MAISON MÈRE di e con Phia Ménard

MAISON MÈRE di e con Phia Ménard

(Teatro India – Roma, 26/31 ottobre 2021)

In un’atmosfera post atomica una figura femminile a metà tra il punk e il metal d’annata, armata di lance di ferro, contempla una struttura piatta e suggestiva di cartone che si rivela essere un cartamodello enorme che rappresenta una casa. La donna gli gira intorno. Lo osserva ed inizia una relazione con la struttura, dapprima eliminando furiosamente il superfluo e poi iniziando la costruzione e l’assemblaggio. Si apre così Maison Mère l’ennesimo interessantissimo lavoro della performer Phia Ménard che ne cura drammaturgia e regia, in scena al Teatro India di Roma dal 26 al 31 ottobre.

Armata di forza e intelligenza oltre che di semplice nastro adesivo, la donna prosegue l’opera di edificazione, con grande caparbietà, perché gli equilibri sono instabili. E’ uno sviluppo sorprendente, perché nell’immediato non si immagina quale possa essere la forma definitiva che la casa andrà a prendere; e pian piano cresce e si stabilizza al suolo trasformandosi in un tempio, proprio il Partenone, grazie ad una sega elettrica che le permette di trasformare le pareti in colonne. Ma una nuvola si addensa sulla scena, diventando sempre più oscura e minacciosa, generando una pioggia dapprima leggera e poi sempre più fitta ed insistente. La casa non ha capacità di resistere a lungo, cede inesorabilmente e si liquefa al pavimento.

Dopo una formazione in giocoleria con Jérôme Thomas, nel 1998 la performer Phia Ménard ha fondato la compagnia Non Nova mettendo sempre al centro dei propri lavori le questioni sociali quali l’identità, il genere, la difesa dei diritti dell’uomo. La Ménard ricostruisce un villaggio Marshall di cartone a dimensioni reali in memoria del nonno materno vittima a Nantes dei bombardamenti degli alleati nel 1943, facendo i conti anche con l’assurdità di quel famoso piano Marshall che gestiva la ricostruzione seguendo modelli di case prefabbricate. Ancora una volta sorprende con il suo linguaggio fatto di virtuosismi e di ripetitività, dal forte impatto e dalla diretta comprensione, trasformando gli elementi di scena in struttura. L’artista effettua una riflessione su distruzione e ricostruzione attraverso l’esperienza, la fisicità, tenendosi a debita distanza da qualunque altro significato. E quel Partenone gabbia, casa, edificio primordiale, che implode sotto il peso letale dell’acqua apre a riflessioni che si accavallano una sull’altra, vera forza di questo lavoro, così come la nuvola carica di pioggia e distruzione che è un monito per le persone che non devono perdere di vista i valori fondamentali di un’umanità che si va sgretolando giorno dopo giorno a favore di cinismo, interessi personali esterni alla polis e culto del denaro.

Crolla il Partenone simbolo di una Unione Europea che si frantuma giorno dopo giorno tra sovranismi e Brexit. Crolla la casa, archetipo di protezione e sicurezza, solidità e riparo, così come tutto crolla sotto il peso del tempo che ogni cosa ricopre, tutto cancella, crollo al quale si può solo assistere in disparte, con dolore e rassegnazione come fa la Ménard. Unica interprete in scena, l’artista costruisce la gigantesca casa di cartone senza esitazione, come una guerriera che affronta la battaglia. Niente sangue, solo sudore, quello della tensione tra un’architettura titanica e la sua costruttrice. Rimane il dubbio di chi sia. Una mortale o una figura mitologica? Una rifugiata dei nostri giorni o l’artefice della ricostruzione?

data di pubblicazione:30/10/2021


Il nostro voto:

STITCHING di Anthony Neilson, regia di Alessandro Federico

STITCHING di Anthony Neilson, regia di Alessandro Federico

(Teatro Belli – Roma, 25/27 ottobre 2021)

L’evoluzione di una coppia smarrita nel dolore dei propri ricordi. Un incidente da ripensare, esorcizzare in un gioco perverso e incomprensibile. Il dramma di Stu e Abby di Anthony Neilson sul palco del Belli per il secondo appuntamento di Trend – Nuove frontiere della scena Britannica – a cura di Rodolfo di Giammarco.

L’idillio iniziale mostrato da Stu e Abby, felici sotto le lenzuola, è interrotto bruscamente da una litigata, che avviene senza un motivo apparente. Dappertutto intorno a loro ci sono bottiglie di alcool e bicchieri di ogni forma. Siamo nella loro casa, siamo nella loro intimità. Momenti di complicità e tenerezza si alternano a bruschi scambi di opinioni e rinfacci. E poi un gioco perverso che li vede recitare la parte del cliente e della puttana, forse per distaccarsi dai propri sentimenti, forse per trovarsi estranei e dirsi che tra loro non c’è mai stato niente, non è stato mai costruito niente. Non capiamo molto, dobbiamo arrivare fino in fondo. È questo lo stitching – la cucitura delle parti – che dobbiamo fare nella nostra mente per recuperare l’immagine totale di questo dramma scioccante e imprevedibile scritto da Anthony Neilson. L’autore racconta questa storia come se tenesse tra le mani un cristallo prezioso e fragilissimo, che scaraventa a terra con la forza violenta del suo linguaggio esplicito e aggressivo. Il filo temporale del racconto si frantuma in mille pezzi, che la coppia Stu/Abby tenta di rimettere insieme attraverso i ricordi. Ma per quanto possano impegnarsi a ricostruire non riusciranno a recuperare un’immagine nitida e chiara di quello che erano prima del dramma. E il dramma sta nell’aver perso Daniel, il figlio che hanno voluto, che hanno cercato, che li ha mandati prima in crisi e poi li ha fatti ritrovare, il figlio che hanno deciso di tenere nonostante le paure.

Come regista, Alessandro Federico cuce uno spettacolo comprensibile nella sua complessità, conferendo alle luci uno straordinario potere narrativo e ritmico. Sul palcoscenico, come attore, funziona in coppia con Valentina Virando. I due attori non smettono di guardarsi negli occhi, di attendersi, di sfidarsi, di riprendersi e darsi il tempo. Uno spettacolo intenso che fonda nella struttura narrativa la sua potenza teatrale.

data di pubblicazione: 25/11/2021


Il nostro voto:

L’ARMINUTA di Giuseppe Boniti, 2021

L’ARMINUTA di Giuseppe Boniti, 2021

“Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere”. È l’estate del 1975: una tredicenne viene lasciata dal padre, senza troppe spiegazioni, presso un casale al centro di una campagna brulla, ed affidata ad una famiglia di contadini che scoprirà essere i suoi genitori biologici. Fortemente indigenti e con una nutrita prole, questi l’avevano ceduta a soli sei mesi di vita ad una coppia di cugini benestanti che non potevano avere figli e che, sino a quel momento, l’avevano cresciuta come fosse la loro bambina, in una bella casa in città, lontana da quella povertà rurale dell’entroterra abruzzese.

 

 

La giovane adolescente, con una valigia in mano, “restituita” dall’uomo che credeva essere suo padre a quella che invece è la sua vera famiglia d’origine, all’improvviso perde tutto il suo mondo, le sue amiche, la bella casa dove era cresciuta e si ritrova circondata dal silenzio e dall’indifferenza. Comincia dunque a patire il mutismo assordante di quella famiglia a lei estranea, diventando trasparente agli occhi degli adulti che l’avevano cresciuta e di quelli che l’avevano ceduta, come se tutti loro avessero perso la “memoria della sua esistenza”. Diviene invisibile. Come una rifugiata in terra straniera, la ragazza dovrà tentare di reinventarsi una nuova vita in un nucleo familiare, respingente e diffidente che, pur non appartenendole, è il suo. Solo la piccola Adriana, bambina sveglia e solare, a suo modo la accoglierà, traghettandola in quella vita che le è stata imposta senza alcuna spiegazione.

Unica pellicola italiana voluta da Monda in concorso ed applauditissima dal pubblico alla prima proiezione ufficiale durante la Festa del Cinema di Roma appena terminata, L’Arminuta di Boniti è un vero gioiello, rude e tenero al tempo stesso, che fa venire immediatamente voglia di leggere, per chi non lo avesse già fatto, l’omonimo potente romanzo di Donatella Di Pietrantonio, anche co-sceneggiatrice della pellicola. Molti sono i temi affrontati, da quello sui minori maltrattati o sradicati da adulti non responsabili, a quello sull’abbandono sovente collegato a maternità non consapevoli o non supportate da figure maschili idonee. Il film fa anche emergere certe terribili usanze praticate in alcune zone depresse del sud, in cui sino a qualche decennio fa venivano attuate “private” forme rudimentali di affido, per garantire ai numerosi figli di famiglie bisognose una vita migliore, soffermandosi soprattutto sugli strappi affettivi che privano le persone della propria identità (l’Arminuta non ha un nome, non ha un compleanno da condividere: è solo colei che viene restituita), e su quanto la conoscenza sia l’unico vero antidoto alla paura e al buio.

Il cast è eccezionale, ad iniziare da Sofia Fiore (l’Arminuta), struggente e dura al tempo stesso, suo malgrado temprata da quell’affetto materno negato, e la piccola Carlotta De Leonardis che impersona Adriana, bambina matura e disincantata ma che nonostante tutto ama ancora giocare e andare sulla giostra; un immenso Fabrizio Ferracane nel ruolo di un padre-padrone che non conosce il perdono e la comprensione, ma solo il silenzio e la forza delle proprie mani per infliggere punizioni, ed infine le due madri, ognuna infelice a modo suo, degnamente interpretate da Vanessa Scalera e Elena Lietti.

L’Arminuta è un piccolo grande film, di quelli che ci insegnano qualcosa, che ci allargano il cuore, che scalfiscono il muro dell’indifferenza e che ci inducono ad essere più aperti e generosi nei confronti dei più deboli.

data di pubblicazione:25/10/2021


Scopri con un click il nostro voto:

16^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA: CONSIDERAZIONI FINALI

16^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA: CONSIDERAZIONI FINALI

La Festa si era aperta in concomitanza della bella notizia del ritorno al 100% del riempimento delle sale cinematografiche e teatrali. Quale migliore auspicio per una manifestazione che continuava “coraggiosamente e responsabilmente” a svolgersi, come l’anno passato, in presenza, pur con i condizionamenti del pass sanitario, delle mascherine e dell’obbligo per tutti di prenotazione on line degli spettacoli che si intendevano vedere. Un condizionamento quest’ultimo che toglieva quella sensazione tipica dei Festival di poter liberamente seguire l’istinto o cogliere al volo le “voci” per privilegiare all’ultimo momento la scelta di un film piuttosto che un altro, scoprendo spesso, in tal modo, dei piccoli gioielli. Ci si abitua però a tutto e ci si abitua pure al terribile algoritmo che decide la fila ed il posto … e se ne coglie il positivo quando il sistema funziona e l’intera macchina funziona. E, va detto che la Festa tutta, ha veramente funzionato senza sbavature sotto tutti i punti di vista: organizzazione, gestione, rapporti, quantità e soprattutto qualità! Non era scontato visti i tempi di profonda crisi produttiva del mondo cinematografico a causa della perdurante pandemia.

Lo confermano le cifre fornite a consuntivo dal Presidente Laura Delli Colli e dal Direttore Antonio Monda: un totale di quasi 60.000 ingressi fra spettatori paganti ed accreditati negli 11 giorni di Kermesse e di proiezioni, pari ad una copertura dell’89% dei posti disponibili. Un indubbio risultato, un bel segno di rinascita e di speranza dopo i momenti bui del recentissimo passato!!

Un merito che va riconosciuto alla manifestazione, alla sua struttura e soprattutto a Monda, il Direttore che la guida già da 7 anni e si spera possa essere riconfermato e possa così cogliere i frutti della “ripartenza” del settore per le prossime edizioni.

La Festa è stata caratterizzata dalla gran varietà delle tematiche e del tipo dei film offerti con anche una presenza significativa e qualificata di testimonianze di artisti e star internazionali (cosa non scontata visti i condizionamenti imposti dal Covid). I film in concorso o solo presentati rappresentavano sia paesi ove l’industria cinematografica è consolidata per qualità e quantità di prodotti, sia paesi ove il cinema muove ancora timidi passi. Poteva sembrare, di primo acchito, che quest’anno dovessero mancare o mancassero, gioco forza, i grandi titoloni o i successi già preannunciati, ed invece, quasi come in un crescendo musicale, sono emersi, in assoluta sintonia di valutazioni sia dei critici che degli appassionati di cinema, tutta una serie di film di gran qualità, per contenuto, per interpretazione o per regia. Film di cui sentiremo parlare e che vedremo accolti con successo quando appariranno sugli schermi in sala cinematografica.

Il Premio del Pubblico secondo i voti espressi, come da tradizione romana, dagli spettatori è andato meritatamente a MEDITERRANEO di Marcel Barrena di cui ci parlerà più in dettaglio la nostra Panerai. Meritano comunque una menzione anche titoli come C’MON C’MON, BELFAST, LES JEUNES AMANTS e CYRANO, solo per citarne alcuni.

La sezione autonoma e parallela dedicata ai giovani: ALICE nella CITTA’ ha poi assegnato il premio della sua giuria per il migliore film a PÈTITE MAMAN di Céline Sciamma; quello per la migliore regia è stata correttamente assegnato a K. Branagh per BELFAST.

Forse qualche aspettativa delusa, qualche previsione sbagliata, ma nel complesso la qualità generale dei film presentati è stata molto buona a riprova delle buone scelte operate dagli organizzatori che unitamente alla significativa e partecipe presenza di pubblico sono un buon segno ed anche una conferma, nel loro complesso, di una vitalità e qualità ormai stabilmente acquisita.

Una Festa dunque con alcuni ottimi film, diversi buoni film, varie prove autoriali ed anche qualche gioiellino piccolo piccolo che fa buon cinema e che speriamo possa uscire sui nostri schermi.

Appuntamento di nuovo a ROMA 2022!!

data di pubblicazione:25/10/2021

PETITE MAMAN di Céline Sciamma, 2021

PETITE MAMAN di Céline Sciamma, 2021

Il mondo visionario e affascinante dell’infanzia raccontato al presente, con uno sguardo delicato e profondo. È Petite maman, il nuovo film di Céline Sciamma presentato in concorso a Berlino 71 e ad Alice nella città durante la Festa del cinema di Roma e presente dal 21 ottobre nelle sale cinematografiche italiane. E’ la storia di Nelly (Josèphine Sanz), una bambina di otto anni che si ritrova nella casa d’infanzia della madre Marion in seguito alla morte della nonna. Marion è distrutta, non sa come gestire la situazione, e a un certo punto se ne va, lasciando Nelly sola con il padre. La piccola, mossa da una grande curiosità esce di casa per esplorare il bosco circostante, e a un certo punto si imbatte in una coetanea  (Gabrielle Sanz, sorella gemella di Joséphine), che sta costruendo una capanna. Le due diventano subito amiche, e Nelly impara a conoscere la famiglia di questa bambina apparsa dal nulla, il cui nome, guarda caso, è Marion.

Un film fiaba che colpisce nel profondo chi lo guarda, lasciandolo incantato ed emozionato, una poesia sull’amore, la famiglia, il lutto. Nelly non è riuscita a salutare la nonna prima della sua morte, è la prima volta che perde qualcuno che ama e deve confrontarsi anche con il dolore di sua madre Marion (Nina Meurisse) che scorre ad un ritmo diverso dal suo. Con i suoi genitori inizia a svuotare la casa d’infanzia della madre immersa in un bosco in cui un tempo c’era una casetta di legno di cui la bambina aveva tanto sentito parlare. Immerso in un’atmosfera sospesa nel tempo, in un autunno caldo e sognante, il film compie una vera e propria magia regalando a Nelly una seconda possibilità: quella di rivedere sua nonna e conoscere sua madre bambina. Un desiderio che forse appartiene ad ognuno di noi.

Petite Maman racconta di un viaggio nel tempo che non guarda al passato o al futuro ma si muove nel presente. Céline Sciamma elude l’immagine della morte grazie alla potenza della memoria, per cui nessuno scompare davvero e basta semplicemente un oggetto, un vecchio bastone, dei giocattoli di un’altra epoca, per continuare a sentire la persona vicino al proprio cuore. Le due bambine hanno così l’opportunità di conoscersi in un mondo magico in cui preparano crêpes e bevono latte al cioccolato, mettono in scena recite e costruiscono casette di legno secondo una sintonia di anima e corpo che permette loro di integrarsi definitivamente.

Dopo il successo di Ritratto della giovane in fiamme di due anni fa, Céline Sciamma firma un’altra pellicola stratificata e complessa, capace di esplorare ancora una volta il tema dell’identità, da sempre uno degli argomenti più significativi del suo cinema.

E come ogni fiaba, Petite Maman è fatta di case e sentieri, di luoghi non luoghi da abitare o disabitati che nascondono storie, porte e oggetti che collegano spazio, tempo e identità. Così il rapporto tra una bimba, la mamma e la nonna, diventa un viaggio intimo in cui ogni singolo elemento ha un suo preciso senso e una sua precisa funzione.

Petite maman, con la sua complessità poetica, è uno di quei film da studiare per scoprire la magia che può creare la macchina da presa, senza clamori ed effetti speciali, ma solo raccontando i sentimenti.

data di pubblicazione:25/10/2021


Scopri con un click il nostro voto:

MUSEO PASOLINI di e con Ascanio Celestini

MUSEO PASOLINI di e con Ascanio Celestini

(Teatro Manini – Narni, 23 ottobre 2021, anteprima nazionale assoluta)

L’irrisolta contraddizione dell’affare-Pasolini. Scena scabra ma colma di ingombranti significati alluvionali. L’Italia è il Paese dell’eterno trasmutante fascismo?

Quando il perfetto affabulatore Celestini nel prologo pre-scena dispone un copione pro-memoria sull’impiantito del palcoscenico si ha l’esatta sensazione che non ne avrà mai bisogno per tutti e 105’ i minuti della rappresentazione. Dizione e scansione precisa che sembra prefigurare una cronologia un po’ didattica della vita di Pasolini, nato a Bologna nel 1922, l’anno significativamente della Marcia su Roma. Ma quando sembra che il trend debba seguire questo piano lineare l’autore-attore-regista, divaga e riempie la storia di svolte pertinenti (ossimoro) ricostruendo una vicenda nazionale ricca di intrighi, di servizi deviati, di strategia della tensione. C’è un marcatore sensibile che è quasi un tormentone leit motiv. Anno ics della dittatura fascista. Dal 1922 in poi. Ma anche nel 1975, l’anno dell’assassinio di Pasolini, mostrato, con prove documentali, come opera di più persone e non del solo “Rana” Pelosi, un ragazzotto con cui lo scrittore, ben muscolato, avrebbe fatto fisicamente almeno gioco pari. Pochi oggetti e qualche sottofondo musicale a contrappuntare la lunga sfilata di supposizioni. C’è la paura del comunismo, eterno stigma nostrano, la strage di Piazza Fontana, il tentato golpe di Junio Valerio Borghese. Dunque Pasolini è il pretesto ma anche il centro di un dopoguerra fatto di troppe bugie, di troppe macchinazioni. E Celestini si fa uno, nessuno e centomila immaginando percorsi cittadini di periferia con lo scrittore, ipotesi del suo vissuto negli anni ’50. C’è anche qualche registrazione d’epoca che ci restituisce la vita di protagonisti di questo grande affresco dove un solo grande protagonista riesce a narrarci un’inestricabile vicenda corale. Alla fine successo di pubblico indiscutibile, con la prova generale già alle spalle, in vista di una fortunata tournee civile. Con la minaccia evitabile di qualche contestazione vista la forza dell’assunto ideologico che sottintende la narrazione.

data di pubblicazione:24/10/2021


Il nostro voto:

IL POTERE DELLE MAPPE – Le 10 Aree cruciali per il futuro del nostro pianeta di Tim Marshall – ed. Garzanti 2021

IL POTERE DELLE MAPPE – Le 10 Aree cruciali per il futuro del nostro pianeta di Tim Marshall – ed. Garzanti 2021

L’Iran si fronteggia con l’Arabia Saudita; la Grecia e la Turchia attraversano una crisi che risale all’antichità; l’Australia si trova in mezzo alle due Nazioni più potenti del nostro tempo, Stati Uniti e Cina… stiamo entrando in una nuova fase di rivalità tra le grandi potenze, nella quale numerosi attori, anche di minore entità, lottano per essere al centro della scena. Da tempo ormai lo scenario geopolitico si sta muovendo verso un mondo “multipolare”. Stiamo tornando a quella che è stata la norma per la maggior parte della storia umana: un’epoca segnata da molteplici rivalità per il Potere.

Come nel suo precedente libro Le 10 Mappe che spiegano il mondo, anche quest’ultima opera tratta di montagne, fiumi e mari per comprendere la nuova realtà geopolitica del XXI° secolo. Per l’Autore la Geografia resta un fattore chiave che circoscrive ciò che l’Umanità può e non può fare e condiziona quindi le scelte politiche dei vari Stati.

Il nuovo Saggio di Marshall (che, individuato un filone editoriale d’oro, prosegue nel suo “sfruttamento”) è ancora una volta una lettura di estrema e stupefacente attualità, assai utile per riflettere sui condizionamenti che continuiamo a portarci dietro perché siamo e resteremo prigionieri della Geografia. Ineluttabilmente, sostiene l’Autore, tanto per il passato quanto per l’avvenire, certe aree del Mondo, e quindi certi Stati, operano ed opereranno politicamente, commercialmente e militarmente in un certo modo e con certi obiettivi.

Marshall, esperto di Relazioni Internazionali, conferma ancora una volta di saper coniugare rigore con chiarezza espositiva ed illustra con prosa scorrevole e con competenza di analisi, avvalendosi di un ampio supporto di mappe di facile lettura, i futuri scenari, la complessità dei rapporti mondiali e gli eventi che potrebbero avere conseguenze di vasta portata nel nuovo mondo multipolare che si prospetta. Un futuro in cui da un punto di vista energetico il petrolio andrà perdendo il suo potere, contesti in cui sarà il bisogno di acqua a condizionare le situazioni, crisi umanitarie con conseguenti ondate migratorie, tendenze autonomistiche di piccole regioni a fronte del venir meno degli Stati unitari… queste prospettive ed i connessi condizionamenti economico-sociali sono dettati dalla forza della Geografia dei luoghi e quindi dalla Geopolitica. In tale ottica Marshall esamina 10 aree cruciali: Australia, Iran, Arabia Saudita, Grecia, Turchia, Regno Unito, Spagna, Etiopia, Sahel e perfino lo Spazio. Quest’ultimo elemento è particolarmente singolare: chi possiede infatti lo Spazio?

Anche questa volta come nei suoi precedenti lavori, la visione dell’Autore resta per definizione deterministicamente legata ai vincoli geografici e quindi, volendo, si può contestare questo suo approccio soggettivo. Nonostante questo rilievo, l’ultimo lavoro di Marshall resta comunque uno studio estremamente interessante, attualissimo, aggiornato ad oggi, utile per avere una visione di insieme di avvenimenti che altrimenti si disperderebbero nelle dinamiche delle politiche internazionali. Una lettura piacevole ed istruttiva, una brillante opportunità per ragionare su quanto anche la realtà oggettiva della geografia condizioni e condizionerà gli elementi intorno ai quali girano le nostre Società.

Un libro consigliato per gli appassionati ed interessante anche per coloro che vogliono solo provare a capire come andrà il Mondo.

data di pubblicazione:23/10/2021

BEYOND CARING di Alexander Zeldin, reading a cura di Giacomo Bisordi

BEYOND CARING di Alexander Zeldin, reading a cura di Giacomo Bisordi

(Teatro Belli – Roma, 22/24 ottobre 2021)

Il teatro può essere lo specchio di tanti tragici fenomeni che incombono sull’esistenza. Possono essere di carattere sociale, lavorativo, di genere. Questo il tema scelto per l’edizione numero venti di Trend a cura di Rodolfo Di Giammarco. 14 lavori tratti dalla drammaturgia contemporanea inglese portati in scena da eccellenti artisti del panorama italiano.

 

 

Il reading portato sul palco del Teatro Belli di Trastevere da Giacomo Bisordi per la serata inaugurale della ventesima edizione di Trend non ha nulla della staticità di un copione letto al leggio. I cinque attori protagonisti di Beyond caring, Massimiliano Aceti, Caterina Carpio, Eny Cassia Corvo, Elisabetta Mandalari e Francesco Russo, hanno praticamente mandato il testo a memoria. Questo concede movimento a una scena nuda, che fa un uso scenografico dello scheletro del palco, così come appare senza quinte e fondale. Oggetti di scena un tavolo e qualche sedia. Quello che occorre alla rappresentazione lo fa la simulazione mimica degli attori e l’immaginazione dello spettatore.

Siamo nel locale di carico e scarico di un’azienda che lavora la carne. Fatu, Debby e Susanna lavorano come addette alla pulizia, assunte da poco tramite agenzia interinale. Il luogo dove si trovano serve anche da stanza per la pausa caffè, con una macchina per le bibite che funziona male e ruba quei pochi centesimi che hanno in tasca. Ognuna di loro ha alle spalle una situazione economica difficile. Accettare questo lavoro precario, dove i pochi giorni di attività sono divisi in turni notturni massacranti, i minuti di riposo sono contati e le ferie non sono concesse, è l’unico compromesso che hanno per potersi mantenere. La direzione del lavoro è affidata a Lorenzo, un cinico caposquadra che conosce solo il comando e la pressione di raggiungere l’obiettivo imposto nel mansionario. Ha un atteggiamento dispotico con le donne, che causa competizione e provoca continue umiliazioni. Ai richiami per il basso rendimento si sommano inutili questionari di soddisfazione, autovalutazione e riunioni di squadra. In azienda lavora già Maurizio, un uomo di 35 anni che gode la fortuna di avere una situazione contrattuale favorevole: un tempo indeterminato.

Nel titolo di questa pièce è indicato il senso della storia. Letteralmente beyond caring indica una persona che non è più in grado – per incapacità o mancanza di voglia – di prendersi cura di qualcosa o qualcuno, che non vuole dedicare il suo tempo a risolvere un problema che affligge qualcun altro. È così che Lorenzo ha attenzione solo per il lavoro e non per il lavoratore, Debby non può vedere la figlia il fine settimana perché non le sono concesse le ferie e Fatu deve sopportare il dolore che le causa la sua artrite. Questa è la condizione in cui si trovano tanti lavoratori oggi, in un momento storico che sembra aver dimenticato le lotte sindacali di un tempo. Un periodo in cui valgono l’efficienza e la produttività, a scapito della reale condizione dell’individuo la cui vera vita, fatta di affetti mantenuti e curati attraverso lo schermo di un telefonino, si svolge altrove. Ottima prova d’attore per i giovani artisti de La fabbrica dell’attore del Teatro Vascello, in scena fino a domenica.

data di pubblicazione:23/10/2021


Il nostro voto:

BELFAST di Kenneth Branagh, 2021

BELFAST di Kenneth Branagh, 2021

Il giovane Buddy (Jude Hill) ha appena nove anni quando vede attorno a sé, nella fino allora tranquilla Belfast, cambiare all’improvviso il suo piccolo mondo, fatto di innocenti amori scolastici, giochi nelle strade del quartiere, feste e cinema con i genitori e chiacchierate con i nonni. Confuso e spaventato dovrà prendere atto che la violenza esplosa ed il conflitto religioso imporranno delle scelte a lui ed ai suoi Cari…..

 

Per singolare coincidenza o per abile programmazione la Festa ci ha dato l’opportunità di assistere, quasi in contemporanea, a due buoni film con bambini al centro delle loro storie. Da una parte il molto più che ottimo C’mon C’mon di Mike Mills ,dall’altra Belfast di Branagh.

Con questo suo ultimo film il talentuoso attore, autore e regista, la cui eclettica genialità gli consente di spaziare dai classici Shakespeariani a…Thor, ha inteso esprimere il suo ricordo per la sua famiglia, i nonni e la città di origine.

La storia si ispira, infatti, alle personali vicende dello stesso Branagh. Il nostro Autore, nato e cresciuto a Belfast, è stato costretto nel 1969, all’età di nove anni, a fuggire dalla sua città verso l’Inghilterra a causa dei violenti conflitti religiosi fra protestanti e cattolici scoppiati proprio quell’anno nell’Irlanda del Nord. Un dramma che, dopo aver covato per anni sotto la cenere, durerà decenni con oltre 3500 morti.

La peculiarità del film è che i cambiamenti e la violenza sono visti con lo sguardo innocente ed incredulo del giovane Buddy che ha solo una comprensione parziale di ciò che avviene e di quella che fino a poco tempo prima era la vita normale e che ora non lo è più. Il tocco autoriale del regista rende il lavoro originale, filmato in un bianco e nero molto sofisticato che restituisce tutte le atmosfere dell’Irlanda di quegli anni e del piccolo mondo della working class. Un mondo che stava già lentamente cambiando e che i conflitti sovvertiranno completamente. La minaccia della violenza obbligherà i genitori del piccolo a superare le proprie incertezze, i diversi punti di vista, i vincoli affettivi ed i sogni che li trattengono a Belfast e li costringerà a prendere atto che per restare fedeli ai propri valori non resterà loro che tagliare con il passato per cercare di ritrovare la tranquillità altrove pur correndo il rischio di perdere la propria identità.

Ricordi che hanno segnato la vita del regista che però, intelligentemente, è abile nel riproporli con un po’ di nostalgia ma evitando ogni sentimentalismo o forzatura, alternando al dramma, grazie all’uso sapiente dello sguardo infantile, momenti di humour per alleggerire le atmosfere narrative. Il ritmo è sostenuto e scorrevole, senza pause se non quelle scientemente ricercate, ed è supportato da un ottimo montaggio e da una sceneggiatura ben costruita. Come sottofondo fa da colonna sonora il leggendario Van Morrison. Oltre all’eccezionale giovane interprete, tutto il cast è perfetto: dalla intramontabile Judi Dench (la nonna) ai genitori Jamie Dornan (il padre) e la splendida Caitriona Balfe (la madre).

Un buon film, una buona ricostruzione ma, a mio giudizio, gli manca una piena e profonda partecipazione emotiva. Un film che indubbiamente piacerà ma con poco cuore e che quindi non emoziona e non commuove come avrebbe potuto.

data di pubblicazione:23/10/2021








LETIZIA VA ALLA GUERRA – LA SUORA, LA SPOSA E LA PUTTANA, di Agnese Fallongo, regia di Adriano Evangelisti

LETIZIA VA ALLA GUERRA – LA SUORA, LA SPOSA E LA PUTTANA, di Agnese Fallongo, regia di Adriano Evangelisti

(Teatro Quirino – Roma, 12/14 ottobre 2021)

Un filo sottile tessuto dal tempo lega insieme la storia di tre donne apparentemente lontane. Piccoli tasselli di un quadro più grande che ha per cornice i due conflitti mondiali. Tutte e tre si chiamano Letizia e in comune hanno anche un destino.

   

Diciamolo senza retorica: Agnese Fallongo è un’artista interessante da seguire con attenzione! Brava sulla scena e nella scrittura. Un talento eccellente, caleidoscopico, entusiasta, a cui si affianca sul palco un’ottima spalla, Tiziano Caputo, attore cantante e musicista. Diretti da Adriano Evangelisti, insieme dànno vita a uno spettacolo ricco di emozione, divertente e profondo, fatto di personaggi veri e buona musica.

Quando l’Italia entra in guerra il 24 maggio del 1915, Michele lascia la Sicilia per andare a combattere in Friuli, una terra lontana e sconosciuta, dove non arrivano le lettere che Letizia gli spedisce di frequente. Si erano sposati poco prima della sua partenza. La guerra, si sa, divide le anime che si amano. Letizia cerca di raggiungerlo, ma non riuscirà a riabbracciarlo. Morirà colpita da una pallottola vagante mentre offre il suo servizio di volontaria al fronte e il suo fantasma rimarrà intrappolato per sempre nella memoria di chi le ha voluto bene. Di lei si vede ormai solo una foto sbiadita in una cornice di mogano sul comò dei ricordi.

Altra data, altro conflitto: 21 giugno 1940, Seconda guerra mondiale. Proprio quel giorno Lina compie 21 anni. È cresciuta in un orfanotrofio di Latina sotto le cure amorevoli di suor Letizia. Improvvisamente irrompe nella sua vita una vecchia zia di Roma, che le offre un lavoro in città. Lina si trasferisce e scopre che dovrà prendere servizio da Sora Gemma, una casa per appuntamenti a via Mario de’ Fiori. Per sole 15 lire e 65 centesimi la ragazza perderà innocenza e nome. Lina diventerà la sensuale Letizia.

Felice Pirrone, detto il biondino, è uno dei clienti più affezionati di Letizia. Tra i due nasce un sincero amore e così orchestrano di fuggire insieme. L’appuntamento è fissato alla stazione Termini, ma Letizia non si presenterà. La sifilide arriva prima e rovina tutti i piani. Per una serie sfortunata di fatti Felice scoprirà solo quattrodici anni più tardi cosa accadde il giorno della partenza, e sarà l’incontro con suor Letizia, ormai anziana, a chiarire la vicenda. È lei a svelare il prezioso legame che teneva strette in un unico destino le tre donne.

Letizia va alla guerra è uno spettacolo che basa la sua forza su un racconto vero e credibile, portato in scena da due interpreti che cantano, recitano e suonano con grande bravura. Perfetta è la sintonia che hanno sul palco, soprattutto nei tempi comici. Agnese Fallongo propone un teatro fatto con passione, consapevolezza e mestiere, meritevole di essere sostenuto e applaudito.

data di pubblicazione:22/10/2021


Il nostro voto: