STORIA DI UN CINGHIALE – Qualcosa su Riccardo III

11 Apr 2026 | Accredito Teatro

foto di Masiar Pasquali

scritto e diretto da Gabriel Calderón, con Francesco Montanari, scene Paolo Di Benedetto

(Teatro Biondo – Palermo, 08/12 aprile 2026)

(Teatro India – Roma, 22/26 aprile 2026)

Il lungo monologo di Francesco Montanari, diretto dal regista e drammaturgo uruguayano, reinterpreta il Riccardo III di Shakespeare in chiave moderna e personale. In un perenne parallelismo tra opera d’arte ed autobiografia, e fra teatro e vita.

L’attore, unico protagonista di questa pièce, coadiuvato appena da una scenografia palpitante e a tratti sbilenca, recita la parte di un attore. “Qualcuno” che rivendica il diritto di essere “qualcosa”. Dopo anni di estenuanti attese, finalmente un ruolo importante, degno di nota. Finalmente la possibilità di un riscatto, a lungo agognato, un riconoscimento pubblico, all’altezza del proprio talento. Sarà Riccardo III, ma non “l’originale”, quello nato dalla penna del celebre drammaturgo inglese. Poiché Shakespeare “è morto”, e con lui il “pentametro giambico” e l’impalcatura dei valori d’un tempo. Sarà “qualcosa” di simile o affine. Qualcosa di Riccardo III.

Bestia antropomorfa o piuttosto uomo dalle sembianze animalesche, sbuca dal sipario con la testa soltanto, come quei cervi impagliati appesi al muro, macabri trofei di caccia. Quindi si lancia sulla scena, con la voce e la gestualità invadente, dando in pasto alla platea uno charabia che egli stesso definisce “incomprensibile”. Duro da “masticare” e spesso indigesto, una sorta di “intossicazione da versi”.

Della compagnia teatrale che lo affianca e del regista che lo dirige, in questo modello perfetto di mise en abyme, non si vede traccia. Se non attraverso la stessa recitazione di lui, fatta di una mimica variegata e di voci diverse, in continuo sdoppiamento tra il proprio ruolo da protagonista-sovrano e le parti degli altri attori. Dalla regina Margherita con le sue solenni maledizioni alla madre dello stesso Riccardo, figlio aborrito. Parti invidiate (“Un attore ucciderebbe per un monologo come quello!”), quindi usurpate come si usurpa un trono, un regno, una corona.

E ancora si viaggia lungo i binari dell’analogia. Francesco, che racconta sé stesso, è un attore in una famiglia di chirurghi e istruttori di guida. Una “bestia rara” e ridicola, che non sapendo usare le proprie mani per dirigere gli altri o salvare vite, non può far altro che agitare i lunghi artigli, sotto una coltre di pelo disordinato e folto. Quasi un Minotauro esiliato tra le quinte di un teatro, all’ombra d’un palco, “gobbo, losco, torvo”, perso in un labirinto di parole febbrili e di inutili rime.

Cambiando pelle come un serpente, o mutando il mantello (le setole del cinghiale, animale con cui si identifica), Francesco l’attore è dominato dall’ira, dall’intolleranza e dal livore, frutto di sogni inappagati e di ambizioni irrisolte. Fino a collassare sotto il peso delle proprie zavorre, e spogliandosi di tutti gli orpelli, complice lo “spettatore pietoso”, ritrovare la nudità pura e semplice. E con essa l’umanità vera, che è l’essenza del teatro, quello autentico. Il resto è aneddoto, è storia.

data di pubblicazione:11/04/2026


Il nostro voto:

1 commento

  1. Bellissima recensione: chiara e coinvolgente. Si sente tutta la tua passione, complimenti!

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.



Altri post di Daniela Palumbo:


Ricerca per Autore:



Share This