NON SI SA COME di Luigi Pirandello, regia di Paolo Valerio

(Non si sa come_Branciaroli)

con Franco Branciaroli, Alessandro Albertin, Valentina Violo, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati

(Teatro Biondo – Palermo, 09/17 maggio 2026)

Dramma composto da Pirandello e ultima sua opera teatrale, Non si sa come, rappresentato per la prima volta nel 1935, risulta oggi quanto mai attuale. Morale e razionalità si scontrano con l’assurdo, la forza istintuale, l’inspiegabile. Muovendo dalla ricerca socratica, l’invito alla conoscenza di sé approda ad una tragica rivelazione: impossibile per l’essere umano conoscersi davvero, essere padrone di sé e delle proprie azioni. Sapere, comprendere, e governare.

Conoscere se stessi è morire”. Queste tra le parole più illuminanti di Romeo Daddi, protagonista di questo dramma, pronunciate in una sorta di delirio febbrile, che a più riprese viene chiamato “follia” dagli altri interpreti presenti sulla scena. Bice, la moglie fedele, Giorgio, l’amico fraterno e la moglie di lui, Ginevra. Muore l’illusione di poter controllare tutto con la ragione, essere artefici del proprio destino e padroni del proprio sentire. L’amore tra sposi, l’amicizia di lunga data, la lealtà si frantumano come cristalli fragilissimi. Cosicché, “non si sa come”, Romeo e Ginevra, in assenza dei rispettivi coniugi che pure dicono e “sentono” di amare, finiscono l’uno tra le braccia dell’altra. Senza motivo apparente, e di conseguenza quasi senza memoria, e senza rimorso. Unico motore dell’assurdo, all’origine di una casualità imprevedibile, il sole con la sua luce e il suo calore asfissiante. In qualche modo, come ne Lo straniero di Albert Camus, questo diventa simbolo di una forza opprimente capace di annientare la volontà umana, e quasi viene individuato come unico responsabile. Proprio sui temi di responsabilità e volontà verte l’intero dramma, giocato tutto attorno al costante andirivieni dei personaggi, al turbinio delle loro conversazioni contorte, sempre in bilico tra rivelazione e mistificazione, tra verità e inganno, evidenza e mistero. Una volontà che abdica al suo ruolo (“Io non volevo. Non l’ho voluto fare”), scavalcata da pulsioni che affiorano direttamente dall’inconscio. Quello stesso inconscio che si manifesta nel sogno e che nel sogno stesso trova la sua assoluzione. E insieme la sua colpa, quando questo dilaga nel reale e diventa “fatto” concreto.

Non ero io, era un altro me” è il motto attraverso cui il personaggio incarna ed esprime la crisi esistenziale dell’uomo scisso in una molteplicità che sconvolge e disorienta. Dalla pluralità dei tanti sé, in cui è facile riconoscere le maschere pirandelliane, alla riduzione progressiva verso l’essenziale, la comune natura umana: tale movimento è reso visibile, mostrato allo spettatore attraverso il gesto tangibile. Sulla scena i personaggi si spogliano via via di abiti, scarpe e altri orpelli, mentre sullo sfondo uno schermo ingigantisce i volti di ciascuno di essi, i loro sguardi, le espressioni colte in primo piano. Persone perbene, autori inconsapevoli di “delitti innocenti”, non programmati, non voluti. Così, innocente, poiché non voluto, può definirsi persino un assassinio – la vita di un ragazzino sacrificata per vendicare una lucertola – avvenuto in un tempo lontano, che inevitabilmente riaffiora. Delitti sopraggiunti “non si sa come” e poi rimossi, confinati in una dimensione pseudo onirica che dovrebbe purificarne le colpe. E la cui pena, alla fine, non è la reclusione ma la libertà, suo esatto opposto. Libertà di agire senza controllo possibile. Per l’uomo, estrema condanna.

data di pubblicazione:11/05/2026


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