MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE di Arthur Miller

12 Apr 2026 | Accredito Teatro

(foto di Rosellina Garbo)

regia di Carlo Sciaccaluga; con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti, Michele De Paola, Giovanni Cannata, Riccardo Livermore, Silvia Biancalana, Sergio Basile, Andrea Nicolini, Giovanni Arezzo, Domenico Bravo, Eletta Del Castillo, Chiara Sarcona; Produzione Teatro Biondo Palermo

(Teatro Biondo – Palermo, 11/19 aprile 2026)

Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller debutta a Broadway nel 1949, nel cuore del boom economico del dopoguerra. Ma lungi dal trasmettere “sentimenti” positivi come ottimismo e fiducia nel futuro, l’opera mostra il “lato oscuro della luna”. E la competizione, in campo finanziario più che nello sport, la corsa al “successo”, a costo di ogni sacrificio, diventano una lunga marcia verso il patibolo.

Un progetto di vita comune “comprato a rate” è un progetto fallimentare. Così come un programma di crescita sociale – ciò che si dice “progresso” – basato sulla produttività di ciascuno è ugualmente destinato al fallimento. Questo, in sostanza, il messaggio dell’opera di Miller, in perfetta sintonia con l’epoca contemporanea, i “tempi moderni”.

Elementi apparentemente accessori della scenografia fanno la propria comparsa nel corso della rappresentazione. Sono l’indispensabile frigorifero domestico, sorta di nume tutelare di casa Loman oltre che marcatore di status, e l’incredibile magnetofono, “verità rivelata” ed esibita come una specie di ostensorio sulla scrivania del boss dell’azienda di New York. Volutamente “piazzati” in un angolo della scena ma ben visibili, emblematici di un’epoca, di una “prospettiva”.

Materia inumana e disumana, come disumanizzata è quella terra d’America, da Boston alla Florida, che il nostro Willy Loman, commesso viaggiatore, è costretto a percorrere in auto, malgrado l’età avanzata. Più di mille chilometri per più di dodici ore al dì. Pena l’esclusione dal lavoro, il disastro economico, la disgregazione fisica e morale della propria famiglia. Questo il dramma di Willy il venditore, dopo anni di duro lavoro che lo hanno reso “un tantino stanco”.

Di quest’uomo che non riesce più a fare fronte alle spese di gestione della casa, amministrate dalla moglie con equilibrio e assennatezza. Che non è più in grado di tenere dritto e saldo il volante dell’automobile su strada, idealmente il “timone” della famiglia. Che non è riuscito e non riesce a guidare i propri figli, il primogenito Biff soprattutto, verso una realizzazione personale, nella scelta di una professione come nelle condotte di vita. E che, assorbito dalle proprie ossessioni, non sa “farsi bastare” l’amore della propria sposa, Linda (una straordinaria Pia Lanciotti). Che da sempre lo ama per sé stesso, per ciò che lui è come uomo.

Alla domanda rivoltagli da altri – “Cosa sei?” – lui risponde “Io vendo”. Non con un nome, un’identità, ma con un verbo d’azione, che assimila l’essere ad una “operazione commerciale”. Con un unico “bagaglio”: un campionario di merce da cedere per ricavare denaro, o da barattare con un’illusione fugace (la giovane amante gli concederà i suoi favori in cambio di calze di nylon).

I volti delle comparse che sin dall’inizio si manifestano sulla scena, coperti da un panno di colore chiaro, rievocando i soggetti di certi dipinti – da Magritte a De Chirico – emergono come simulacro di questa umanità negata. Disumanità anonima, come anonimi e disumani sono la città, la strada, il condominio. In una visione che si percepisce attraverso lo sguardo del protagonista, proteso verso l’esterno reale, ma desideroso di guardare oltre, “altrove”. Verso gli olmi della casa del passato, verso un orto dove piantare carote. Verso le giungle dell’Africa o le gelide terre d’Alaska persino, là dove pare volerlo dirottare lo spettro del fratello Ben, partito tantissimi anni prima, a “fare fortuna”.

E il sogno americano evolve verso l’incubo, mentre passato e presente si intrecciano, come le diverse fasi della morte, sotto varie forme, nel corso della vita.

data di pubblicazione:12/04/2026


Il nostro voto:

2 Commenti

  1. Un dramma che descrive dinamiche attualissime nel rapporto tra padri e figli, aspettative tradite e bugie dette per non deludere. Impossibile rimanere indifferenti e non esserne coinvolti. Ottima recensione

  2. Una rappresentazione cruda e lucidamente realistica dell’uomo medio statunitentense, lontanissima dalla visione ottimistica e propagandistica del “mito” americano e del “self-made men” (impersonato dall’alter ego Ben), attualissima e anticipatrice, per molti dei temi trattati, delle inquietudini e delle problematiche del mondo in cui viviamo, attraverso la quale Daniela Palumbo ci guida, come sempre, con garbo e competenza, ponendo in luce i nodi essenziali e dettagli rivelatori.

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