regia di Pino Ammendola con Annalisa Favetti
(Teatro Biondo – Palermo, 07/10 maggio 2026)
L’incidente che causò la morte di Lady Diana è appena avvenuto, sotto quel ponte di Parigi. Lei si rivolge incredula ora al compagno Dodi, ora alla guardia del corpo Trevor, entrambi assenti dalla scena. E da quel palco dove troneggia la carcassa dell’auto, avvolta da una fitta nebbia, interpella il pubblico circa il suo destino. In una sorta di perenne, reiterato passato – presente.
Questo monologo lungo cinquanta minuti, portato in scena da Annalisa Favetti, non è una semplice celebrazione della vita di Lady Diana. Non è una ennesima rievocazione della sua tragica morte. Sebbene vengano passati in rassegna, in ordine sparso, i fatti più rappresentativi della sua storia. Dal matrimonio da favola – lei una Cenerentola qui alla ricerca della scarpetta smarrita tra le lamiere dell’auto – all’incubo del protocollo di corte e dello “scandalo di Stato”, costantemente in agguato. Sotto lo sguardo onnipresente e imperturbabile della regina in versione “strega cattiva”. Passando attraverso il ricordo dei propri amanti (tanto fugace il ricordo quanto deludenti furono quegli stessi amanti) e delle “opere buone” a favore dei più deboli.
La pièce pare voler essere innanzitutto una “rimembranza” dell’amore. L’amore che prevale su tutto il resto, sempre e comunque. Che sia l’illusione di un vero legame coniugale da parte di una giovane sposa ingenua (“Nel mio matrimonio eravamo in tre”) o il miraggio di una passione travolgente, di quell’erotismo troppo a lungo negato. La propensione sincera per il prossimo, per il bisognoso a cui tendere la mano, o ancora, l’amore nella sua forma più pura, quello per i figli. William e Harry, e persino Sara, la figlia “ignota”. La bambina che lei stessa avrebbe tanto desiderato, mentre – inversamente – Spencer padre avrebbe voluto un maschio al posto di lei, Diana. Così lei, Diana, quasi a parziale risarcimento della mancata realizzazione delle “aspettative”, da sempre si vede destinata a “grandi cose”.
Il tono altisonante della recitazione, spesso sopra le righe, è alternato ad accenti più lievi, quasi sussurrati. Espressioni e gesti perentori da “futura regina” si avvicendano ad esplosioni di gaiezza svampita, che ricordano la bionda Marylin del mito americano.
Prigioniera di quel tunnel che sembra “non finire mai”, anticamera di una fine inevitabile, pochi minuti prima dell’impatto, Diana “futura regina” si mette a contare, come in un gioco, i piloni dell’Alma, il ponte fatale. E persino nel momento dell’addio, accolto infine con rassegnazione, la sentiamo cantare allegramente sulle note di “Candle in the wind”, insieme al suo “Elton”.
Tutta la rappresentazione è dunque un’altalena tra il sogno e la realtà più cruda. Di chi, malgrado la fama che l’ha resa immortale, voleva solo essere una donna. “La meno importante e la più felice”.
data di pubblicazione:10/05/2026
Il nostro voto: 






0 commenti