IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON di David Fincher, 2008

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON di David Fincher, 2008

Il curioso caso di Benjamin Button è un film che fa riflettere e sognare al tempo stesso, perché riesce

a mettere a paragone il tranquillo svolgersi di una vita straordinaria con la normale straordinarietà delle nostre vite grazie alla figura di Benjamin, che vive a ritroso per novant’anni la propria esistenza, nascendo anziano e morendo neonato. Liberamente tratto da un breve racconto di Francis Scott Fitzgerald, a sua volta ispirato dalla citazione di Mark Twain la vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18, il film di David Fincher ha come tema principale l’amore per la vita e l’inscindibile legame che essa ha con la morte. Il “vecchio” Benjamin (un insolito e bravo Brad Pitt), vive serenamente la sua singolare fisicità, riuscendo con l’esperienza di un anziano e l’entusiasmo di un giovane a gustare a pieno ogni sfumatura della sua vita, sino all’incontro con Daisy (Cate Blanchett) l’amore dalla A maiuscola, descritto dal regista come un momento perfetto, un vero e proprio attimo fuggente in cui si incontrano la consapevolezza di lui di avere davanti a sé il fatto di regredire all’infanzia e di lei di dover accettare di invecchiare senza poterlo avere al suo fianco. Condannati alla lontananza l’uno dall’altra, in entrambi tuttavia maturerà una grande forza che li porterà all’epilogo dei loro destini.

E non potevamo affiancare a questa favola, una ricetta che fa tornar bambini: le frittelle di pasta di pane di mia nonna Romilda.

INGREDIENTI: 200gr di farina 00 – 10gr di lievito di birra – acqua tiepida q.b.(circa 100gr:) – olio di oliva q.b. – sale q.b. – olio di arachidi o di oliva per friggere.

PROCEDIMENTO: Sciogliete il lievito in un quarto di bicchiere di acqua tiepida (circa 100 gr). Setacciate la farina in un’ampia ciotola, formate la fontana e versate il lievito sciolto, un pizzico di sale e un filo di olio. Cominciate a lavorare gli ingredienti dal centro verso l’esterno della fontana fino ad ottenere un impasto simile a quello della pizza. Se l’impasto è troppo asciutto aggiungete un cucchiaio di acqua se troppo morbido aggiungete un pò di farina.

Disponete l’impasto in una ciotola e fate riposare, coperto da un canovaccio, per un paio d’ore o fino a quando non avrà raddoppiato il volume.

Trascorso questo tempo, stendete l’impasto con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia al massimo di mezzo centimetro e, come faceva mia nonna, prendete delle porzioni di impasto e fate delle palline, schiacciatele con il palmo della mano e con le dita riducetele a delle frittelle circolare (ricordo ancora nitidamente quei gesti, così sicuri: noi nipoti eravamo certi che avremmo mangiato una prelibatezza!).

Riscaldate l’olio in un tegame fino a quando inserendo un pezzettino di impasto questo non comincerà a cuocere immediatamente. Friggete le frittelle una/due alla volta per evitare che la temperatura dell’olio di cottura si abbassi troppo e il fritto assorba troppo olio. Quando si saranno gonfiate, diventando di un bel colore dorato, giratele e terminate la cottura. Scolatele, passatele su un doppio foglio di carta da cucina e servite subito su di un piatto foderato di carta paglia accompagnate con prosciutto tagliato a mano o salumi o gorgonzola o semplicemente, come faceva mia nonna, foderate due piatti di carta paglia e cospargete alcune frittelle in un piatto con il sale ed in un altro con lo zucchero, saranno ottime come merenda per grandi e piccini: per noi nipoti era una festa fare merenda con le frittelle della nonna!

I BASILISCHI di Lina Wertmüller, 1963

I BASILISCHI di Lina Wertmüller, 1963

Dopo l’esperienza come aiuto regista di Fellini nel film Otto e mezzo, Lina Wertmüller debutta come regista ne I basilischi, di cui cura anche il soggetto e la sceneggiatura. Girato in un piccolo paese situato tra la Puglia e la Basilicata dove trova radice la sua famiglia paterna, il film, premiato con la Vela d’argento al Festival di Locarno ed altri premi a Londra e a Taormina, narra della pigra vita di tre giovani: Francesco (un monumentale Stefano Satta Flores), Sergio (Sergio Ferrarino) e Antonio (Antonio Petruzzi), incapaci di scrollarsi i pregiudizi della tipica mentalità del profondo sud. Apatici e provinciali, impiegano gran parte delle loro indolenti giornate tra una passeggiata lungo il corso del paese, una bevuta al bar per fare due chiacchiere e la siesta pomeridiana durante la “controra”, quell’intervallo di tempo in cui tutti gli abitanti del paese, dopo aver pranzato, vanno a “coricarsi” e le strade assolate del corso diventano deserto.

Questa pellicola dal sapore tutto mediterraneo, sicuramente da recuperare e gustare, ci ispira una facile ricetta di lasagne vegetariane.

INGREDIENTI (x 8/10 persone):3 peperoni – 4 zucchini – 2 melanzane tonde – 1 litro di latte – 80 gr di burro – 1 etto di farina – noce moscata q.b. – 1confezione di lasagne verdi – mix di formaggi composto da provola dolce, provola affumicata, asiago, emmenthal – 2 etti di parmigiano grattugiato – olio d’oliva per la frittura – sale e pepe q.b..

PROCEDIMENTO: Tagliare i peperoni e gli zucchini a listarelle sottili e le melanzane a piccoli cubetti. Friggere a turno in abbondante olio d’oliva e mettere da parte per un’ora affinché l’olio assorbito durante la frittura venga restituito nel colino o sulla carta assorbente. Il mix di formaggi si può ottenere frullando i vari pezzi in modo da mescolare i vari gusti. Le lasagne possono essere sistemate in teglia anche crude, ma si preferisce sbollentarle per pochi minuti in acqua salata e poi sistemarle su un panno. A questo punto si procede alla preparazione della besciamella alla maniera tradizionale, ma cercando di ottenere una crema molto liquida. Una volta pronti tutti gli ingredienti si procede alla sistemazione a strati nella apposita teglia alternando con i fogli di lasagna e aggiungendo via via abbondanti manciate di parmigiano grattugiato assieme al mix di formaggi. Sull’ultimo strato aggiungere sale, pepe e qualche fiocchetto di burro.

Mettere in forno  a 180° per circa 40 minuti e servire a temperatura ambiente.

TURNER di Mike Leigh, 2015

TURNER di Mike Leigh, 2015

É finalmente arrivato nelle sale italiane Turner. Il film, osannato dalla critica, scritto e diretto da Mike Leigh, ha ricevuto ben quattro nomination agli Oscar (fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora), dopo che il protagonista Timothy Spall è stato meritatamente premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile. Il regista, che assieme a Ken Loach potremmo definire un esponente di quel realismo inglese fatto di piccole storie contemporanee su persone appartenenti alle classi meno abbienti, spesso perdenti, personaggi sovente scomodi e difficili (Segreti e Bugie, Happy Go Lucky, Another Year), già ne Il segreto di Vera Drake aveva operato una digressione, accostandosi ad ambiti e storie lontane nel tempo, regalandoci un film bellissimo premiato poi con il Leone D’Oro a Venezia.

William Turner, pittore paesaggista dell’800, è un viaggiatore solitario che usa disegnare paesaggi sul suo taccuino per poi rielaborare gli schizzi su tela nello studio della sua casa; vive con l’anziano padre, che gli fa da instancabile assistente ma che in gioventù fu il miglior barbiere di Covent Garden, e verso il quale nutre un profondo affetto che manifesta attraverso una tenerezza che gli calza malamente addosso e che generalmente non mostra nei confronti di nessun altro essere umano, soprattutto se di genere femminile. Sembrerebbe infatti odiare particolarmente le donne, trattando con sprezzante distacco la moglie, dalla quale si è separato, e le figlie delle quali arriva addirittura a negarne l’esistenza, oltre alla sua devota governate che chiama damigella, ma che “possiede” quando ne ha voglia e senza troppe spiegazioni. In realtà Turner, uomo geniale dal brutto carattere, solitario e orso, odia tutte le persone parassite ed “affette da servilismo”, senza dignità, rivolgendo la sua stima ai rari esponenti del genere umano che con orgoglio e coraggio affrontano la vita ed il loro destino. Una di queste è la signora Booth, una vedova di cui si innamora inspiegabilmente. Paragonandola alla dea greca dell’amore Afrodite, Turner vive con lei gli ultimi anni della sua vita in una sorta di seconda giovinezza: Signora Booth, siete una donna di immensa bellezza…quando mi guardo io allo specchio vedo una garguglia. Il primo marito della signora Booth era morto disperso in mare mentre il secondo, che aveva lavorato sulle navi negriere, ne era tornato talmente turbato e scosso da non riuscire a sopravvivere con quel peso sul cuore; Turner, che nella sua vita aveva dipinto solo ridicoli naufragi, come ebbe a dire in un momento di collera la sua vera moglie, trova nell’accogliente e gentile Signora Booth il porto in cui rifugiarsi e trascorre gli ultimi anni della sua vita.

Sicuramente una pecca di questa pellicola è la lunghezza (149’); tuttavia il regista riesce attraverso la vita degli ultimi vent’anni di questo famoso pittore, a farci apprezzare l’approccio che l’artista ha con ciò che poi ritrae nei suoi quadri. Questo personaggio, così poco gradevole, ombroso, egoista, ma mai cattivo e capace di slanci imprevedibili, alla fine riusciamo anche ad amarlo, ad entrarci in empatia, affezionandoci alla sua rude scorza. E’ proprio la sua instancabile voglia di ritrarre ciò che lo colpisce, questa bramosia nel realizzare le sue opere, fatta tutta di istinti quasi animaleschi (che lo portano a sputare sulle tele per sfumare i colori), il filo che tiene lo spettatore legato alla sua storia così singolare.

data di pubblicazione 31/01/2015


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I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello, regia di Kira Ialongo

I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Luigi Pirandello, regia di Kira Ialongo

(Teatro dell’Orologio – Roma, 20 gennaio/1 febbraio 2015)

Alcuni giovani attori della scuola romana di recitazione Teatro Azione, guidati dalla regia visionaria di Kira Ialongo, hanno portato in scena una tra le più complesse opere di Pirandello.

Rimasta incompiuta a causa della morte dell’autore, I giganti della montagna presenta i tratti di un vero e proprio testamento artistico, mettendo insieme alcune tra le principali componenti del teatro pirandelliano. La Ialongo ha deciso di affrontare una sfida non facile, scegliendo di rimanere fedele al testo originale, pur con alcuni necessari tagli, e lavorando molto sulle atmosfere e sulle suggestioni visive e musicali.

Alle difficoltà di un testo già denso di significati, metafisico, in bilico tra vita terrena e aldilà, si aggiunge, infatti, una linea narrativa molto articolata, in cui si incontrano e sovrappongono due comunità di esseri umani, gli “scalognati”, da un lato, e la compagnia della contessa Ilse, dall’altro; i primi accomunati da uno stato di emarginazione sociale e alienazione individuale, i secondi un gruppo di personaggi che hanno perduto per sempre il loro autore, morto suicida, e sono ora “in cerca di un pubblico” a cui poter raccontare La favola del figlio cambiato (altra opera dello stesso Pirandello).

Perfetta la realizzazione di un metateatro portato qui alle sue estreme conseguenze, in cui i personaggi scavallano i più tradizionali binomi di vita-teatro, realtà-finzione, calandosi anche nella dimensione onirica e attraversandola fino a divenire, senza accorgersene, spiriti dell’aldilà, come sembra sussurrare alla contessa Ilse, in preda al terrore, la tenera Sgricia (interpretata in modo eccezionale da Francesca Ceci).

Un’opera di realismo magico che strizza persino l’occhio con autoironia a un certo esoterismo ed è dominata, nonostante la struttura corale composta da attori tutti di ottimo livello, dalla figura del mago Cotrone (l’imponente e carismatico Emanuele Gabrieli), che governa come un abile burattinaio il caos di villa La Scalogna, ricordando tanto il Prospero shakespeariano, e della fragile contessa Ilse (la trascinante Chiara Oliviero), appesa alla vita da un filo sottile come la sua esile figura da ballerina.

Corredato di musiche raffinatissime e scene memorabili (tra tutte la danza della contessa e del suo conte su uno sfondo di lucciole e il teatrino dei fantocci) lo spettacolo scava talmente a fondo nella psiche e nei sentimenti più stratificati, da imporre poi agli attori di richiudere materialmente i molteplici sipari lasciati aperti sul palco, prima di giungere al misterioso e, forse, funesto epilogo: il temuto arrivo dei giganti dalla montagna.

 

data di pubblicazione 29/01/2015


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RATATOUILLE di Brad Bird, 2007

RATATOUILLE di Brad Bird, 2007

Film d’animazione della Pixar, Ratatouille è un grazioso lungometraggio ambientato a Parigi sulle avventure di un ratto, di nome Rèmy che, dotato di un olfatto ed un gusto “inusuali” per la sua razza, nutre l’ambizione di diventare un grande chef. Film divertentissimo ed incredibilmente coinvolgente, fa immergere lo spettatore nell’ambiente della cucina di un grande ristorante. A questo film non potevamo che abbinare una ricetta a base vegetale, molto gustosa come aperitivo assieme ad un calice ghiacciato di prosecco: le polpettine di melanzane.

INGREDIENTI: – 2 melanzane medie – ½ cipolla o 1 scalogno piccolo – ½ bicchiere di vino bianco secco – 1 uovo – 2 cucchiai da tavola di pan grattato – 2 cucchiai da tavola abbondanti di parmigiano grattugiato – basilico, origano, qualche cappero sotto sale, pepe nero macinato, sale q.b. – olio di oliva q.b. – farina q.b. – olio di mais o di arachidi per friggere.

PROCEDIMENTO: Tagliare le melanzane a cubetti (prendere il tipo lungo); metterle in una pentola antiaderente dopo aver fatto soffriggere la cipolla o lo scalogno con dell’olio d’oliva; correggere di sale, pepe ed aggiungere qualche foglia di basilico sminuzzata, origano e qualche cappero.

Dopo la rosolatura versare ½ bicchiere di vino bianco, coprire ed abbassare la fiamma e portare a cottura; se necessario aggiungere un po’ di acqua. Quando saranno ben cotte (aiutarsi a sminuzzarle con una forchetta), trasferirle in una coppa e farle freddare. Aggiungere a questa polpa di melanzane oramai fredda il parmigiano, l’uovo ed il pan grattato, e quindi mescolare ottenendo un impasto morbido.

Bagnarsi le mani e fare delle palline che andranno rotolate nella farina. Friggere in olio (di mais o arachidi ) bollente.

Mettere a scolare in un colino, salare, e servire su un piatto foderato di carta paglia o dentro un sacchetto del pane i cui bordi cono stati ripiegati 2 volte ed all’interno è stata messo sul fondo della carta assorbente. Piatto scenografico e gustoso!

IL GIARDINO DI LIMONI di Eran Riklis, 2008

IL GIARDINO DI LIMONI di Eran Riklis, 2008

Salma Zidane, quarantenne vedova palestinese, conduce in solitudine la sua modesta vita in un villaggio della Cisgiordania, continuando ad abitare nella vecchia casa paterna, lontana dai figli oramai adulti, in compagnia di “assolati” ricordi di un’infanzia felice, quando correva attraverso il giardino di limoni prospiciente la sua abitazione, piantati anni addietro dal padre e i cui frutti rappresentano ancora oggi il suo unico sostentamento. Ma un giorno, nella villa confinante, si “insedia” come nuovo vicino il Ministro della Difesa israeliano Navon che, assieme alla moglie Mira ed a un notevole gruppo di guardie del corpo, squarcia d’improvviso il tranquillo isolamento di Salma. Gli alberi di limoni, con le loro alte e rigogliose fronde, vengono considerati dai servizi di difesa dello Stato di Israele un ottimo nascondiglio per possibili attacchi terroristici, considerata anche la posizione di confine sulla quale insiste tutto l’appezzamento di terreno.

Salma, per difendersi dalla decisione delle autorità israeliane di sradicare la sua limonaia per ragioni di sicurezza, inizierà una lunga battaglia legale che le cambierà la vita, causandole grande sofferenza.

A questo semplice e meraviglioso lungometraggio, abbiamo pensato di abbinare ad una ricetta povera ma gustosa, che ha alla base uno splendido aroma di limoni: le polpette con patate e buccia di limone.

INGREDIENTI: 1/ 2 KG di macinato di vitella. – ½ bicchiere di vino bianco secco – 1 patata media lessata, sbucciata e schiacciata allo schiacciapatate – buccia grattugiata di un limone – 1 uovo grande o due piccole – 3 cucchiai da tavola di parmigiano grattugiato – sale e pepe q.b. – 1 cucchiaio da tavola raso di pan grattato – brodo vegetale.

PROCEDIMENTO: Lessare una patata di dimensioni medie, sbucciarla e schiacciarla allo schiacciapatate; farla freddare. Quindi lavorare in una coppa la carne macinata con la patata, aggiungere uovo, parmigiano, buccia del limone, sale e pepe (il pepe può essere sostituito con noce moscata); se lavorando l’impasto, la sua consistenza non raggiunge una certa elasticità e rimane troppo molle ed umido, aggiungere un cucchiaio di pan grattato. Fate quindi delle polpette e mettetele in una padella con laterali alti con sufficiente olio, non per friggerle ma per soffriggerle. Appena saranno ben dorate da un lato, girarle con una paletta piatta di silicone e farle rosolare bene dall’altro lato (fate attenzione a questo passaggio perché le polpette sono molto delicate e potrebbero rompersi); versare il bicchiere di vino bianco e, quando sarà evaporato, aggiungere un bel bicchiere di brodo vegetale bollente; abbassate quindi la fiamma e fate cuocere a fuoco basso. Le polpette devono risultare rosolate fuori e morbide dentro.

Se piacciono i sapori agro dolci, aggiungere al momento di versare il vino bianco, anche una manciatina di uvetta di Corinto (piccola e scura) e una di pinoli.

 

ELETTROCARDIODRAMMA di e con Leonardo Capuano

ELETTROCARDIODRAMMA di e con Leonardo Capuano

(Teatro Argot Studio – Roma, 27 gennaio/1 febbraio 2015)

Ti delizia il mascarpone? E il domani come lo vedi? Come ti poni davanti all’infinito? E Peter Gabriel ha fatto bene a lasciare i Genesis? Sono alcune delle domande che inseguono Leonardo Capuano, mentre, solo in scena, come per il resto dello spettacolo, corre intorno al tavolo e alle due sedie bianche che fanno da unica scenografia. Vestito con un delizioso abito da donna, senza uno specifico perché, Capuano insegue i suoi personaggi, il balbuziente e i suoi fratelli, la madre malata, una fidanzata con cui prendere il fresco con le mani e il sole sottobraccio. Una gamba “ballerina” separatista batte il tempo delle musiche – notevoli le scelte musicali che spaziano dalla disco music anni ’70 ai Depeche Mode di I feel loved – che accompagnano i divertenti deliri dei protagonisti, impegnati nella ricerca di un medicamento universale contro l’apatia, una cura per ritrovare l’equilibrio, sitting on the dock of the Bay. Ma il medicinale non c’è e non resta che immergersi nei sogni, in quelle favole evocate da una teoria di animali – la balena, lo squalo, il coniglio, i fenicotteri -, compagni di giochi di una strampalata famiglia che ha il volto, la voce camaleontica e il corpo, usato superbamente, di un divertente ed efficace Capuano.  Al termine dello spettacolo, un interrogativo rimane, come un’eco, nelle menti degli spettatori: Chiamiamo Walter. – Chi è Walter?.  La risposta al Teatro Argot, fino a domenica 1 Febbraio 2015.

 

data di pubblicazione 28/01/2015


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ANNA MALVICA e FRANCO MIRABELLA provano MAMMA RANDAGIA, di Thomas Otto Zinzi

ANNA MALVICA e FRANCO MIRABELLA provano MAMMA RANDAGIA, di Thomas Otto Zinzi

MAMMA RANDAGIA è un testo di Thomas Otto Zinzi, una commedia sull’incontro di due solitudini: una madre rimasta sola che non trova più la strada di casa , o finge di non trovarla, e un poliziotto  forse vittima di una moglie autoritaria oppure semplicemente insoddisfatto e in perenne senso di colpa per aver parcheggiato la madre in una casa di riposo.

Un testo amaro e divertente, pieno di umori e che sembra costruito  appositamente per  essere impreziosito da interpreti di talento.

La formidabile attrice Anna Malvica, che ha alle spalle una carriera lunga e ricca di incontri importanti (Strehler, Cobelli, Turi Ferro, Luis Pasqual, i fratelli Taviani e altri ) si è impossessata letteralmente di questo personaggio, già qualche anno fa, regalandole  tutte le sue corde e, facendone un vero cavallo di battaglia al punto che francamente non saprei immaginare il personaggio di Rita interpretata da altri.

Quando poco tempo fa si apprestava a interpretarlo di nuovo, con un nuovo partner, il bravissimo Franco Mirabella, è successo che durante le prove, complice  un po’ la voglia di rinnovarsi, un po’ la sintonia con il nuovo collega, li portò a cambiare le carte in tavola: venne fuori non soltanto la rappresentazione nuda e cruda del dramma, ma la personalizzazione, mescolando la finzione alla prova.

Ecco che Mamma randagia diveniva Anna e Franco che provano  Mamma randagia. Il copione è diventato così un canovaccio su cui i protagonisti hanno la possibilità di reinventare di volta in volta i loro ruoli, li arricchiscono di trovate, in continuo scambio pirotecnico di battute a volte anche esilaranti. Tutto questo senza mutare l’essenza del dramma, soprattutto nella seconda parte dove la commozione e l’umanità hanno la meglio sul gioco teatrale.

Si potrebbe, citando l’Andreini, dire che si tratta di due commedie in commedia, oppure, restando nel Duemila, di uno spettacolo a  “3D” dove le tre dimensioni sono il testo originale, i due personaggi, i due attori. E la bravura di questi si moltiplica a sua volta per tre: perché sperimentano la felicità creativa della commedia dell’arte, si immedesimano con  rigore nell’interpretazione drammatica e vivono lo straniamento  continuo a furia di entrare e uscire continuamente dal ruolo.

Il pubblico ha gradito molto ed è stato al gioco sin dal principio, quando gli attori fingevano un ritardo. Il teatrino di San Luigi Guanella, rinato da pochissimo tempo, è una piccola bomboniera e meriterebbe una costante programmazione sempre di buon livello.

 data di pubblicazione 27/01/2015


Il nostro voto:

IL NOME DEL FIGLIO di Francesca Archibugi, 2015

IL NOME DEL FIGLIO di Francesca Archibugi, 2015

Dopo sette anni di assenza ritorna sul grande schermo Francesca Archibugi e lo fa con un film apparentemente minuto ma infinitamente profondo. Il nome del figlio narra la storia dei quattro protagonisti – i fratelli Betta e Paolo Pontecorvo (Valeria Golino e Alessandro Gassman), Sandro (Luigi Lo Cascio), marito di Betta, e Claudio (Rocco Papaleo), loro amico da una vita e “moderatore” del quartetto – attraverso l’alternanza tra presente e passato. Presente e passato si avvicendano tra le mura della casa radical chic di Betta e Sandro al Pigneto e i flashback delle estati dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse dai quattro amici nella Villa al mare della famiglia Pontecorvo. Ai magnifici quattro amici si aggiunge il quinto personaggio di Simona (Micaela Ramazzotti), la moglie di Paolo: donna un po’ naif dell’estrema periferia sud di Roma, “la tigre di Palocco”, senza alcuna “dinastia” prestigiosa alle spalle incarna per gli altri una superficialità che, però, è solo apparente. Simona è prigioniera della sua bellezza e della sua genuinità interlocutoria e, dunque, dello stereotipo “bella e scemotta”, ma in realtà è proprio lei, occhio puro, esterno al quartetto e scevro dell’altisonante responsabilità del nome Pontecorvo, che riesce a cogliere l’autenticità delle cose e, soprattutto, i pensieri, i segreti e le sofferenze irrisolte dei quattro amici. La scena si muove attorno ai cinque personaggi seguendoli nei loro movimenti e nelle loro espressioni facciali più intime, anche grazie alla penetrante, e per questo fastidiosa, telecamera dell’elicotterino telecomandato dei figli di Betta, durante la cena organizzata a casa di Betta e Sandro per l’annuncio del nome scelto da Paolo e Simona per il figlio che aspettano. Mentre però Simona è in (perenne) ritardo, Paolo catalizza l’attenzione della cena su di sé improvvisando uno scherzo proprio sul presunto nome scelto per il bambino che nascerà fra qualche mese. Dalla puerile burla si innesca un giuoco degli equivoci che finalmente lascia uscire i quattro amici dalla prigionia dei rispettivi scheletri nell’armadio, da quei piccoli rancori e pensieri mai rivelati e portati silenziosamente con sé dalle lontane estati di Villa Pontecorvo. Tante piccole confessioni si alternano a piccole recriminazioni attraverso battute dal ritmo incalzante, ironico e mai banale. Tutti i cinque attori rappresentano al meglio un microcosmo della società attuale. Quello che ne emerge è una perfetta pièce teatrale proiettata sul grande schermo che mette a nudo l’animo umano, la sua fragilità. Come Simona è prigioniera della figura “bella, ignorantella e superficiale”, così l’incomunicabilità rende ognuno dei quattro amici prigioniero di uno stereotipo moderno: Betta dell’eccessivo amore per Sandro e del suo rinunciare sempre prima di prendere una batosta; Paolo non riesce ad andare oltre il consumismo e l’apparenza, in un’affannosa edificazione della propria posizione sociale fondata sulla ricchezza e su un’immagine di sé e della moglie votata ad una perfezione patinata; Sandro, professore di lettere e scrittore senza fama, si crede l’unico portatore/custode del verbo italiano per poi rifuggire la realtà, temere il dialogo e il confronto con il prossimo, e trovare soddisfazione nella comunicazione virtuale dei tweet. E poi c’è Claudio, musicista precario che vive di arte e che ormai da dieci anni ha incentrato la propria vita, e dunque negato una parte di sè ai suoi amici, sul proprio amore segreto per una misteriosa donna. In questo dolce caos, fatto di sentimenti, ricordi, sogni e incomunicabilità, Simona con la sua semplicità e con la complicità degli equivoci riesce a sciogliere le fila di quella ragnatela in cui forse ormai da troppo tempo il quartetto storico si era arenato. La sceneggiatura di Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, con la (ormai) matura macchina da presa della prima, ci regalano un film perfetto dal finale a sorpresa che arriva dritto al cuore. Ottima l’interpretazione della Golino – irresistibile nelle sue movenze per la casa dove unisce l’efficienza della mamma/moglie “serva” alla donna che tenta di prendersi cura anche di se stessa con la ginnastica isometrica fai da te – di Gassman, Papaleo e Lo Cascio. Anche Micaela Ramazzotti è perfetta nell’orami perenne ruolo di donna schietta, genuina e nevrotica, ma forse vorremmo vederla cimentarsi anche in ruoli diversi, senza la solita sigaretta nervosa e senza il solito rimmel colato mentre singhiozza. Film da vedere!


data di pubblicazione 25/01/2015


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ROMA TERMINI di Bartolomeo Pampaloni, 2015

ROMA TERMINI di Bartolomeo Pampaloni, 2015

(Festival Internazionale del film di Roma 2014 – Prospettive Italia)

Documentario dolceamaro, coraggioso e poetico. È il bellissimo esordio alla regia di Bartolomeo Pampaloni, un lungometraggio “breve” ma intenso (appena 79 minuti), che, con un budget praticamente inesistente e una sensibilità fuori dal comune, ci fa immergere senza censure nel mondo nascosto di chi si trova a vivere, dormire e morire nella grande stazione romana.

L’idea, già di per sé molto curiosa, è stata sviluppata attraverso una narrazione coerente e originale, accompagnando i quattro protagonisti, ognuno con una storia molto diversa alle spalle ma accomunati dalla necessità di comunicare con il mondo e con la società, in un delicato processo di racconto di sé davanti alla telecamera. Pampaloni dimostra una notevole padronanza del mezzo tecnico e del linguaggio artistico, attraverso inquadrature inedite e una fotografia che si imprime nella memoria visiva dello spettatore. Si esce dal film cresciuti e più maturi, sofferenti e commossi, con una gran voglia di soffermarsi a guardare chi vive sui marciapiedi, di dare loro voce, risarcendoli dell’umanità smarrita e mai più ritrovata.

Dopo la menzione speciale ottenuta all’ultima edizione del Festival Internazionale del film di Roma e dopo esser rimasto in programmazione per tre settimane durante il periodo natalizio al Nuovo Cinema Aquila di Roma, il film è ora in giro per l’Italia per alcune proiezioni speciali con un percorso non facile di auto-distribuzione: assolutamente da recuperare e da seguire, anche attraverso la promozione del regista sui vari canali social, per chi non avesse avuto la fortuna di poterlo vedere.


 data di pubblicazione 23/01/2015


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