AUTORITRATTO di e con Davide Enia

Foto di Masiar Pasquali

musiche di Giulio Barocchieri

(Teatro Biondo – Palermo, 21/24 maggio 2026)

Breve viaggio nella “costellazione del lutto”, in cui le stelle dei “morti ammazzati” continuano ad abbagliare come dopo lo scoppio di una mina.

La scena si apre su uno sfondo di muri grezzi dove rimbalza l’eco di una “abbanniata”, il grido modulato degli ambulanti al mercato. Che invita a “uscire fuori”, ad aprire le finestre, a scendere per strada. Facendo da preludio al lungo monologo, invitando all’ascolto e alla partecipazione.

I toni non sono tragici: Davide racconta con ritmo per lo più disinvolto, talora biascicando le sillabe e senza scandire le parole. Lo è la materia. Una materia dura come pietra che diventa, nel corso della rappresentazione, duttile come pasta da modellare nelle mani di un bambino. Ed è proprio partendo dallo sguardo di un bambino di otto anni – lui stesso, “Davidù”- che prende avvio questo racconto. Così, la scuola, il compagno di banco, mamma, papà, l’appartamento al terzo piano, l’album con le figurine vinte al gioco sono mostrati come frammenti di vita reale. Una “normalità” costellata di eventi drammatici, di esplosioni dietro l’angolo, schegge di crudeltà improvvisa. E di “ammazzatine”. Incrociate così, per caso, lungo la via del ritorno verso casa, come incappando in una buca nell’asfalto. O in una pozza d’acqua, che è di sangue, piuttosto.

Fatto concreto e drammatico, l’ammazzatina qui si colloca tra il mito della Storia di Sicilia (“Abbiamo studiato i Fenici, popolo micidiale!”) e la leggenda locale del venditore di sale “quando mi cercate non mi trovate”. Che compare lì, nel bel mezzo della sciagura – “eccolo! il mio eroe!” – a dare prova del paradosso tutto siciliano. E quando le immagini fatte rivivere su questo palco finiscono per riesumare fantasmi troppo angosciosi, le parole si accompagnano con gesti espliciti, vistosi e ripetuti. Così avviene nel ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo, vittima di quella mafia che non guarda in faccia “né fimmini né picciriddi”. Le mani dell’attore mimano la discesa nei tanti sotterranei, e le successive risalite. E poi l’atto di stringere il cappio intorno al collo, e di tirare la corda, il gesto di rimestare, come si fa con lo spezzatino dentro una quarara.

Il ricordo degli attentati del ‘92 ai giudici Falcone e Borsellino segue lo stesso schema di rievocazione e di “racconto”, nell’alternarsi di realtà e straniamento. Il quotidiano più banale, in tempi brevissimi e imprevedibili, è contaminato dall’intervento straordinario del Male. La “presenza massiccia” del suono, da un lato (il boato, le bombe), così come l’assenza di suono, dall’altro (il mutismo conseguente al trauma), sono entrambe portatrici di significato. In grado di coinvolgere la platea, a livello sensoriale ed emotivo, innanzitutto.

Platea che viene trascinata quasi a forza tra le vie ed i vicoli di Palermo. Una Palermo ricoperta dalle macerie dell’ultima guerra, per volere della mafia. Sovrastata dalle cisterne per l’acqua da “razionare” nelle case, per volere della mafia. E per volere della mafia tenuta ‘o scuru, senza illuminazione pubblica, nera come il fondo di un pozzo. Da cui si levano, tuttavia, voci e schiamazzi, “vuccirie”, lampi nel buio del silenzio. Vuccirie che bisogna cambiare in parole, frasi autentiche, materia grezza da affilare come vere armi. Perché non c’è altra via, ed è solo questa: “Bisogna nominare le cose”.

data di pubblicazione:24/05/2026


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1 commento

  1. Non ho visto” l’autoritratto ” ma dalle parole di Daniela si riesce a percepire bene il periodo, le emozioni e anche purtroppo ciò che è dato sempre per scontato; le ammazzati e,il buio esterno ed anche interno degli uomini incapaci,spesso, alla ribellione. Tutto sempre e maledettamente attuale.

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