CABARET ITALIA, ITALIANI E POST-ITALIANI, IL MEGLIO DEL GIORNALISMO di Edmondo Berselli – edizioni Repubblica, 2020

CABARET ITALIA, ITALIANI E POST-ITALIANI, IL MEGLIO DEL GIORNALISMO di Edmondo Berselli – edizioni Repubblica, 2020

Non ci sono più i maitre à penser di una volta. E quelli del passato sono rimpianti, ancorché non necessariamente profetici. In questa lunga rivisitazione all’indietro (che fa inevitabilmente parte del nostro DNA) la riscoperta di Berselli non è banale. Estratti di libri e di giornali a cui il tempo ha conferito la giusta distanza. Opinionista equilibrato, non estremista, affabulatore convincente, osservatore dei fenomeni italiani, a cavallo tra politica, costume, musica in una continua alternanza di argomenti alti e bassi. Un Umberto Eco senza la nomea di professore, un Beniamino Placido del terzo millennio, un massmediologo e convincente sui temi di attualità. Qui si leggono pezzi editi ma anche cinque novità mai pubblicate in un pastiche coerente, assemblato per argomenti. Berselli è graffiante senza essere caustico, estimatore di un’Italia valoriale non retorica, sfrondata di miti e luoghi comuni. L’assenza di moralismo è la cifra del libro. Con qualche acuminata punta di ferocia perché Berselli non può soffrire Oriana Fallaci e la punzecchia con osservazioni mordaci quanto condivisibili. Ma nel teatrino Italia i personaggi più citati sono anche quelli più commentati e/o sulla cresta dell’onda, diremo nazional-popolari, in senso gramsciano. Si passa con disinvoltura da Pasolini, a Moggi, da Grillo al Festival di Sanremo sempre distillando una scrittura preziosa e originale. Berselli sapeva scrivere bene ma la sua prosa era anche contenuto essenziale. Ne emerge la fotografia complessiva dell’Italia di qualche anno fa, un’immagine sempre valida. E i caratteri distintivi sono egoismo, superficialità, consumismo. Allo specchio una nazione non troppo diversa rispetto a quella descritta puntualmente ogni anno dal Censis. Il Paese delle vacanze lunghe e dei lavori brevi, del familismo e della raccomandazione. Con una burocrazia arcaica e una speranza di futuro sempre delusa. Berselli sembra sempre lì a commentare, con speranze di cauto riformismo più che di rivoluzione.

data di pubblicazione:17/04/2020

YELLOWSTONE di Taylor Sheridan – serie TV 2020

YELLOWSTONE di Taylor Sheridan – serie TV 2020

John Dutton è l’erede di uno storico ranch nel Montana su cui domina alla pari di un feudatario. Vedovo, ha quattro figli adulti, tutti con  caratterini niente male. Il ranch è attiguo alla riserva indiana. Figli a parte, deve vedersela con il losco impresario che vorrebbe sfruttare parte dei terreni del Dutton Ranch per trarne profitti più meno legali. La prima stagione non risolve niente, ma accade di tutto…

Guardare Yellowstone e partire per il Montana. Magari! Per ovvie ragioni, invece, possiamo solo limitarci a seguire la serie TV con Kevin Costner su Sky Atlantic e sognare, un giorno, di poter conoscere dal vivo uno dei posti più belli degli USA. Uno stato, non a caso definito, the Big Sky Country, confinante con il North e South Dakota a sud e il Canada al nord; una terra sconfinata con una densità di popolazione pari a 3 abitanti per kmq( altro che il “distanziamento sociale”…) e per gli amanti dei western la località del Little Big Horn di custeriana memoria…Ma torniamo alla nostra serie, che, dopo il successo riscontrato negli USA (dove ne sono già state trasmesse due intere stagioni) rischia di diventare l’ennesimo tormentone che si protrae per “n” annate. Abbiamo seguito la prima con interesse ed emozioni contraddittorie; da un lato, lo splendore dei posti, la perfezione maniacale, della sceneggiatura, degli attori, della colonna sonora (country songs di alto livello), della fotografia, dall’altro, storie e drammoni già visti, seppure riciclati in salsa western-moderno. I personaggi? Buoni, neanche tanto, ma comunque rudi e conservatori, cattivi come solo i moderni speculatori sanno essere, il tutto, se vogliamo, già visto dai Borgia in poi, ma, ripeto, confezionato in modo così sapiente (i giovani direbbero “paraculo”, absit verbis iniuria) da costringere lo spettatore a volerne sapere ancora di più, dopo la prima stagione che lascia con un finale che più aperto non potrebbe. Nelle prime nove puntate, godibili e ri-godibili sulle varie piattaforme Sky, a farla da padrone in tutti i sensi è stato Costner, anche tra i producers della serie, nei panni di John Dutton, intransigente cow boy-allevatore, vecchio patriarca di una famiglia, composita a suo tempo, scioccata dalla scomparsa dell’amata madre. Con figli così e un contesto di convivenze complesse è chiaro che tutto non poteva risolversi facilmente e in breve. Detto della impeccabile regia e sceneggiatura di Taylor Sheridan ( I Segreti di Wind River, Hell or High Water, Soldado, Sicario), un plauso va ai notevoli interpreti , a parte Costner che sembra avviarsi a ruoli alla John Wayne, la sensuale Kelly Reilly (la sciagurata ma intensa figlia Beth), il tormentato Luke Grimes, novello Dean (Kayce Dutton), il viscido ma fascinoso Wes Bentley (il figlio Jamie, avvocato dalle aspirazioni politiche), il super cattivo Danny Huston (Dan Jenkins), e i molti altri non citati, ma tutti puntuali nelle rispettive caratterizzazioni. Per concludere e in estrema sintesi, ecco quanto accade in Yellowstone I: John Dutton cerca di proteggere il proprio ranch (il più grande di tutti gli USA) da speculatori, dalla Riserva Indiana (non tutti i pellerossa sono buoni…) dal Primo Parco Nazionale. È chiaro che non poteva farcela in una sola stagione!

data di pubblicazione:16/04/2020

IUC SU SPOTIFY: CINQUANTA ORE DI MUSICA GRATUITA

IUC SU SPOTIFY: CINQUANTA ORE DI MUSICA GRATUITA

Piovono offerte di contiguità culturale nel mondo della separazione, quella forzosa nell’era del Coronavirus. Alcune consigliabili, altre con un peccato originale: l’inutilità. Ma la IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti) ne ha messa a disposizione una che rientra sicuramente nella prima categoria, quella di utilissima disponibilità. Da ieri è disponibile su Spotify la piattaforma online che consente agli utenti lo streaming di musica on demand. L’avvio con due playlist che garantiscono cinquanta ore di musica. Praticamente due giorni e ininterrotti di note. Ma è solo il preludio a un’alluvione on demand ancora più consistente perché l’aggregato sarà sottoposto ad aggiunte in progress, assumendo le dimensioni di un’autentica enciclopedia musicale a disposizione della collettività. Le modalità d’uso sono semplici: si apre Spotify, si digita sulla barra di ricerca il canale “IUC Classica, jazz & more” e si approfitta dell’offerta che propone classica evergreen, grandi successi, musica per il cinema e qualche chicca inattesa. Nella playlist principale si sprecano i grandi nomi in una miscellanea da far girare la testa. Sfilano Bach Beethoven, Davide Bowie, Ennio Morricone, Paolo Conte, Philips Glass. La varietà del gusto è assicurata senza brusche divisioni tra Frank Sinistra, Miles Davis, Lana del Rey e Schubert. Coperto in pratica ogni tipo di predilezione e fascia di età. Seguiranno comparti specializzati per chi studia, per chi svolge attività fisica. Per chi ascolta musica e per chi ne ha necessità come sottofondo, virtuale colonna sonora della propria giornata. Una speciale sezione si chiamerà Love per chi ha una particolare predilezione per una playlist romantica. Spotify offre una versione base Free completamente gratuita ed ha rivoluzionato da tempo il consumo di musica offrendo sulla propria piattaforma applicativa lo streaming on demand su pc, smartphone e tablet un panorama d’attualità di varie case discografiche, major e etichette.

data di pubblicazione:15/04/2020

TRE UOMINI IN BARCA di Jerome K. Jerome – Universale Economica FELTRINELLI 2020

TRE UOMINI IN BARCA di Jerome K. Jerome – Universale Economica FELTRINELLI 2020

Le recensioni di Daniele Poto oltre ad avere il raro pregio di una sintesi brillante ed esaustiva hanno anche il merito di stimolare la riscoperta di autori sempre di qualità e mai banali. Così come era stato giorni fa con March Bloch, così è stato questa volta con J. K. Jerome. Chi meglio di lui può infatti farci passare ore piacevoli facendoci amabilmente sorridere e viaggiare nello stesso tempo. Questa volta ho quindi ripescato il buon vecchio Tre Uomini in Barca. Ebbene, per quanto già letto e riletto nel corso degli anni, il libro è tuttora valido e consigliabile per un po’ di piacevole distensione e svago. Tre amici scapoli (per non parlare di Montmorency, il cane …), un po’ ipocondriaci, molto snob, che non amano molto il lavoro nelle sue pur varie manifestazioni e che, tanto per passare il tempo, decidono di trascorrere un paio di settimane in barca sul Tamigi … programmi e realtà sono sempre diversi … Certo non è alta letteratura, ma che c’è mai di male ad essere un libro di gran successo da oltre un secolo? Un libro che continua a far sorridere con tipico humour britannico e che spesso vira anche al comico per sottolineare comportamenti umani tipici dell’era Vittoriana, ma, a ben riflettere, nemmeno tanto lontani da quelli riscontrabili ai giorni nostri. Jerome è un autore che mantiene intatta tutta la sua verve comica e gli si possono di certo perdonare alcuni passaggi un po’ lenti perché immediatamente riscattati con virate sull’assurdo e sullo stravagante che strappano ancora risate di cuore dopo 100 anni. La narrazione scorre piacevolmente fra imprevisti, avventure ed aneddoti divertenti, Jerome viaggia e noi con lui, gentilmente ed ironicamente, con freschezza e leggerezza fra tutto ciò che è umano: pigrizia, vanità, egoismo, ridicolo, noia di vivere, ironia, auto illusioni e routine quotidiana. Si salva solo chi ha il rarissimo dono dell’autoironia! Ahinoi pochi, pochi assai!

Un libro dunque ancora fresco ed irresistibile nonostante gli anni, anzi proprio quel leggero senso di datato delle situazioni, aggiunge come un tocco finale di charme al racconto e lo rende attualissimo. Un classico da tenere sempre a portata di mano nella propria libreria e da consigliare e trasmettere quasi come un “testimone” fra generazioni di lettori. E … riprendendo quella splendida espressione d’antan che ha usato il nostro Daniele Poto e che già da sola è tutta una filosofia di Vita: … un bel livre de chevet!

data di pubblicazione:15/04/2020

 

L’ALTRA META’ DI PARIGI di Giuseppe Scaraffia – ed. BOMPIANI 2020

L’ALTRA META’ DI PARIGI di Giuseppe Scaraffia – ed. BOMPIANI 2020

Davanti all’insoddisfazione del Presente ed all’incertezza del Futuro, cosa c’è di meglio che lasciarsi andare alla fantasia del Viaggio, un viaggio della mente e dello sguardo, utilizzando il “transfert magico” di un bel film o di un bel libro. Il bel film è Midnight in Paris di Woody Allen, il bel libro è invece quello di Giuseppe Scaraffia edito per i tipi Bompiani appena pochi mesi fa. Entrambi in modo originale ed efficace ci trasportano a Parigi (e non sono solo queste le somiglianze). “… Ci sono solo due posti al mondo ove possiamo vivere felicemente: a casa e a Parigi” diceva Hemingway che proseguiva poi asserendo che ”… a Parigi si finisce sempre per tornarci … Parigi ne vale sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne avevi sempre qualcosa in cambio”. Non basta infatti averla visitata più volte o averci potuto vivere a lungo, Parigi fa scoprire, ogni volta, qualcosa di nuovo e di intrigante di se stessa, che così ancora di più accresce il suo fascino ed il suo mito. E così è, ancora una volta, anche con questo ultimo lavoro di Scaraffia, francesista colto e brillante nonché acuto ricercatore e scrittore che, in modo insolito ed intrigante e con stile scorrevole ed elegante, ci fa scoprire, o meglio riscoprire, una parte oggi forse un po’ in ombra di Parigi. Quel “Lato Destro” della Senna che agli occhi di un turista frettoloso può sì sembrare bello ma di sicuro appare meno vivace e frizzante delle zone sull’altro lato del fiume: il Quartiere Latino, Boulevard Saint-Michel, Saint Germain des Prés, MontParnasse … luoghi ove si concentra ancora il fervore ed il dinamismo intellettuale e mondano della città stessa. Si potrebbe pensare che sia sempre stato così, nulla di più profondamente sbagliato! Dalla Belle Epoque, e, soprattutto, dal 1919 al 1939, quando Parigi era veramente la capitale della cultura europea e mondiale, il vero centro vitale, il cuore pulsante, politico, economico, culturale ed artistico era invece radicato tutto sulla “Rive Droite”. Lì erano i palazzi del Potere, lì erano i teatri, i ritrovi, i ristoranti, i night e gli alberghi di lusso, i Grand Boulevards, i negozi e le gioiellerie di moda, lì i bordelli e le garconieres, lì si concentrava l’alta borghesia e la gran vita mondana e quella del demì monde, lì sognavano di andare a vivere artisti e borghesi. Tutti indistintamente con una gran voglia di divertirsi e di trasgredire.

L’autore con il preciso supporto di piantine dei vari arrondissements interessati e di due sobborghi ci fa ripercorrere il cammino dei personaggi che avremmo potuto incontrare in quei luoghi, anzi, proprio come Woody Allen, ce li fa vedere nelle loro quotidianità, nelle loro abitazioni, nelle loro alcove, nei locali: ecco Hemingway, Picasso, Proust, Gide, Céline, la Dietrich… Di ognuno, con un lavoro di notevole ricerca, collocandoli nei luoghi reali ove sono vissuti, ci racconta storie pettegolezzi, aneddoti e vicende, Un ritratto vivo, affascinante, originale di un mondo, di un ambiente, dei luoghi. Un itinerario fatto di tanti piccoli episodi e frammenti di vita che, in modo suggestivo ed evocativo ci trasporta fisicamente nelle vie di Parigi e nei contesti storici reali raccontandoci con fare malizioso i tanti vizi e le poche virtù. Un buon libro che può essere letto come un romanzo e come un itinerario di vite vissute e come una guida di una parte della città che è già affascinante di per se stessa. Un modo insolito ed originale per vedere con occhi diversi una parte di Parigi, con la stessa malinconia, nostalgia e fascinazione del protagonista del film di W. Allen quando, a sua volta, di notte incontrava nelle loro realtà: Hemingway, Picasso, Fitzgerald …

data di pubblicazione:14/04/2020

#TDRONLINE 3: incontro con Fabrizio Gifuni e Davide Enia

#TDRONLINE 3: incontro con Fabrizio Gifuni e Davide Enia

È proseguita la scena virtuale del Teatro di Roma nella settimana dal 7 al 12 aprile, su tutti i suoi canali social (Facebook, Instagram e YouTube), con un palinsesto digital che ha previsto oltre all’avvio di una inedita stazione radio, letture, interviste, contributi, tra cui meritano una menzione speciale la lettura di alcuni estratti di Teatro di Carlo Emilio Gadda da parte di Fabrizio Gifuni e l’incontro di Giorgio Barberio Corsetti con il regista Davide Enia.

Il Teatro di Roma reinventa online le sue attività, esplorando possibilità alternative e inedite attraverso un palinsesto digital che, anche per la settimana dal 7 al 12 aprile, ha proposto una vasta scelta tra letture, interviste video, approfondimenti, conversazioni, contributi inediti, riprese dei talk avvenuti in stagione, tutorial e attività per i più piccoli, progetti radiofonici.

Un palinsesto digital che non ha la pretesa di tradurre ciò che non è fruibile dal vivo, ma che immagina altre forme e modalità di tenere viva la conversazione con la città. Di seguito gli appuntamenti proposti sui canali social del Teatro del Roma (Facebook e Instagram) e fruibile successivamente sul sito www.teatrodiroma.net e sulla pagina YouTube.

Con l’#TdROnline, per la campagna #iorestoacasa e #laculturaincasa, martedì 7 aprile alle ore 16 si è aperta la settimana di eventi online con il talk Dialogo sull’Apocalisse, che ripropone la registrazione dell’incontro tra il cardinale Matteo Maria Zuppi e lo scrittore e filosofo Franco Bifo Berardi, insieme in una conversazione veramente unica in cui si è disquisito di presente e apocalisse, ma anche di alternative.

Nella sezione #schegge&racconti,  mercoledì 8 alle ore 12 Gioia Salvatori, una delle voci più rappresentative del teatro comico indipendente della capitale ha proposto Finestre, da cui affacciarsi sul prossimo per raccontare storie che si consumano e momenti decisivi delle esistenze che, colte all’improvviso, si lasciano raccontare. Si è iniziato con Iole, Attilio e il Barlotti, primi tre episodi del progetto.

Giovedì 9 alle ore 12 la voce di Fabrizio Gifuni  ci ha guidato tra le pagine di Teatro di Carlo Emilio Gadda, interessanti appunti di vita milanese inseriti nella raccolta del 1931 La madonna dei filosofi. Scritto nel 1927, è la descrizione attenta e personale della prima serata ad un’opera (probabilmente Semiramide di Rossini) cui va ad assistere l’ingegnere elettrotecnico Gadda. Straordinario Fabrizio Gifuni nell’esternare l’intima teatralità descrittiva della scrittura di Gadda e del suo occhio ironico e carico, sorpreso ma anche attirato da tanto roboante e stravagante.

Sempre il 9 Monica Demuru alle ore 16 ha proseguito con il ciclo di lettura dedicato ai versi delle Historiae della poetessa Antonella Anedda, una raccolta di paesaggi e destini, collettivi e individuali, tra disordine, crudeltà e inganni, che traghettano la storia, il senso di comunità e delle sue relazioni, sempre sul punto di disgregarsi.

Venerdì 10 alle ore 16 Fortunato Cerlino ha condiviso con gli utenti social del Teatro di Roma la lettura di alcuni brani dall’Apocalisse di Giovanni, spesso evocata come orizzonte verso cui ci starebbe conducendo il nichilismo delle società contemporanee, oppure citata per parlare del presente imprevisto e straordinario che stiamo attraversando.

Per la sezione #talk&dialoghi, sabato 11 alle ore 21 Giorgio Barberio Corsetti ha conversato con il regista Davide Enia di recente ospite del Teatro di Roma con il bellissimo spettacolo Abisso.

Dialogo potente e pacato al tempo stesso che ha riguardato massimamente il nuovo e sconvolgente quotidiano e l’impossibilità di immaginare i contorni dell’immediato futuro.

Si è partiti dallo strano compleanno di Enia appena festeggiato per parlare di sviluppi di una situazione di costrizione forte e diffusa: sicuramente tra trent’anni i bambini di oggi, che stanno soffrendo più di tutti questa costrizione potranno ripensare e riformare il sistema carcerario, un messaggio che è anche una speranza.

A cosa si sta lavorando oggi? Si riflette continua Enia su come cambierà il rapporto con il pubblico, sul distanziamento e sulla comicità che certamente sarà quella più in difficoltà. L’uomo è bestia sociale, c’è un filo che ci lega tutti in questa guerra senza guerra, in cui però la solidarietà riesce ad andare oltre la diffidenza. Nessuno si salva da solo ed esistono delle interconnessioni tra quanto accade negli angoli del mondo: le dinamiche economiche hanno stritolato il pianeta costringendo gli uomini ad un peregrinare alla ricerca di un progetto di vita più dignitoso. Tutto ciò influenzerà il dispositivo del teatro prosegue Corsetti. Enia vede nel teatro greco, nel palcoscenico non chiuso ma aperto la strada per guardare al di là della crisi, perché il vedere genera cognizione. L’Italia deve dare una risposta di massa alla fobia domestica depressoria attraverso l’utilizzo delle migliori parole del vocabolario sentimentale quali tolleranza, temperanza, misericordia, anche se i segni della frattura rimangono. E’ vero prosegue Corsetti che c’è qualcosa di irreparabile però anche una porzione di ombra ha una luce che la causa e bisogna provare a far ripartire il tutto; occorrono assunzioni di responsabilità per ripensare a tutta la filiera produttiva del teatro che è necessario ed ha un ruolo imprescindibile per la collettività e per la vita delle persone.

Davide Enia che sottolinea come oggi la qualità dell’aria a Roma sia simile a quella delle Dolomiti, pensa al domani ed a una progettualità che non può vivere di previsioni economiche ma che deve fondarsi sulla grammatica della speranza, sulla libertà che si ricostruisce nella gabbia di oggi. Il teatro è fondamentale: non si mangia solo con lo stomaco ma anche con la mente, con il cuore, l’anima. Ripensiamo all’intero ciclo di vita per capire a cosa rinunciare per avere nella testa aria e sentimenti più puliti e respirabili.

Domenica 12 alle ore 16 Marco Cavalcoli ha proseguito il ciclo di piccole lezioni di economia Scrooge’s digest, per riflettere sul denaro, il suo immaginario e la sua illusione, attraverso la figura del più arcigno e letterario dei capitalisti, Ebenezer Scrooge.

Ha continuato a trasmettere Radio India, la stazione radiofonica di Oceano Indiano, con un palinsesto quotidiano, tutti i giorni dalle 17 alle 20, in diretta streaming su www.spreaker.com e in podcast anche su spotify e tutti i canali social del Teatro di Roma. Una striscia radiofonica giornaliera ideata dalle cinque compagnie residenti al Teatro India – DOM-, Fabio Condemi, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, alle quali si aggiunge per l’occasione la collaborazione di Daria Deflorian – per intercettare altre correnti di immaginazione, produzione artistica e incontro con il pubblico.

Per le giovani generazioni infine sono proseguite le Fiabe della buonanotte, di teatrodelleapparizioni, mercoledì 8, venerdì 10 e domenica 12 sempre alle ore 21 ed il programma di giochi di teatro e il tutorial del Laboratorio Integrato Piero Gabrielli per la creazione condivisa di una canzone e video clip domenica 12 alle ore 11.

data di pubblicazione:13/04/2020

IL GIOVANE HOLDEN di J.D.SALINGER – Giulio Einaudi Editore

IL GIOVANE HOLDEN di J.D.SALINGER – Giulio Einaudi Editore

Pensate a uno scrittore che da 67, diconsi 67 anni, venda solo negli USA oltre 400 mila copie del suo primo romanzo e pensate allo stesso scrittore che all’apice di un successo planetario si segrega per sua scelta a Cornish nel New Hampshire dove vive fino alla sua morte. Niente contatti con la stampa, l’editoria, la TV (l’esatto contrario dei nostri Carofiglio, Scurati, Sgarbi et similia…), nessuna stramaledetta voglia di pubblicità, né di avere

una vita pubblica, soltanto la legittima aspirazione ad essere lasciato in pace e a scrivere regolarmente per sé stesso, per il suo esclusivo piacere.

Questo scrittore era Jerome David Salinger che, nel 1951 a seguito della pubblicazione di The Catcher in the Rye, era divenuto il più popolare autore statunitense grazie al suo romanzo dal titolo intraducibile (alla lettera suonerebbe come “ il coglitore nella segale”(?)o, liberamente pensando alla figura del “catcher” nel baseball” il prenditore nel whiskey”). Da noi fu, direi opportunamente, reintitolato Il Giovane Holden, dal nome del protagonista Holden Caufield: il libro presto divenne quasi una Bibbia prima per le giovani generazioni americane e poi per quelli di tutto il mondo, incluso, modestamente, lo scribente. Molti sanno che al momento del suo arresto, l’assassino di John Lennon aveva in tasca una copia del romanzo. Pochi mesi prima, uscendo per un attimo dal suo ostinato isolamento, Salinger aveva dichiarato: “Holden non è che un istante congelato nel tempo”, in buona sostanza prendendo le distanze dall’eroe del suo romanzo.

La singolarità dell’uomo, agli occhi dei media, sostanzialmente un asociale, rischia di far passare in secondo piano la sincerità e la modernità del suo libro (per quello che risulta ad oggi, la sua completa carriera di esaurisce in altre tre opere, in verità meno esaltanti) “ Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e come è stata la mia infanzia schifa…e tutte quelle baggianate alla David Copperfield , ma a me non va proprio di parlarne” Così si presenta al mondo (ad oggi si contano traduzioni in 23 lingue) quel giovane studente del Pencey di Agerstown in Pennsylvenia, un tipetto da prendere con le molle, certamente l’opposto dello studente-medio dei “collage” americani ante ’68. “L’aria era fredda come i capezzoli di una strega”(che fantasia!), allorché il nostro eroe sta per tornarsene a casa (New York) con il fardello di 4 bocciature su cinque; in testa ha il suo “dannato” berretto rosso. Ha salutato amici e nemici, ha preso il treno, non senza aver attaccato bottone con la graziosa madre di un suo odiato compagno di scuola, è sceso alla Penn station, ma, invece che a casa decide di farsi accompagnare all’Hotel Edmont… Non avendo voglia di dormire, scende nel night dell’albergo (la sala Lilla) e a seguire compie piccoli innumerevoli viaggi in taxi… avventure che oggi farebbero sorridere i parroci della Valsugana, ma che colpiscono l’immaginario del tempo.

Tutto quello che fa Holden a New York in una giornata (Dimenticatevi l’Ulisse di Joyce, per carità!) per ammazzare il tempo in attesa di andare a sbattere la faccia contro i suoi è quanto di più faceto – non senza qualche frecciatina di morale – si possa leggere da Twain in poi nella letteratura americana. Oltre la storia, un mero pretesto, Giovane Holden è (o forse dovrei precisare “era”) un campionario di trovate e soluzioni solo apparentemente giovaniliste: un romanzo che rompe e in modo drastico con un certo frustro sentimentalismo, ancora in auge nella letteratura yankee del tempo, di cui Salinger non sa che farsene, spinto com’è dalla molla di una sempre più caustica ironia. Ma non è solo nell’ironia e nello stile che riproduce in larga misura lo slang dei giovani newyorchesi dei primi anni ’50, le ragioni del successo, che sfociano invece negli indefiniti confini del modo stesso di pensare, essere (o desiderare di essere) di molti americani. Holden dà un calcio all’”American Way of Life”, non prende decisioni, non s’impegna, rifiuta le proprie responsabilità, finendo col divenire una sorta di “dropout”, di “tramp” che va per il solo gusto di andare, anticipando o riprendendo, a seconda dei casi, vecchie storie di vagabondaggi, dagli “hobos” agli eroi di London prima e di Keruac poi.

Holden /Salinger, non ha illusioni né reticenze, non è negativo, ma non ha gli entusiasmi tipici del buon americano, non ama nessuno (tranne la simpatica sorellina Phoebe, una sorta di antesignana di Lucy dei Peanuts…), persino nelle peregrinazioni notturne non ha mete precise. A lui basta andare oziando, mantenendo dentro di sé un sano atteggiamento critico, verso il mondo degli adulti che lo circonda. Quasi scusandosi coi lettori che lo hanno seguito nella storia che ha narrato in prima persona, conclude con un malinconico finale. “…non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti!”

Inevitabilmente, la conclusione ci riporta alla mente, J.D.Salinger, grande scrittore triste e schivo che, relegato da solo a Cornish non riuscì comunque mai a farsi dimenticare.

data di pubblicazione:13/04/2020

I PENSIERI OZIOSI DI UN OZIOSO di Jerome Klapka Jerome – Elliot editore, ristampa 2020

I PENSIERI OZIOSI DI UN OZIOSO di Jerome Klapka Jerome – Elliot editore, ristampa 2020

Ripeschiamo dagli inferi della memoria un libro che per collocazione, interesse e stile può avere un deciso seguito nelle settimane (mesi?) del coronavirus per il riferimento esplicito all’ozio, al gusto di girovagare attorno alle parole nei momenti di tempo libero. Una pratica che potrebbe avere una sua attualità in tempi attuali. Il testo originale è del 1886 e noi abbiamo preferito leggerlo nell’edizione del 1953, tradotta da Ida Omboni, partner abituale in vita di Paolo Poli e sodale della di lui sorella. Jerome è più che altro noto per Tre uomini in barca. Fine umorista che provoca sorrisi più che un riso aperto. Livre de chevet diviso per argomenti, che sembrano trovati un po’ per caso ma in realtà sono frutto di una precisa scelta di campo. Per divagazioni saggistiche molto libere. La tautologia dell’ozio è ribadita ironicamente anche nel sottotitolo “libro per una vacanza oziosa” di modo che non si possa immaginare di evadere da questa prospettiva. Non è l’ozio di Lafargue ma è comunque un ozio di sani nutrimenti intellettuali, di divagazioni leggere sul gusto della vita e sull’esistenza, paradossi compresi. Un libro da cui è facile pescare citazioni a profusione ma che conserva una sua validità complessiva, una tenuta più che secolare senza scomodare riferimenti a un potenziale capolavoro. La gradevolezza è la sua qualità migliore. Jerome ribadisce una filosofia del buon vivere che potrebbe essere, mutatis mutandis, quella di un De Crescenzo di altra era. Si parla di gatti, cani, dello scorrere del tempo, della pigrizia dell’uomo, del mangiare e del bere, degli abiti e del portamento, della vanità, del riuscire nel mondo con lepidezza e disincanto. E non è un caso che il libro si chiuda nel segno della memoria, il carattere distintivo dell’uomo ed anche quello che gli ha permesso di riemergere dalle nebbie della preistoria per diventare sapiens ma anche ludens.

data di pubblicazione:11/04/2020

CARLO MAGNO, un padre dell’Europa all’inizio del Medioevo di Alessandro Barbero – edizioni La Repubblica, 2020

CARLO MAGNO, un padre dell’Europa all’inizio del Medioevo di Alessandro Barbero – edizioni La Repubblica, 2020

L’Europa perennemente in cerca di padri dopo che quelli, recenti, sono stati dimenticati (Adenauer, De Gasperi tra gli altri) ha bisogno di riferimenti nella storia e andando a ritroso nel Basso Medioevo riconosce una radice fermentante in Carlo Magno che fu imperatore occidentale, cristiano e cattolico e dunque ha imprinting considerevole, pur essendo Franco, per essere inglobato nella nostra storia, della nostra cultura e nella nostra religione. Il prof. Barbero, abilissimo affabulatore, quanto mai gettonato ora youtube nei giorni del coronavirus ha dato alle stampe questo compendio che riassume un’opera di ben diverso impegno. Un agile pamphlet riassuntivo anche a portata di studenti che riassume con una lettura veloce la personalità di un sovrano che ha fatto giurisprudenza e storia e che ha regnato per quasi mezzo secolo anche se solo per quattordici anni con l’etichetta di imperatore, salvando un Papa, riabilitando un rilancio culturale a cui si è dato con generosità pur essendo parzialmente analfabeta. Carlo Magno ha creato più di dodici secoli fa uno spazio politico che prima non esisteva e che da quel momento, attraverso varie crisi e mutazioni, ha continuato ad esistere fino a adesso. Un discusso concetto di Europa si agita ora per il vecchio continente. Con il complesso di non essere riusciti fino in fondo il suo insegnamento. L’Europa dei popoli infatti non ha un minimo comune denominatore giurisprudenziale e soprattutto etico con una bussola incerta che ha un percorso ispirato solo dall’economia. Glaciale sovrana di ogni scelta anche nei tempi dell’emergenza. Paragone impossibile ma Carlo Magno fiutava l’esistenza di uno spazio europeo ed ha saputo occuparlo e considerarlo nonostante che guerre e tensioni fossero all’ordine del giorno durante il suo impero. Sono gli anni dell’arte, della Chanson de Roland, che ispirò Aristo e il Boiardo sulla scia della mitica battaglia di Ronsisvalle. Eginardo, lo storico del tempo, ci racconta Carlo Magno in presa diretta in alcune pagine di questo funzionale volumetto.

data di pubblicazione:10/04/2020

DONNE SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI, 1988

DONNE SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI, 1988

Occasione ghiotta la concomitanza di tre fattori: il primo, l’isolamento forzato in casa, il secondo, l’arrivo della primavera e dei primi caldi, il terzo, il tanto tempo libero a disposizione (almeno per molti), per godere di letture o film. Mettiamo allora insieme questi tre elementi e nell’ordine, riguardiamoci il film di Almodovar, Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), con la bravissima Carmen Maura, compriamoci pomodori e altre verdure rigorosamente di stagione e prepariamoci un buon gazpacho seguendo le istruzioni della stessa protagonista del film. Prima, però, qualcosa sul film, facilmente recuperabile su molte piattaforme, non faccio nomi, Netflix, per esempio…Madrid, quartiere borghese, Pepa (Carmen Maura) si è da poco lasciata col grande amore della sua vita, un collega di lavoro e cerca in ogni modo di ricontattarlo. Ci prova in tutti i modi coinvolgendo amici, amiche, poliziotti alla ricerca di terroristi, presunti terroristi, mogli e figli dell’amante, insomma di tutto di più, in una girandola esplosiva che-come da titolo- mette a dura prova i suoi fragili nervi. Occorre dire che a suo tempo la pellicola servì a lanciare nella sfera dei grandi cineasti Pedro Almodovar e fu un grande successo, oggi, appare, invero, un po’ datata, ma ha comunque un buon impatto, in virtù degli straordinari interpreti, classiche maschere almodovariane che la animano. Veniamo, quindi, alla ragione della rubrica, la “simpatica” ricetta di uno dei più tipici prodotti della cucina spagnola: il gazpacho, piatto di origini contadine, in parole povere, un frullato di verdure, che gli spagnoli, specie in Andalusia (Cordoba, Malaga, Siviglia, etc) consumano, in differenti versioni, tutto l’anno.

INGREDIENTI (come spiega la stessa Maura): – pomodori – cetrioli – cipolla – peperoni rossi e gialli – mollica di pane (o pane tostato) – aceto e olio q.b..

PROCEDIMENTO: Frullate tutti gli ingredienti e servite il gazpacho freddo. A piacere, si possono aggiungere cubetti di ghiaccio e gli stessi ingredienti prima centrifugati, a cubetti. Qualcuno (sono n le varianti) ci aggiunge l’uovo sodo. Facile da fare, gustoso e sapido al palato, il gazpacho con la sua variante salmorejo (senza peperoni), è divenuto nel tempo, grazie al turismo di massa, un simbolo della Spagna tutta, come il Flamenco o il…Real Madrid (o il Barca). Non vi resta che provarlo!