The Sweet Sixties: Narrazioni di Moda

The Sweet Sixties: Narrazioni di Moda

Mostra-performance a cura di Stefano Dominella e Guillermo Mariotto
Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo – Roma
Armerie Superiori
27 marzo 2023 – 21 maggio 2023

La Swinging London, la minigonna di Mary Quant, le visioni da indossare di Ossie Clark, le vetrine coloratissime di Carnaby Street a Soho e lo sbarco sulla Luna: l’eredità associata all’immaginario estetico degli anni Sessanta costituisce un bacino semantico reinterpretabile sotto molteplici aspetti. Età violentemente rivoluzionaria soltanto nel suo epilogo, lo scenario degli anni Sessanta agisce in realtà come nume tutelare delle contaminazioni visive tipiche del mondo della moda.

Di qui la volontà di indagare il lato straordinariamente dolce della decade “fluttuante” – così il settimanale Time definiva Londra nel 1966 – attraverso un’antologia fatta di atmosfere e citazioni raffinatamente sixties.

Dopo i capitoli Robotizzati – Esperimenti di Moda (Palazzo Wegil 2020), Favole di Moda (Teatro Torlonia 2022) e Roma è di Moda – Via Veneto edition ( Via Veneto 2022), e dopo un’accurata ricerca avvenuta in importanti archivi storici come AnnaMode Costumes, Modateca Deanna, archivio Max Mara e Ken Scott, archivio Doria 1905, Stefano Dominella, curatore della performance insieme a Guillermo Mariotto attinge nuovamente alla moda presentando The Sweet Sixties. Narrazioni di Moda presso il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma.

 

Cinquanta look che attraverso l’upcycling uniscono capi storici, vere icone di stile, con abiti e accessori recuperati nei mercatini e nei negozi vintage i quali rappresentano in questo momento il vero trend della moda internazionale, adottato soprattutto dalle giovani generazioni che amano recuperare dal passato per renderlo contemporaneo. Con le scenografie di Virginia Vianello, protagonisti, ancora una volta, gli abiti. Ecco le tinte audaci e naturalistiche firmate dalla genialità creativa di Ken Scott, definito “il giardiniere della moda” proprio per le sue stampe floreali. E poi i lembi di pelle coperti soltanto da 40 cm di tessuto di Mary Quant, fino ai motivi futuristici disegnati da Courrèges, Paco Rabanne e Pierre Cardin. Come non citare i colorati cappotti di Max Mara, rubati al guardaroba maschile e reinterpretati con tinte vivaci. La moda degli anni Sessanta ha riscritto e reimmaginato la silhouette di un’intera generazione. Abiti, scarpe, dischi e accessori – tutto ciò che, in una parola, costituisce lifestyle – diventano il manifesto poetico per raccontare le dolcezze di quegli anni.

Sono gli anni in cui nasce l’industria delle calze e dei collant, in cui alla cotonatura si sostituisce la linearità tagliente del caschetto, in cui l’alta moda comincia ad attingere dal basso. Sono anche gli anni in cui il poliedrico Elio Fiorucci inventa (e vende) uno stile di vita fatto di jeans e t-shirt con angioletti e cuoricini dando vita ad una vera e propria subcultura internazionale. Subcultura che, a partire dal bersaglio stilizzato della Royal Air Force inglese (s)cucito sui giacconi Parka dei giovani Mod alle prese con il blues e la musica beat, in Italia intercetta le lunghezze d’onda propagate dagli specchietti colorati degli scooter, della Vespa e della Lambretta.

Cinquanta creazioni per cinque capitoli, cinque sale, cinque filoni narrativi per raccontare la parte più leggera e sognante degli anni Sessanta. Un esperimento che, facendo suo il linguaggio della contaminazione visiva e dell’upcycling, guarda alla moda di quegli anni come ad un archivio da consultare e valorizzare attualizzando l’identità culturale di una decade complessa e multiforme.

Tutto prende inizio da Carnaby Street, la prima sala, con due look creati e curati da Guillermo Mariotto, co-curatore della performance, che troneggiano al centro dell’ambiente. Ecco le passanti, le cui mise riproducono il look di giovani donne alle prese con una sessione di shopping nelle boutique cult di Londra.

Il secondo capitolo riflette invece sulle libere associazioni vestimentarie: da una parte le stampe naturalistiche, rigogliose anche attraverso il plumage coloratissimo di Ken Scott, dall’altra il denim e gli angioletti dichiaratamente pop di Fiorucci.

Si arriva così alla terza sala, realtà in cui sono le atmosfere lunari di Courrèges, Pierre Cardin, Paco Rabanne, Valentino Garavani ad essere riscoperte sotto forma di metallo, pvc e cappelli a mo’ di casco. Un presagio stilistico, quello della Space Age, che di lì a poco vedrà un uomo solcare il suolo lunare per la prima volta.

E poi è la volta dei colori e dei ricami con cui l’alta moda vestiva i borghesi per le grandi occasioni – le tinte audaci, il glamour e le paillettes iridescenti rivivono grazie ad una selezione di abiti d’archivio tra cui quelli della sartoria Battilocchi, Jole Veneziani, Gattinoni, Lancetti, Mila Schön e Carosa.

Infine, nella sala Optical, il ritmo degli Sweet Sixties rallenta e si sofferma sull’accostamento geometrico dei due colori (non colori) per antonomasia: il bianco e il nero. Si finisce con il celebrare l’arte – si citano il testamento creativo di Giuseppe Capogrossi e l’operato dei Pittori maledetti di Roma – e con il ricordare la straordinaria potenza evocativa della moda, che questo progetto in fieri utilizza come sistema d’indagine e di ricerca dai contorni mobili e sfumati per rileggere un’epoca sospesa tra mille possibilità. Bella, dolce e moderna come allora.

data di pubblicazione:07/04/2023

AIR – LA STORIA DEL GRANDE SALTO di e con Ben Affleck, 2023

AIR – LA STORIA DEL GRANDE SALTO di e con Ben Affleck, 2023

Agli inizi degli anni Ottanta il prestigioso marchio Nike, con la sua divisione riservata al basket, deteneva solo una piccola fetta del grande business legato a questo sport. Grazie all’intuito di Sonny Vaccaro, manager addetto alle sponsorizzazioni, si riesce in extremis a legare la Nike al giovane Michael Jordan, allora pressoché sconosciuto, ma destinato a diventare a breve il campione assoluto del basket americano. Nasce così il brand “Air Jordan” che nel corso degli anni ha fatto realizzare alla società miliardi di dollari di fatturato.

Questo film, che vede Ben Affleck nella veste sia di protagonista sia di regista, offre un’occasione per riflettere sul funzionamento del mondo del business legato allo sport, soprattutto nella cultura americana, dove è possibile arricchirsi grazie all’intuito e al fiuto per gli affari che è proprio di quella società.

Il regista è stato bravo nell’individuare in Matt Damon, un poco appesantito dagli anni e dalla pancia, l’interprete giusto per caratterizzare una personalità che sintetizzasse al meglio lo spirito imprenditoriale da un lato e il coraggio di rischiare il tutto per tutto dall’altro, pur di raggiungere il proprio obiettivo. Nei suoi modi di fare, a volte canzonatori a volte al limite dell’arroganza, riscontriamo quell’entusiasmo di colui che sta portando avanti una propria idea, una propria convinzione nei confronti dei suoi capi che all’inizio non riescono a vedere la possibilità di cambiare le sorti della società. Uno sguardo critico, in senso tutto positivo, alla società americana che con i suoi evidenti limiti e contraddizioni è però capace di offrire a chi ama rischiare tutti i presupposti per diventare ricco e famoso.

Il ritmo è incalzante e non lascia il tempo per seguire i dialoghi serrati, soprattutto se il film viene visto in versione originale che qui si consiglia. Molta azione tra i vari personaggi che ruotano poi intorno alla figura principale di Michael Jordan, che però di fatto si intravede sempre di sfuggita e che non si sente mai esprimere una parola. Sembra quasi una marionetta spilungona, senza voce in capitolo e abilmente manovrata dalla madre, una bravissima Viola Davis, unica consapevole del talento del proprio figlio, destinato a diventare la star indiscussa del basket di tutti i tempi. Merito del regista anche quello di gettare uno sguardo sul lato positivo di questo enorme generatore di denaro dal momento che una volta tanto, dietro al business, si nasconde anche uno spirito filantropico. La famiglia Jordan, che impose nel contratto una partecipazione agli utili derivanti dalla vendita di prodotti sportivi contrassegnati con il marchio Air Jordan, destinò queste ingenti somme per promuovere iniziative nel campo dello sport e quindi per aiutare i giovani sportivi con spiccato talento.

Un film quindi che parla di sport, ma anche di temi sociali e con il quale Ben Affleck sembra essere riuscito a far interpretare ai suoi attori personaggi realmente esistiti, rendendoli protagonisti di una storia che ha fatto realmente “storia” dell’immaginario collettivo americano.


Scopri con un click il nostro voto:

RAGAZZE AL MURO, di e con Eleonora Danco

RAGAZZE AL MURO, di e con Eleonora Danco

(Teatro Vascello, 4/7 aprile 2023)

La ragazzaccia ai muro rivisita un testo di 27 anni fa che non ha bisogno di  furbe riattualizzazioni ma semmai di una riverniciatura con il contraddittorio della partner dissonante Bartoni. Il Danco fan funziona, visto che all’orario d’inizio della prima c’è una fila di venti metri al botteghino.

La coatta androgina sprizza vitalità nello spettacolo più corto nel nostro vagabondare cinquantennale per i teatri italiani. Mezz’ora di rappresentazione monologante ad alta condensazione drammatica. C’è la Roma dolente delle periferie non più pasoliniane con momenti di pregnante illuminazione comica. Come la traumatica visita dal ginecologo. La Danco è talmente brava che bypassa il gap generazionale rispetto al personaggio descritto.  Nonostante la staticità di un dialogo surreale davanti alla fermata di un autobus invariabilmente perso, la scena si colora di un florilegio di movimenti. Persino con i movimenti di un taekwondo che in questo caso più somiglia al karate. La Danco generosamente si spende spandendo fisicità e contaminando il pubblico con un romanesco facilmente comprensibile. La fidanzatina spaurita di “Un  medico in famiglia” è ormai una matura one woman show. La metafisica dello spettacolo restituisce il clima di una dolente solitudine che non ha speranze di riscatto e di affermazione. Un vuoto che l’aggressività del linguaggio tenta di negare con tutti i mezzi. Ma non ci riesce. Quei corpi, quelle parole in libertà disegnano un destino alla cui irredimibilità non si potrà sfuggire. E la musica è la colonna serena di un muro che separa le storie segnate da quelle che potranno avere un percorso oltre la barricata, al centro, dove c’è ancora una ratio e una direzione. La Danco ha raccolto tutta la propria produzione in un agile volumetto pubblicato nel 2022


Il nostro voto:

STRANIZZA D’AMURI di Giuseppe Fiorello, 2023

STRANIZZA D’AMURI di Giuseppe Fiorello, 2023

Estate 1982 in un tipico paesino della Sicilia. Tutti in fermento per i mondiali di calcio, mentre la nazionale italiana si avvia a conquistare il titolo mondiale giocando contro la Germania. Gianni e Nino, che si erano conosciuti per caso, vivono questi giorni in uno stato euforico diverso. Al contrario degli altri, non si curano delle vicende calcistiche, ma sono solo concentrati su se stessi e sul loro rapporto che non è solo di semplice amicizia…

 Uscito nella sale oramai da qualche giorno, sembra che il film d’esordio di Giuseppe Fiorello, per la prima volta in veste di regista, abbia scosso favorevolmente la critica che si è pronunciata molto bene su questo lavoro, ispirato peraltro da un fatto di cronaca realmente accaduto negli anni Ottanta.

Non si è trattato solo di raccontare una storia, ma forse il pretesto per parlare della sua Sicilia che ora lui stesso vede con gli occhi di chi è andato via dall’isola per approdare sul continente, gli occhi che sanno guardare meglio i contrasti culturali e ambientali di una terra meravigliosa, ma anche per certi aspetti dannata. In quegli anni, infatti, la Sicilia era il riflesso deformato di una realtà tutta italiana, campioni del mondo non solo per il calcio, ma anche per una palese grettezza che caratterizzava il tessuto sociale dell’epoca. Ecco che il regista ci immerge in quel torpore, in quell’afa estiva siciliana dove ogni cosa sembra prendere forma e valore, muovendosi lentamente come sotto l’effetto di un lievito. Intrecciare quindi una vicenda che coinvolge due giovani che stanno vivendo la loro prima adolescenza, quasi da adulti responsabili, per approdare in una vita tutta nuova da vivere con forza, con una coscienza conquistata con il dolore di chi si sente emarginato e bullizzato.

Il regista non si dilunga in riflessioni, ma fa parlare le azioni, creando di proposito un susseguirsi di personaggi perfettamente delineati in modo tale che ai due protagonisti, Gianni e Nino, sia possibile di esporsi sempre più apertamente e di completarsi agli occhi dello spettatore. Pur in presenza di qualche sbavatura nella sceneggiatura e di qualche immagine forse un po’ troppo patinata, Fiorello ha saputo ben dosare lo svolgimento di un tema come questo evitando innanzi tutto, pur restando fedele alla realtà dei fatti, l’ovvio e il prevedibile. Tutti i personaggi che ruotano attorno ai due giovani (interpretati da Samuele Segreto e da Gabriele Pizzurro) si muovono in cerca di risposte che non trovano, si pongono troppe domande che continueranno a portarsi dentro.

Forse lo spettatore attento troverà invece le riposte adatte e sarà capace di scorgere, in quell’inutile tragico epilogo, il motivo di una rinascita e di una ribellione. Perchè come ci ricorda lo stesso Battiato nella sua indimenticabile canzone che dà il titolo al film: “ man manu ca passanu i jonna sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa ‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra mi sentu stranizza d’amuri…”.


Scopri con un click il nostro voto:

 

LA MADRE DI EVA, adattamento e regia di Stefania Rocca

LA MADRE DI EVA, adattamento e regia di Stefania Rocca

(Teatro Il Parioli – Roma, 27/28 Marzo 2023)

Dopo anni di confusione e sensi di colpa, resistenze e vani tentativi di dissuasione, una madre si rassegna alla fine ad accettare che la figlia realizzi il proprio sogno e diventi a tutti gli effetti un ragazzo. Eva sarà riconosciuta per quello che da sempre sente di essere, vale a dire Alessandro. Uno scontro che diventa incontro tra due generazioni che si sforzano di comprendersi e di imparare a considerare la validità delle rispettive posizioni…

 

Questi tempi turbolenti che stiamo vivendo, assediati da mille problemi interni e internazionali, con rischi incombenti sulle nostre già malferme convinzioni, tra le tante negatività sono riusciti almeno in parte a risvegliare nella coscienza di molti una consapevolezza che non si era mai finora realizzata. La pubblica opinione, soprattutto con riferimento alla generazioni con alle spalle qualche decennio, si trova oggi, suo malgrado, ad affrontare problematiche che, un poco per ignoranza un poco per puritanesimo, disconosceva o che riteneva non la riguardasse. Stefania Rocca mostra oggi una lodevole sensibilità nel ricucire per il teatro l’adattamento del romanzo La madre di Eva di Silvia Ferreri, finalista al premio Strega nel 2018. Oltre alla sensibilità, viene qui evidenziato un certo coraggio ad affrontare senza reticenze il problema dell’identità di genere, e quello ancor più importante dell’intervento chirurgico per far apparire il proprio corpo per quello che è nella sostanza e non nell’apparenza. Da un lato una madre che si sforza di comprendere del perché di un frutto, quello suo, mal riuscito e dall’altro una figlia/figlio che si sforza di far comprendere che la sua è proprio un’esigenza imprescindibile per continuare a vivere nel proprio ambito familiare e sociale. Le riflessioni rivolte al pubblico, da una sala d’attesa di un ospedale serbo dove la figlia sta per essere sottoposta ad una operazione per rimodellare il proprio corpo, sono frutto di anni di accese discussioni che hanno da sempre avvelenato e comunque condizionato il loro rapporto affettivo. Ecco che si mette in gioco quel meccanismo delicato che andrà a stabilire le regole dello scontro, ma se lungo sarà il percorso da entrambe le parti alla fine prevarrà il buon senso, il sentimento istintivo di una madre verso la figlia che non si potrà mai negare perché è l’unico cardine che regge le sorti di tutto il suo mondo. Merito indiscusso di Stefania Rocca, nei panni della madre, è quello di aver portato sulla scena una realtà che non è finzione, perché l’attore Bryan Ceotto che la affianca è direttamente e personalmente impegnato in questo processo di transizione, un percorso che modifica il corpo ma non l’identità. La sua recitazione è talmente appassionante e vera che lo spettatore non può che rimanerne coinvolto anche perché l’oggetto da affrontare è molto delicato e forse anche troppo pesante, ma mai ingombrante. Vari personaggi appaiono in sottofondo tramite proiezioni, elementi questi di un insieme che ci parlano per farci capire di che stiamo parlando. Una regia perfetta, una recitazione di intenso pathos per farci realizzare quanto stupidi siano i pregiudizi che ci portiamo dietro e quanto importante sia parlare di questi argomenti per abbattere ogni muro di indifferenza e di falso perbenismo.

data di pubblicazione:29/03/2023


Il nostro voto:

IL SOCCOMBENTE da Thomas Bernhard, riduzione di Ruggero Cappuccio, regia di Federico Tiezzi, con Sandro Lombardi

IL SOCCOMBENTE da Thomas Bernhard, riduzione di Ruggero Cappuccio, regia di Federico Tiezzi, con Sandro Lombardi

(Teatro Vascello – Roma, 21/26 marzo 2023)

Continua l’indagine della Compagnia Lombardi-Tiezzi sulle arti tratta dalla trilogia di romanzi dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard. Questo secondo capitolo dedicato alla musica segue Antichi maestri, che rifletteva invece sulla funzione dell’arte pittorica. In scena al teatro Vascello Il soccombente nella riduzione teatrale di Ruggero Cappuccio dalla traduzione di Renata Colorni. (foto di Giusva Cennamo)

 

 

 

Al centro della scena, alta e imponente, si staglia una cornice di luce a forma triangolare. La rigida geometria di questa immagine colpisce per eleganza e simmetria. L’occhio si abitua fin da subito a un’idea di perfezione. Non ci sono dubbi che si tratti della raffigurazione simbolica della relazione che lega i tre personaggi di cui narra la vicenda. Una relazione prima di tutto professionale nata anni prima al Mozarteum, prestigioso conservatorio musicale di Salisburgo, dove i tre avrebbero dovuto perfezionare la loro tecnica pianistica a lezione da Vladimir Horowitz. In realtà solo uno di loro riuscirà per tenacia, genialità e dote naturale ad arrivare alle vette della perfezione musicale e del virtuosismo artistico. È Glenn Gould, famoso per aver lasciato una delle più stupende esecuzioni delle Variazioni Goldberg di J. S. Bach. Nella struttura triangolare non può che occupare il vertice in alto, mentre gli altri due, Wertheimer e l’amico narratore della storia, sono destinati a rimanere schiacciati in basso e a soccombere. Al centro della scena un pianoforte Steinway che rimane però muto oggetto, più simile a un catafalco che a uno strumento di espressione artistica, simbolo di un potere distruttivo che può avere l’arte se presa come sfida e sconfitta anziché come esempio.

Fu proprio durante il primo ascolto delle Variazioni suonate da Gould che i due amici decisero di abbandonare lo studio del pianoforte, rinunciando per sempre alla carriera di concertisti. Fu quello il momento che decretò il loro fallimento, la loro frustrazione. Wertheimer infatti si sarebbe suicidato anni dopo, impiccandosi a pochi passi dalla casa della sorella che, stanca di essergli a servizio, lo aveva abbandonato al suo destino; mentre l’altro sarebbe rimasto a vagare per l’Europa torturato dai ricordi con il solo scopo di scriverne un libro.

La storia prende forma proprio da ciò che vive nella memoria del personaggio narratore impersonato da Sandro Lombardi. Un uomo ormai anziano ossessionato dal ricordo di Glenn Gould, il quale non compare però in scena se non rievocato in immagini di repertorio proiettate da uno schermo. Con lui sul palco appaiono due figure evanescenti, i fantasmi di Wertheimer e della sorella di questo, a cui danno corpo Martino D’Amico e Francesca Gabucci. Sono gli interlocutori di un dialogo interiore, che rimangono incastrati in una luce secondaria, irreale, mai diretta e naturale come quella che illumina il personaggio narrante. Sono il giusto contrappunto che nella partitura registica di Federico Tiezzi si accompagna alle inconfondibili sonorità della voce di Sandro Lombardi, nonostante il testo drammaturgico non sembri andare oltre o stravolgere la struttura linguistica e narrativa del romanzo. La melodia si arresta definitivamente sul finale, quando senza riuscirci il narratore si siede sullo Steinway per un ultimo inutile tentativo di farlo suonare. La verità è che l’uomo è infelice nella sua essenza, impossibilitato a raggiungere la perfezione. Non gli resta che aspettare muto la morte che venga a liberarlo.

data di pubblicazione:25/03/2023


Il nostro voto:

FUCKED di Penny Skinner, regia di Martina Glenda, con Chirastella Sorrentino

FUCKED di Penny Skinner, regia di Martina Glenda, con Chirastella Sorrentino

Fucked ovvero il teorema della relazione impossibile. Incastrata nella cornice di una favola, una donna si guarda allo specchio e ripensa a tutte le relazioni di amore finite male, a quante volte la vita l’ha fottuta.

 

Capita nella vita che per poter prendere una decisione, o solo per tirare avanti, bisogna fermarsi e guardare indietro. A volte succede anche di chiedersi da dove si è partiti per arrivare a vivere una condizione che non ci piace. Partendo da un oggi che nella pièce Fucked di Penny Skinner è il 2008, la protagonista di questo racconto ripercorre a ritroso le tappe che hanno segnato il fallimento che grava sul suo presente. Si chiama semplicemente F il personaggio del divertente monologo con il quale l’autrice si è fatta conoscere a un pubblico più ampio. Cerca di guadagnarsi da vivere ballando in un locale frequentato da soli uomini. Ma l’approccio con l’altro sesso si rivela sempre un fallimento sotto un duplice aspetto. Dal punto di vista economico, perché ha la sfortuna di avvicinare solo clienti squattrinati che si riempiono la bocca di storie false sulla loro posizione lavorativa. Ma anche e soprattutto per l’illusione che le danno di essere quel principe azzurro che sognava di incontrare da ragazzina. Le delusioni si ripresentano di regola ogni anno sempre la notte di capodanno. Gli uomini che incontra sono una fregatura costante. Le lasciano addosso sempre quel senso di colpa che si prova dopo una notte di sbronza che lei descrive come l’angoscia degli scemi, usando una parola in norvegese.

“È tutta colpa di Briget Jones …” e delle favole che ti raccontano da bambina, quando immagini che prima o poi verrà un principe azzurro a salvarti. Una favola simile la inventò anche lei quando era piccola e ora se la ritrova tra le mani scritta in un quaderno che sfoglia nella solitudine della sua stanza. Un principe, il più valoroso e forte di tutto il reame, si innamora di una seducente contadina. La passione tra i due amanti si infuoca, ma lui deve partire per terre lontane. La povera contadina non ha altra scelta che aspettare il suo ritorno. È la legge che governa queste storie. Ma nella vita reale il principe non torna e bisogna trovare un modo per andare avanti, o almeno per sopravvivere. L’anestetico F lo trova nell’alcol e nella droga. Non diventa tossicodipendente per disperazione o per trovare una soluzione semplice ai problemi della vita; semmai cade per ingenuità nelle trappole di un mondo sempre pronto a fottere chi è più debole.

F, in fondo, è un personaggio che ispira tenerezza e l’interpretazione di Chiarastella Sorrentino, un’attrice di simpatica e travolgente energia, ce lo fa amare. Racconta questa storia come se fosse realmente sua, sincera quando fa dell’autoironia, arrivando a far capire a chi la segue tutto lo sforzo che mette F per far fronte a ciò che per destino ineluttabile è più grande e difficile per una come lei. Non perde mai il contatto e la complicità con il pubblico, che per simpatia andrà sempre dalla sua parte. Nessuno verrà a salvarla e forse è meglio così. La contadina si stanca di aspettare l’amato e capisce che la realizzazione personale arriva da quello che lei può fare per sé stessa e non da quello che è in potere ad altri di fare. Dopotutto la vera fregatura sta nell’assunto … e vissero felici e contenti, che non si verifica mai.

Lo spettacolo, inserito nella programmazione della scorsa edizione di Trend al teatro Belli di Trastevere, è stato diretto da Martina Glenda e prodotto da Khora Teatro. La traduzione è di Francesca Romana degl’Innocenti e Marco Casazza. Chiarastella Sorrentino sarà impegnata nei prossimi giorni ne La madre di Florina Zeller con Lunetta Savino, in scena al teatro Quirino per la regia di Marcello Cotugno.

data di pubblicazione:18/03/2023


Il nostro voto:

UNO SGUARDO DAL PONTE di Arthur Miller, con Massimo Popolizio, Michele Nani, Raffaele Esposito, Lorenzo Grilli, Gaja Masciale, Felice Montervino, Marco Mavaracchio, Gabrielle Brunelli

UNO SGUARDO DAL PONTE di Arthur Miller, con Massimo Popolizio, Michele Nani, Raffaele Esposito, Lorenzo Grilli, Gaja Masciale, Felice Montervino, Marco Mavaracchio, Gabrielle Brunelli

(Teatro Argentina – Roma, 14 marzo/2 aprile 2023)

74 anni dopo la prima stesura di Arthur Miller (poi riveduta e corretta) un classico molto rinfrescato (troppo?). Popolizio artefice e insieme vittima del rango di mattatore, di riconosciuto n. 1 del teatro italiano. Ma il regista invade l’attore in uno spettacolo che dal dramma ha cadute quasi da music hall

Giochino impossibile ma Arthur Miller si sarebbe riconosciuto in questa versione che ha la volontà di riassumere tutto quello che è passato nella storia del teatro e nel cinema per le innumerevoli repliche del testo? Progetto ambizioso nella metabolizzazione che porta a risultati un po’ sconnessi. Popolizio è interprete potente che oggi nel mainstream non pretende di essere guidato se non da se stesso. Ovviamente il pubblico si riconosce nel suo estro che ammacca un po’ il fil rouge del dramma che da par suo è potente ma viene percepito come vintage e dunque ampiamente rimaneggiato. Alcuni ritrovati di scena sembrano pleonastici. Perché a esempio un telefono deve grossolanamente cadere dall’alto per riprodurre una voce con la sua artificialità? Non abbiamo l’età per testimoniare ma siamo sicuri che i vari interpreti tra palcoscenico e set come Van Heflin, Raf Vallone e Paolo Stoppa, abbiamo fatto ricorsi a toni così gridati e stentorei? In realtà un dramma teatrale ha bisogno di pause, sfumature, attimi trattenuti di attesa. E qui invece il ritmo è da puntillismo consumista. Piace al pubblico la gente che piace. E non c’è dubbio che Popolizio strapiaccia secondo un gusto di magnificazione attoriale che poggia solide basi del divismo e sul suo ruolo di n. 1 della scena. Ma se lui è gigante non per forza gli altri devono essere nani. Spicca nel cast la maestria del narratore, l’avvocato che raccorda i fili della tragedia e che si è rivelato impotente nel domare gli eventi luttuosi del plot.

data di pubblicazione:16/03/2023


Il nostro voto:

EMPIRE OF LIGHT di Sam Mendes, 2023

EMPIRE OF LIGHT di Sam Mendes, 2023

Un film sul disagio ma anche un film sul mito del cinema. Con la data ferma al 1980-1981. La protagonista sembra uscire dalla propria bipolarità quando lavorando nella sala per la prima volta riesce ad affacciarsi all’interno, ad ammirare una pellicola. Che nel caso specifico è Oltre il giardino con un meraviglioso Peter Sellers…

 

I criteri di assegnazione degli Oscar, si sa, sono arbitrari e molto americani. Ma per quanto c’è di ammirevole in questa proposta, ambientata nel Kent inglese, non avremo trascurato come attrice protagonista Olivia Colman sulle cui spalle si regge tutta la responsabilità del film drammatico che miscela troppi temi perché lo spettatore possa decantarli in due ore di visione. Cinema nel cinema o meglio cinema nella meccanica e nelle gerarchie di gestione di una sala dove il padre padrone (Colin Firth) approfitta ampiamente della propria posizione per sottomettere al ruolo di schiava sessuale l’instabile impiegata. Che però si ribella e mostra il lato peggiore in un impeto di ribellione che la conduce al ricovero psichiatrico. Di mezzo a sconvolgerla c’è anche la difficile relazione con un suo collega di colore attraverso cui scopre il profondo razzismo della società in cui vive. Dunque tanta carne al fuoco per un film che avrebbe avuto miglior fortuna circoscrivendo gli obiettivi. Però di bello e buono c’è tanto. Dalla splendida fotografia vintage a una colonna sonora abile nel restituire il clima di quaranta anni fa. Una sorta di Nuovo Cinema Paradiso. E la conclusione non è da happy end ma neanche troppo amara. La coppia problematica si separa ma la serenità della donna benedice il viatico del giovane che inaugura il nuovo corso riuscendo ad iscriversi alla facoltà di architettura per spiccare il volo nella vita dopo tanta infelicità. La Colman, anche nei contro piani, vale da sola e ampiamente il prezzo del biglietto.

data di pubblicazione:15/03/2023


Scopri con un click il nostro voto:

OSCAR 2023

OSCAR 2023

Everything Everywhere All at Once, secondo molti pronostici, ma anche con qualche scetticismo, è l’autentico trionfatore della notte degli Oscar 2023. Il film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert si aggiudica sette delle statuette più prestigiose: miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista (Michelle Yeoh), migliore attrice non protagonista (Jamie Lee Curtis), miglior attore non protagonista (Ke Huy Quan), miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio.

Nell’Olimpo dei premi più ambiti si ritaglia il suo posto Brendan Frase, per la sua commovente interpretazione in The Whale di Darren Aronofsky

La migliore sceneggiatura non originale è quella di Sarah Polley per Women Talking – Il diritto di scegliere.

Avatar – La via dell’acqua porta a casa i migliori effetti visivi.

Il miglior film d’animazione, invece, è Pinocchio di Guillermo del Toro.

Nessun risultato positivo per gli italiani in gara: Alice Rohrwacher, candidata con il cortometraggio Le pupille, e Aldo Signoretti, nella categoria del miglior trucco.

Qui di seguito la lista completa delle canditature e dei premi!

 

Miglior film

Everything Everywhere All at Once, regia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

Avatar – La via dell’acqua (Avatar: The Way of Water), regia di James Cameron

Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin), regia di Martin McDonagh

Elvis, regia di Baz Luhrmann

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues), regia di Edward Berger

The Fabelmans, regia di Steven Spielberg

Tár, regia di Todd Field

Top Gun: Maverick, regia di Joseph Kosinski

Triangle of Sadness, regia di Ruben Östlund

Women Talking – Il diritto di scegliere (Women Talking), regia di Sarah Polley

 

Miglior regista

Daniel Kwan e Daniel Scheinert – Everything Everywhere All at Once

Martin McDonagh – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Steven Spielberg – The Fabelmans

Todd Field – Tár

Ruben Östlund – Triangle of Sadness

 

Miglior attore protagonista

Brendan Fraser – The Whale

Austin Butler – Elvis

Colin Farrell – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Paul Mescal – Aftersun

Bill Nighy – Living

 

Miglior attrice protagonista

Michelle Yeoh – Everything Everywhere All at Once

Cate Blanchett – Tár

Ana de Armas – Blonde

Andrea Riseborough – To Leslie

Michelle Williams – The Fabelmans

 

Miglior attore non protagonista[modifica | modifica wikitesto]

Ke Huy Quan – Everything Everywhere All at Once

Brendan Gleeson – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Brian Tyree Henry – Causeway

Judd Hirsch – The Fabelmans

Barry Keoghan – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

 

Miglior attrice non protagonista

Jamie Lee Curtis – Everything Everywhere All at Once

Angela Bassett – Black Panther: Wakanda Forever

Hong Chau –  The Whale

Kerry Condon – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Stephanie Hsu – Everything Everywhere All at Once

 

Migliore sceneggiatura originale

Daniel Kwan e Daniel Scheinert – Everything Everywhere All at Once

Martin McDonagh – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Steven Spielberg e Tony Kushner – The Fabelmans

Todd Field – Tár

Ruben Östlund – Triangle of Sadness

 

Migliore sceneggiatura non originale

Sarah Polley – Women Talking – Il diritto di scegliere (Women Talking)

Edward Berger, Lesley Paterson e Ian Stokell – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Rian Johnson – Glass Onion – Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery)

Kazuo Ishiguro – Living

Ehren Kruger, Eric Warren Singer e Christopher McQuarrie – Top Gun: Maverick

 

Miglior film internazionale

Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues), regia di Edward Berger (Germania)

Argentina, 1985, regia di Santiago Mitre (Argentina)

Close, regia di Lukas Dhont (Belgio)

EO, regia di Jerzy Skolimowski (Polonia)

The Quiet Girl, regia di Colm Bairéad (Irlanda)

 

Miglior film d’animazione

Pinocchio di Guillermo del Toro (Guillermo del Toro’s Pinocchio), regia di Guillermo del Toro e Mark Gustafson

Marcel the Shell (Marcel the Shell with Shoes On), regia di Dean Fleischer-Camp

Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio (Puss in Boots: The Last Wish), regia di Joel Crawford

Il mostro dei mari (The Sea Beast), regia di Chris Williams

Red (Turning Red), regia di Domee Shi

 

Miglior montaggio

Paul Rogers – Everything Everywhere All at Once

Mikkel E. G. Nielsen – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Matt Villa e Jonathan Redmond – Elvis

Monika Willi – Tár

Eddie Hamilton – Top Gun: Maverick

Miglior scenografia

Christian M. Goldbeck ed Ernestine Hipper – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Dylan Cole, Ben Procter e Vanessa Cole – Avatar – La via dell’acqua (Avatar: The Way of Water)

Florencia Martin e Anthony Carlino – Babylon

Catherine Martin, Karen Murphy e Bev Dunn – Elvis

Rick Carter e Karen O’Hara – The Fabelmans

Miglior fotografia

James Friend – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Darius Khondji – Bardo, la cronaca falsa di alcune verità (Bardo, False Chronicle of a Handful of Truths)

Mandy Walker – Elvis

Roger Deakins – Empire of Light

Florian Hoffmeister – Tár

Migliori costumi

Ruth E. Carter – Black Panther: Wakanda Forever

Mary Zophres – Babylon

Catherine Martin – Elvis

Shirley Kurata – Everything Everywhere All at Once

Jenny Beavan – La signora Harris va a Parigi (Mrs. Harris Goes to Paris)

Miglior trucco e acconciatura

Adrien MorotJudy Chin e Anne Marie Bradley – The Whale

Heike Merker e Linda Eisenhamerová – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Naomi Donne, Mike Marino e Mike Fontaine – The Batman

Camille Friend e Joel Harlow – Black Panther: Wakanda Forever

Mark Coulier, Jason Baird e Aldo Signoretti – Elvis

 

Migliori effetti visivi

Joe LetteriRichard BanehamEric Saindon e Daniel Barret – Avatar – La via dell’acqua (Avatar: The Way of Water)

Frank Petzold, Viktor Müller, Markus Frank e Kamil Jafar – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Dan Lemmon, Russell Earl, Anders Langlands e Dominic Tuohy – The Batman

Geoffrey Baumann, Craig Hammack, R. Christopher White e Dan Sudick – Black Panther: Wakanda Forever

Ryan Tudhope, Seth Hill, Bryan Litson e Scott R. Fisher – Top Gun: Maverick

 

Miglior sonoro

Mark WeingartenJames H. MatherAl NelsonChris Burdon e Mark Taylor – Top Gun: Maverick

Victor Prasil, Frank Kruse, Markus Stemler, Lars Ginzel e Stefan Korte – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Julian Howarth, Gwendolin Yates Whittle, Dick Bernstein, Christopher Boyes, Gary Summers e Michael Hedges – Avatar – La via dell’acqua (Avatar: The Way of Water)

Stuart Wilson, William Files, Douglas Murray e Andy Nelson – The Batman

David Lee, Wayne Pashley, Andy Nelson e Michael Keller – Elvis

 

Migliore colonna sonora originale

Volker Bertelmann – Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues)

Justin Hurwitz – Babylon

Carter Burwell – Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin)

Son Lux – Everything Everywhere All at Once

John Williams – The Fabelmans

Migliore canzone originale

Naatu Naatu (musiche di M. M. Keeravani; testo di Chandrabose) – RRR

Applause (musiche e testo di Diane Warren) – Tell It Like a Woman

Hold My Hand (musiche e testo di Lady Gaga e BloodPop) – Top Gun: Maverick

Lift Me Up (musiche di Tems, Rihanna, Ryan Coogler e Ludwig Göransson; testo di Tems e Ryan Coogler) – Black Panther: Wakanda Forever

This Is a Life (musiche di Ryan Lott, David Byrne e Mitski; testo di Ryan Lott e David Byrne) – Everything Everywhere All at Once

 

Miglior documentario

Navalny, regia di Daniel Roher

All That Breathes, regia di Shaunak Sen, Aman Mann e Teddy Leifer

Tutta la bellezza e il dolore – All the Beauty and the Bloodshed (All the Beauty and the Bloodshed), regia di Laura Poitras, Howard Gertler, John Lyons, Nan Goldin e Yoni Golijov

Fire of Love, regia di Sara Dosa, Shane Boris e Ina Fichman

A House Made of Splinters, regia di Simon Lereng Wilmont e Monica Hellstrom

 

Miglior cortometraggio documentario

Raghu, il piccolo elefante (The Elephant Whisperers), regia di Kartiki Gonsalves e Guneet Monga

Haulout, regia di Evgenia Arbugaeva e Maxim Arbugaev

How Do You Measure a Year?, regia di Jay Rosenblatt

L’effetto Martha Mitchell (The Martha Mitchell Effect), regia di Anne Alvergue e Beth Levison

Stranger at the Gate, regia di Joshua Seftel e Conall Jones

 

Miglior cortometraggio

An Irish Goodbye, regia di Tom Berkely e Ross White

Ivalu, regia di Anders Walter e Rebecca Pruzan

Le pupille, regia di Alice Rohrwacher

Nattriken, regia di Eirik Tveiten e Gaute Lid Larssen

The Red Suitcase, regia di Cyrus Neshvad

 

Miglior cortometraggio d’animazione

Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo (The Boy, the Mole, the Fox and the Horse), regia di Charlie Mackesy e Matthew Freud

The Flying Sailor, regia di Amanda Forbis e Wendy Tilby

Ice Merchants, regia di João Gonzalez e Bruno Caetano

My Year of Dicks, regia di Sara Gunnarsdottir e Pamela Ribbon

An Ostrich Told Me the World Is Fake and I Think I Believe It, regia di Lachlan Pendragon