(Teatro Biondo – Palermo, 24/26 aprile 2026)
Liberamente tratto dal romanzo La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, questo monologo vivace e commovente racconta la tragedia dell’Irpinia – il terremoto del novembre 1980 – vista attraverso gli occhi di un ragazzino straordinario, capace di “urlafischiare”, e di farsi amare da tutti.
Ci sono tanti modi per raccontare una tragedia. Questa pièce sceglie di farlo attraverso la narrazione di un bimbo, inventore di una nuova lingua che va oltre le parole. Un bambino fuori dal comune. Prende in prestito il linguaggio degli animali, degli uccelli in particolare, quasi fosse un novello san Francesco in miniatura. Sceglie come migliore amico Alì, un merlo indiano dal nome esotico, compagno fedele oltre ogni ragionevole aspettativa di vita. Esprime e coltiva con gesti semplici il senso di fratellanza tra gli uomini, nella comunità come nel privato. All’interno del piccolo paese come al di là delle frontiere (Sifflotin, dal francese siffler, fischiare, uno dei tanti nomi cuciti addosso a lui). Suscitando in ogni occasione la sana meraviglia, quella che rinsalda i legami buoni e disarma persino le intenzioni più cattive.
La scena è umile e quasi spoglia, solo una seggiola di paglia e un quadrato di mattonelle intercambiabili che ricordano i tasselli di un puzzle o i pezzi di certe costruzioni per bambini. E un odore di paglia misto a polvere antica che giunge fino alla platea, a completare il “quadro”. Così appare la casa che rivive nei ricordi di lui, Isidoro. Una casa povera, dove l’unica ricchezza è la pasta modellata dalla madre, Stella Di Mare, generosa nelle dimensioni ed estrosa nelle forme. Nella “casa di pasta” – trasposizione realistica delle dimore delle fiabe – fioriscono “centrini di pasta, tende di pasta”, tagliatelle che vengono giù dal soffitto come i fili di un ricco lampadario. Tutto quanto “buono come il pane” e tutto quanto allegro, pieno di vita. Effervescente come l’acqua che il papà usava dentro al bidet, al mattino, per “energizzarsi” – curioso e colorito aneddoto che strappa il sorriso. Il ritratto è quello di un’infanzia felice, con un papà e una mamma che “ogni mattina si baciavano sulla bocca”, e tanta gente intorno, ad affollare i quarantasette metri quadrati calpestabili tra cucina soggiorno e camera da letto. Dove letti, tavolini e vasca da bagno, persino, fungevano da divani, sedie e poltrone. E si era felici.
Una casa piccola ma solida, “che nessuno la butta giù”, una casa piena di vita. Ma che dopo il boato, le scosse, i tuoni di quel ventitré novembre “che però il cielo era sereno e pareva già primavera”, viene inghiottita come tomba e quasi sparisce, come la strada che vi conduce (“per dove si va a casa mia?”). E si riduce a un cumulo di pietre, di mattonelle staccate, sbrecciate, ammassate l’una sull’altra come i corpi sotto le macerie, che le mani troppo piccole di un bambino non riescono a tirare fuori. Solo la voce, il fischio, unico filo per restare aggrappati alla vita. Per qualche ora soltanto, tutta la notte e fino a un’alba tardiva, come gli aiuti che giungeranno. E malgrado tutto, la voglia di continuare a cantare, e a cercare l’amore, ricordando gli insegnamenti del padre: “Chi non ha sofferto canticchia. Ma chi ha sofferto, figlio mio, CANTA!”
data di pubblicazione:26/04/2026
Il nostro voto: 





0 commenti