Horror psicologico aggiunto di recente su piattaforma Netflix, compare attualmente tra i dieci film più visti e apprezzati. Inquietante e misterioso fino agli ultimi istanti, per la storia, l’ambientazione e le musiche, cattura e a tratti quasi ipnotizza lo spettatore.
Siamo in Islanda, a fine Ottocento. In un villaggio sperduto, nel cuore gelido di una natura inospitale. Qui, una stazione di pesca è gestita da una donna, Eva (interpretata da Odessa Young). Vedova malgrado la giovane età e “capobranco” in una piccola comunità di uomini, pescatori e marinai. Che lei cercherà di preservare, mantenere in vita, malgrado le avversità e la scarsità di cibo. Un evento improvviso spezza la staticità dello scenario. Occhi increduli, sgomenti, fissano un punto fermo all’orizzonte: è la sagoma di una barca incagliata sugli scogli, che lentamente affonda. Da quegli stessi occhi scaturiscono impulsi contrastanti. Uscire in mare, per soccorrere i naufraghi, e al tempo stesso, sulla terraferma, accendere fuochi per scaldarne i corpi, una volta messi in salvo. Oppure rimanere immobili, inerti, restare a guardare. Per timore di chi, venendo accolto, potrebbe sottrarre il poco nutrimento a disposizione, già insufficiente, segnando la propria fine.
È lo slancio dello spirito contro la carne (“Potremmo esserci noi là fuori!”), ed è la bestia che prende il sopravvento sull’uomo (“Ma non siamo noi!”). Tutto in un unico vortice, di coraggio e paura. Istanti infiniti, poi la scelta: gli “altri” dovranno morire. Loro, gli estranei, gli “stranieri”. Saranno abbandonati alle acque impietose e al loro destino.
Così si manifesta “l’inverno più duro”, che ci era stato annunciato. L’inverno, uno stato mentale più che una stagione. Duro, monolitico come un pezzo di ghiaccio, e irremovibile come una condanna a morte. Di contro, il titolo originale, The Damned, evocando la visione infernale dove il fuoco è protagonista assoluto, punta i riflettori sugli abitanti del villaggio e sulla loro dannazione, conseguente alla colpa. Il paesaggio, immortalato da una fotografia più che suggestiva, appare immacolato, limpido, tra la neve e l’azzurro quasi irreale del cielo del Nord. Ma l’innocenza è ormai perduta, e così pure la compattezza del gruppo, che giorno dopo giorno si sfalda, viene meno. Come le corde delle barche lasciate marcire a riva, o come la carne dei cadaveri in decomposizione, trascinati dalla corrente.
Il ritmo della narrazione è pesante, è lento. Di una lentezza funzionale all’attesa angosciosa di qualche orrenda rivelazione, che attinge alle leggende di quei luoghi, e al soprannaturale. “Guardati dal Draugr”, ripeterà una cantilena, cercando di esorcizzare il demone vendicatore, capace di insinuarsi nella mente di ciascuno e di infondervi la pazzia. Ma chi è veramente il Draugr? E soprattutto, esiste davvero? È fuori o dentro di noi? È l’incubo che alloggia nella mente di chi ha rinunciato alla propria umanità o una minaccia che giunge dall’esterno, qualcosa da combattere affinché non intacchi l’integrità, psichica e morale, del nostro essere? Nel dubbio, nella costante esitazione, mantenuta sino alle ultimissime scene, risiede l’anima del fantastico. Alla fine, il dénouement rivela una verità atroce. Dolorosa e incredibilmente struggente. Come una lingua sconosciuta, come una presenza nuova, disarmata e disarmante, uno sguardo autentico. E un grido disperato, riconosciuto per ciò che è realmente. Troppo tardi.
data di pubblicazione:14/04/2026
Scopri con un click il nostro voto: 





0 commenti