giovani adulti. Ne risulta un lavoro più che apprezzabile che per qualità e solidità può senza dubbio porsi al terzo posto subito dopo l’originale di Scott e quello di Cameron. La sceneggiatura è perfetta, la regia impeccabile, il casting dei giovani è solido e credibile. La storia alterna abilmente elementi conosciuti con altri del tutto inediti ma sempre coerenti con lo spirito e la logica della vicenda. Gli effetti speciali non sono da meno dei precedenti. La mostruosa creatura torna ad avere un aspetto più astratto tanto più inquietante ed incombente tanto meno è visibile.
Con un notevole lavoro di direzione artistica Alvarez è veramente bravo a fondere in un nuovo e verosimile intrigo lo stile visuale, le atmosfere, gli ambienti e le dinamiche dei due primi film. Il regista divide il suo racconto in due parti. La prima serve ad introdurre i personaggi, tutti plausibili e reali ed a definire i ruoli ed i legami fra loro. La seconda è all’altezza delle più ottimistiche attese ed è un fuoco di fila di angoscia, terrore, ansia coadiuvato da un montaggio incalzante sostenuto da una banda sonora perfetta. Le infinite citazioni degli altri film faranno la gioia degli appassionati.
Alien: Romulus è senza dubbio un film più che soddisfacente, singolare, simbolico, riuscito ed efficace. Un esercizio di stile che conferma le doti di Alvarez e fa rinascere dalle sue ceneri la Saga e la innova. Ne saranno contenti i fan vecchi e nuovi della fantascienza e dell’horror.
data di pubblicazione:10/09/2024
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniele Poto | Set 9, 2024
Un road movie che curiosamente passa su Netflix senza trovare per ora un adeguato passaggio nei circuiti italiani. Eppure trattasi di un blockbuster di sicuro richiamo adrenalinico se ci si abbandona al parossistico climax dei film americani al di là di ogni possibile verosimiglianza. La copia Wahlberg (stranito quanto basta)-Berry funziona. Lei, abbandonati i ruoli sexy che sfruttavano il suo corpo statuario, è un agente segreto a prova di stuntwoman.
Union è un corpo parallelo al servizio degli Stati Uniti. Come la Cia o l’Fbi. Omogeneo alle altre istituzioni ma fino a un certo punto. Gioco di spie con tradimenti anche familiari. La prerogativa del film è il ritmo, Tenerti sempre sulle spine muovendo continuamente possibili sorprese. Così il protagonista maschile viene rimosso dalle pigre e consolidate abitudine per diventare un punto di forza di questa Spectre. Un film che non lascia tracce o segni ma che comunque tiene inchiodato lo spettatore anche se la fine è nota, l’happy end e la storiellina d’amore dietro l’angolo. Progressivamente un senso di ripetitività ti coglie nell’orgasmo della concitazione fatta di inseguimenti, cruente esecuzioni e giravolte narrative. Come se l’opera lasciasse una traccia per un possibile sequel. Wahlberg è sornione quanto basta. Produzione che non bada a spese e che nel momento clou si arrocca addirittura nella meravigliosa Istria da cartolina con il facile riconoscimento di Capodistria. L’ironia nei dialoghi è sempre dietro l’angolo, a volte celata ma se attenti si può cogliere. Tra l’altro la realtà non è troppo diversa considerando tutte le guerre scatenate dagli Usa in giro per il mondo con il pretesto di restaurare la democrazia. I cattivi nel film sono inevitabilmente i russi e gli iraniani. Ma tratti si può collaborare anche con loro perché il mondo delle spie gode di una narrazione imperscrutabile.
data di pubblicazione:09/09/2024
Scopri con un click il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…