SCINTILLE di Laura Sicignano, con Laura Curino

SCINTILLE di Laura Sicignano, con Laura Curino

(Teatro Due Roma – 10/15 febbraio 2015)

Nell’ambito della rassegna “A Roma! A Roma!” in questi giorni si rappresenta al Teatro Due un nuovo interessante spettacolo: Scintille, per la regia di Laura Sicignano, autrice anche del testo    che si può inquadrare, senza esitazione alcuna, tra quei lavori di impegno politico, di denuncia universale, un autentico atto di ribellione tutto al femminile.

Lasciato alla genialità interpretativa di Laura Curino, con un ruolo che ben si adatta al suo impegno quotidiano per il riconoscimento della dignità e del ruolo sociale della donna, lo spettacolo, sia pur in forma di una narrazione-cronaca, rappresenta fatti realmente accaduti che hanno segnato una svolta storica sul tema della emancipazione della donna, oltre ad essere una denuncia serrata del mancato riconoscimento di quanto dovuto a fronte di un chiaro esempio di sfruttamento lavorativo. Lucia 20 anni e Rosa 14 anni, sono le figlie di Maltese Caterina, 39 anni; Lucia è amica di Dora, la contestatrice ebrea russa: se non ci ribelleremo, sarà solo la giusta punizione per essere state povere e docili. Tutte lavorano nella fabbrica T.W.C. che produce camicie a New York: è il 25 marzo 1911 e manca un quarto d’ora alla chiusura della factory e come ogni giorno le 600 persone, in prevalenza donne e quasi tutte ragazze, sono già dodici ore che lavorano ininterrottamente, in uno spazio claustrofobico. Sono immigrate, vengono dalla Russia, dalla Polonia, dall’Italia del sud: Puglia, Calabria, Sicilia… Laura Curino, che recita in maniera impeccabile tutte le donne che Laura Sicignano ha voluto celebrare, sembra muoversi a suo agio tra macchine da cucire, forbici, stoffe, spagnolette dando vita ad un monologo a più voci che singolarmente assumono tinte alquanto variabili: ora drammatiche, ora carezzevoli, ora accorate sino a culminare nella tragedia vera e propria, la scintilla che genera l’incendio. Da una casuale scintilla scaturirà un rogo improvviso che causerà la morte di 146 ragazze. Nessuna via di fuga praticabile, nessuna salvezza quindi, in una America sogno allora di intere generazioni, simbolo di libertà e di democrazia, fonte di benessere e di ricchezza, ma che per Caterina e le sue due figlie, fuggite per necessità come tanti altri dall’Italia, diventa invece un luogo di speculazione, di abuso, di maschilismo, di ingiustizia sociale, di non rispetto per la dignità umana. Da quel fatidico incendio nasceranno tutta una serie di movimenti che porteranno negli anni, tra lotte e repressioni cruente, al riconoscimento della posizione sociale della donna e dei suoi diritti.

Piace rilevare come ancora una volta il teatro diventa luogo ideale di denuncia, luogo di scena dove la finzione diventa vita. Scintille che danno morte, ma che danno contestualmente vita alle idee, che a loro volta contagiano persone per non dimenticare chi non ha più voce: è allo spettatore l’ultima azione, quella di non dimenticare, con la dolcezza dolorosa di chi ha subito un torto, ma non può da solo trovare un risarcimento è l’appello di Laura Sicignano che lo fa dire a Caterina, non dimenticate le mie figlie.

 

Mamma mia, dammi cento lire

che in America voglio andar

Cento lire sì, te le do

ma in America no no no…

data di pubblicazione 12/02/2015


Il nostro voto:

GEMMA BOVERY di Anne Fontaine, 2015

GEMMA BOVERY di Anne Fontaine, 2015

Una donna banale che odia la banalità della vita, non è banale. Ossessionato dai classici della letteratura dell’800 ed in particolare da Flaubert, Martin Joubert (Fabrice Luchini) è un intellettuale di mezza età che da sette anni vive “rifugiato” in un villaggio della Normandia per trovare equilibrio e serenità. In realtà il tentativo non gli riesce, perché per sfuggire alla tentacolare vita parigina e vivere nel “difficile ed umido” silenzio della campagna, di equilibrio ce ne vuole proprio tanto se non si vuole dopo un po’ far ricorso agli antidepressivi! Riciclatosi come panettiere nella vecchia panetteria del padre, Martin e sua moglie, che lo aiuta in negozio, hanno un figlio adolescente che confonde i personaggi di Madame Bovary (il romanzo che in assoluto suo padre predilige) con quelli di un videogioco, e Martin preferirebbe saperlo drogato piuttosto che così abissalmente ignorante. Ma un giorno la realtà supera la fantasia allorchè una giovane coppia di inglesi acquista la cadente villetta accanto alla loro casa: i loro nomi, Gemma e Charles Bovery, seppur simili a quelli usati da Flaubert, sembrano a Martin da subito alquanto inquietanti, leggendo in essi quasi un segno del destino, e ne rimane turbato. L’arrivo della bella e sensuale Gemma lo desterà da quel grigio torpore così affannosamente cercato, ponendo fine a dieci anni di tranquillità sessuale e risvegliando in lui una malizia da tempo sopita. Martin comincerà a tracciare la trama di un suo personalissimo romanzo osservando e spiando in particolare la vita di Gemma, che sembra ricalcare i “flaubertiani “ requisiti di quell’archetipo letterario di donna che rifugge, attraverso l’adulterio, la noia ed il quieto vivere della vita coniugale: il destino di questa giovane inglese, dunque, sembrerebbe “già scritto”, con tanto di drammatico epilogo.

Questa divertente e leggera commedia di Anne Fontaine, così marcatamente francese, non ha le fattezze di una moderna rilettura di Madame Bovary, ma piuttosto trae spunto dall’omonimo un romanzo grafico di Posy Simmonds che le conferisce anche un pizzico di humor inglese che non guasta. La storia, fantasiosa ed intrigata, dai risvolti divertenti e quasi noir, si regge prevalentemente sull’interpretazione di Fabrice Luchini, attore che ha più volte lavorato con Eric Rohmer, Claude Lelouch e Francoi Ozon, ma che ultimamente si sta un po’ ripetendo nella parte da misantropo, da uomo insoddisfatto che osserva e critica le vite degli altri senza mai partecipare in prima persona, ma rimanendone solo spettatore. Comunque, nonostante qualche pecca, il film risulta gradevole, confermando una certa attitudine dei francesi a saper fare delle commedie che si articolano su degli spunti di totale fantasia, giocando con ironia e malizia senza ricorrere alla benché minima volgarità.

data di pubblicazione 12/02/2015


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BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu, 2015

BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu, 2015

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Incredibilmente ignorato all’ultima Mostra internazionale del cinema di Venezia, risarcito, giustamente, con un numero congruo di candidature all’Oscar, quest’ultimo film di Iñárritu è un tuffo di due ore in completa apnea nell’inconscio e nel conscio di un uomo in crisi, un attore condannato dal ruolo di super eroe che l’ha portato al successo, (interpretato da un attore, il bravo Micheal Keaton, che ha presumibilmente avuto i suoi stessi problemi nella vita reale) ma  che vuole lasciare un’impronta più  importante. Per questo riduce un testo di Raymond Carver per la scena, e lo vuol presentare nel più antico e prestigioso teatro di Broadway.

A fargli compagnia nei giorni dell’impresa, sono, come in novello Otto e mezzo, o in un rutilante All that jazz, nell’ordine: l’ex moglie che forse ancora lo ama, l’attuale collega e amante da cui forse aspetta un bebè, la figlia appena uscita da un percorso anti tossico, il suo amico e legale senza il quale sarebbe perso, un’altra attrice (la sempre intensa Naomi Watts) sorta di alter ego anch’essa con velleità teatrali, un attore coprotagonista (bentornato Edward Norton), che lo mette in difficoltà e gli ruba la scena (e che come un pessimo allievo di Lee Strasberg  pensa che in teatro si viva e non  si finga ) e infine  una critica teatrale più perfida di Elsa Maxwell, tutti coinvolti nell’incessante girotondo dove spuntano innumerevoli sottotesti di vario tipo, dalla psicanalisi al meta teatro, dalla crisi di identità alla crisi di mezza età, dove il protagonista è perpetuamente alle prese con gli orgogli e i fallimenti più parossistici (come Zio Vanja  fa cilecca anche  nel suicidio) fino a un finale più visionario che “ aperto “.

Ambientato davvero integralmente dentro un teatro, sembra girato come un unico interminabile piano-sequenza, scritto con una bella dose di ironia e con dialoghi al vetriolo e nessun risparmio di effetti, (anche speciali come quelli dei film di super eroi) e strizzate d’occhio cinefile e teatrofile, in definitiva una matrioska infinita di invenzioni, un divertentissimo ed emotivo film che sancisce, vivaddio, dopo il precedente Biutiful, il definitivo abbandono della sequela di lutti e disgrazie che hanno caratterizzate la cosiddetta “trilogia della morte” (Amores perros – 21 grammi – Babel)  con cui Iñárritu  aveva rischiato la maniera e sfiorato a tratti la risibilità.

data di pubblicazione 09/02/2015


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LA PARTE DEGLI ANGELI di Ken Loach, 2012

LA PARTE DEGLI ANGELI di Ken Loach, 2012

La parte degli angeli è quella parte di whisky che evapora dai barili di legno durante l’invecchiamento, ma è anche il titolo di un insolito film di Ken Loach, presentato in Concorso nel 2012 al Festival di Cannes. Girato in Scozia, narra le vicende di Robbie, un poco di buono condannato a scontare svariate centinaia di ore di servizi sociali perché coinvolto in una violenta aggressione; neo papà senza una fissa dimora, Robbie ha un particolare talento come assaggiatore di whisky; per strane peripezie del destino, questo talento un bel giorno gli viene riconosciuto. Purtroppo sarà capace di sfruttare questa sua insolita dote per organizzare un altrettanto insolito furto: sottrarre da una botte di pregiatissimo whisky due bottiglie di questo introvabile nettare, per poi rivenderlo ad un famoso esperto. La parte degli angeli è un film che “esce fuori dal coro” rispetto alla filmografia di Loach in quanto, seppur nell’ambito di temi a lui cari, ha un’impostazione da commedia dolce-amara dai risvolti umani.

A questa pellicola, ad alto “contenuto etilico”, abbiamo pensato di abbinare una facile ma gustosa ricetta di tarallini al vino rosso.

INGREDIENTI: 3 tazze da colazione di farina 00 – 1 tazza di vino rosso – 1 tazza colma di zucchero – 1 tazza (non piena come quella del vino) di olio di arachidi(o di oliva) – ½ bustina di lievito per dolci– 1 pizzico di sale – una manciata di zucchero semolato in un piatto.

PROCEDIMENTO: Fate scaldare il forno fisso a 180°. Mettere la farina su di una spianatoia “a fontana” ovvero facendo al centro un buco, dove inseriremo la tazza di zucchero, il pizzico di sale, la 1/2 bustina di lievito, la tazza di vino rosso e la stessa tazza (meno colma) di olio di arachidi (o di oliva, se preferite). Lavorare l’impasto sino ad ottenere una pasta da poter lavorare facendo con le mani dei vermetti che chiuderemo a forma di tarallino. Foderate una leccarda con carta da forno, disponeteci i tarallini non prima di averne passato solo la parte superiore di questi nello zucchero. Infornate per circa 10/15 minuti controllando la loro cottura da sotto (ovvero nella parte a contatto con la carta da forno): appena appariranno dorati sotto, sono cotti.

Una volta freddi, conservateli in una di quelle belle scatole di latta, magari che conteneva in precedenza quei biscotti al burro tanto cari al mondo anglosassone!

LA CAMERA DA RICEVERE di Ermanna Montanari

LA CAMERA DA RICEVERE di Ermanna Montanari

(Teatro Due Roma – 3/8 febbraio 2015)

Si è ufficialmente aperta in questi giorni la rassegna “A Roma! A Roma!”, a cura della critica teatrale Francesca De Sanctis, con la presentazione di un lavoro scritto ed interpretato da Ermanna Montanari: La camera da ricevere.

L’attrice, romagnola doc e già più volte premiata con il premio Ubu, il Premio Duse ed altri ancora per la sua apprezzata attività di attrice ed autrice di testi teatrali, ci conduce quasi per mano ed in punta di piedi in uno spazio semibuio, polveroso, dove non è permesso accedere se non in rare occasioni dell’anno, un luogo in cui si entra con circospezione per paura di essere visti, di essere scoperti, di essere rimproverati.

Questa camera da ricevere rappresenta in effetti un territorio magico e sacro, una specie di sancta sanctorum dove si accede con rispettoso silenzio e dove nello stesso tempo ci si lascia andare alle proprie fantasie di adolescente per poi generare e partorire tutta una serie di personaggi che nel tempo troveranno riscontro in lavori teatrali di grande risonanza e che hanno segnato la carriera di questa grande interprete.

Lo spettatore viene subito introdotto in questo guscio dalle luci ovattate e dove di tanto in tanto viene raggiunto da suoni e voci, quasi indistinti come quelli propri dello stato onirico, in una carrellata di frammenti teatrali nei quali l’elemento simbolo accompagna l’espressione ed il volto dell’attrice: ora clownesco, ora austero, ora accattivante, ora esorcizzante…

Si parte da Fatima asina parlante, poi abbiamo Bêlda una veggente romagnola, poi Rosvita, poi Mêdar Ubu, Alcina, Daura e così via, tutti monologhi dove la Montanari esprime principalmente se stessa con una drammaturgia di elevato livello che ha lasciato tutti spiazzati e con il fiato sospeso, dal primo all’ultimo istante della sua performance, anche quando la recitazione ha comportato l’uso dell’incomprensibile dialetto di quella recondita e poco nota parte della Romagna dalla quale originariamente proviene.

Da notare la maniera chiara ed accattivante con la quale l’attrice ci presenta i vari personaggi, spiegando la loro genesi e mettendo in risalto i vari e peculiari aspetti della loro rappresentazione sul contesto scenico, in un racconto articolato e conseguente anche nei momenti di giusta contrapposizione.

Lo spettacolo non sembra dare l’impressione di un puro e semplice esercizio di stile, per cui dal suo nucleo originario, dalla sua cellula generatrice non può che venire fuori un lavoro di grande livello che ha coinvolto il pubblico in maniera direi quasi empatica con i diversi caratteri ritratti.

La camera da ricevere nasce nel contesto di un progetto Dimore delle voci – Laboratorio di Drammaturgia sonora IV edizione, curato da Valentina Valentini, promosso da Rai Radio 3, Centro Teatro Ateneo e l’Università di Roma La Sapienza, già rappresentata a Roma in anteprima nel maggio del 2013 e poi ripresa a Milano nel maggio 2014 presso la Fondazione Pini, nell’ambito della terza edizione di Stanze – esperienze di teatro d’appartamento.

data di pubblicazione 07/02/2015


Il nostro voto:

 

A ROMA! A ROMA! rassegna a cura di Francesca De Sanctis

A ROMA! A ROMA! rassegna a cura di Francesca De Sanctis

(Teatro Due Roma – dal 3 febbraio al 29 marzo 2015)

Marco Lucchesi, direttore artistico del Teatro Due Roma, con una iniziativa degna di un sincero elogio, ha offerto il proprio spazio teatrale al critico Francesca De Sanctis per organizzare una rassegna che potesse riunire a Roma quelle compagnie italiane che normalmente trovano difficoltà a rappresentarsi nella capitale.

E’ evidente che in una città come Roma le occasioni di scambio interculturale ed intergenerazionale dovrebbero essere pane quotidiano non solo per promuovere tutte quelle iniziative per l’inserimento di compagnie di giovani di grande talento, ma anche per fornire materiale di utile riflessione ed occasione per conoscere ed apprezzare l’impegno e l’entusiasmo di tali artisti.

In una situazione disastrosa come quella in cui versano oggi i teatri romani, tra difficoltà economiche e organizzative di tutti i tipi, sembra almeno doveroso porre in giusto risalto questa iniziativa che dal 3 febbraio al 29 marzo ospiterà ben dodici compagnie teatrali provenienti da tutta Italia, ciascuna caratterizzata da un proprio peculiare allestimento e da un tangibile impegno drammaturgico.

Ecco in sintesi la carrellata dei lavori in programma:

La camera da ricevere di e con Ermanna Montanari, Teatro delle Albe/Ravenna Teatro – sino all’ 8 febbraio.

Scintille di Laura Sicignano con Laura Curino, Teatro Cargo di Genova – 10/15 febbraio

Per una donna di Letizia Russo con Sandra Zoccolan, ATIR Teatro Ringhiera – 17/22 febbraio

Adesso che hai scelto di e con Mimmo Sorrentino, Teatro dell’Argine – 24/26 febbraio

I funerali di Togliatti di Franco Rossi con Massimo Verdastro, Semi Cattivi/Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea – 27 febbraio/1 marzo

I taccuini di Mosella Fitch di Stefano Massimi con Barbara Valmorin, in due capitoli a sere alterne, Teatro delle Donne – 3/8 marzo

Il re di Girgenti di e con Massimo Schuster e Fabio Monti dal romanzo di Andrea Camilleri, Emme À Teatro Théâtre de l’arc-en-terre/ L’estive ¬10/14 marzo

Straniero di Sicilia e Il cavaliere oscuro di e con Giovanni Calcagno, La casa dei santi – 15/16 marzo

Megalopolis # 43 con Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, Instabili Vaganti – 17/19 marzo

#Dell’Alluvione di e con Elena Guerrini, Creature Creative – 20-22 marzo

Onorata società di Francesco Niccolini con Patricia Zanco, Dedalofurioso Fatebenesorelle Teatro – 24/26 marzo

Alice disambientata di e con Ilaria Dalle Donne, La Piccionaia – 27/29 marzo.

data di pubblicazione 07/02/2015

TRENO DI NOTTE PER LISBONA di Bille August, 2013

TRENO DI NOTTE PER LISBONA di Bille August, 2013

Il professore di liceo Raimund Gregorius (Jeremy Irons) una mattina, mentre si reca alla scuola in Berna dove insegna, salva dal suicidio una ragazza che, non appena ripresasi, scappa velocemente lasciandogli per caso un libro di un autore portoghese, Amadeu de Prado, medico e membro della resistenza al regime dittatoriale di Salazar, assieme ad un biglietto ferroviario per Lisbona.

Il professore, spinto da una irrefrenabile curiosità di scoprire il perché di quel gesto disperato e soprattutto ciò che si cela dietro quel drammatico momento politico, non esita a prendere un treno notturno per Lisbona, sconvolgendo in tal modo la sua routine quotidiana…

Questo film che, nonostante la bravura del protagonista e la storia abbastanza intrigante non ha avuto il meritato successo al botteghino nè un giusto riconoscimento da parte della critica, ci suggerisce questa ricetta che ha come base il baccalà, tipico ingrediente della cucina portoghese: il gateau di baccalà.

INGREDIENTI (x 6/8 persone):800 grammi di baccalà già preparato e dissalato – una noce di burro -1 porro – 1 cipolla e 1scalogno –  1kg di patate – prezzemolo, sale e pepe q.b. – 100 gr di burro – pan grattato q.b..

PROCEDIMENTO: Sistemare il baccalà a pezzi anche grossi in una casseruola con un poco di burro, pepe e prezzemolo. Aggiungere il porro e lo scalogno a pezzetti a lasciare cuocere a fuoco lento. Intanto bollire le patate in abbondante acqua salata. Cotte le patate, vanno pelate e passate con lo schiacciapatate, poi rimaneggiate con burro e prezzemolo. Aggiungere a questo punto il baccalà, anch’esso da amalgamare alle patate ma lasciandolo a pezzetti, ed il tutto va sistemato poi in una teglia oleata e cosparsa con pan grattato. Sistemato l’impasto nella teglia, va terminato con pan grattato e fiocchetti di burro e pepe.

Mettere in forno pre riscaldato a 180°, una trentina di minuti e servire quindi lo sformato tiepido.

Eötvös:   PERCUSSIONI PER MARTIN GRUBINGER

Eötvös: PERCUSSIONI PER MARTIN GRUBINGER

L’altra sera all’ Auditorium il compositore ungherese Peter Eötvös ha egregiamente diretto l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in un brillante concerto per percussioni, di propria composizione, lasciando al giovane Grubinger l’interpretazione singolare del proprio lavoro: Speaking Drums (Tamburi Parlanti).

Di che si tratta?

Eötvös trascrive in musica alcune opere del poeta ed autore ungherese Sándor Weöres (1913-1989) ed in particolare prende ed assimila tutta una sequenza di parole e le trasforma con sapienza in una base musicale per il percussionista, il tutto prendendo spunto da alcuni musicisti che interagiscono con il proprio strumento mediante la propria voce.

Ecco quindi che troviamo la risposta del perché di Tamburi Parlanti: le parole non hanno un peso in sé, ma al compositore servono per seguire una propria traccia, per costruirci su una struttura ritmica, per generare così quattro poesie per percussione solista e orchestra.

In Speaking Drums la composizione essenzialmente usa il parlato ed il gesto (tribale-selvaggio) del solista che in tal modo dà una immagine spettacolare del sé: suono-voce-movimento in una fusione scenica per esprimere la poesia di Weöres.

Il concerto si adatta perfettamente, come un abito sartoriale su misura, al genio artistico del percussionista Grubinger, forse non a caso nato a Salisburgo, e che interpreta al meglio di sé le intenzioni del compositore.

Pur giovanissimo, è riuscito in poco tempo a farsi conoscere in tutto il mondo, accompagnando orchestre di riconosciuta fama internazionale, ed a portare all’attenzione del pubblico tutta una serie di concerti solistici, recital e brani per musica da camera con sapiente utilizzo delle percussioni.

In questa carrellata musicale anche il pubblico attento dell’Auditorium è rimasto piacevolmente coinvolto dal virtuosismo musicale di questo giovane percussionista il quale con una sorprendente dinamica scenica si è mosso, quasi volando, tra sei diverse postazioni distinte, ciascuna con un set proprio di tamburi, seguendo la partitura non in maniera rigorosa, ma aggiungendo anzi grandi momenti di improvvisazione.

Da notare l’uso che  Grubinger fa delle bacchette quando le lascia quasi rimbalzare sui tamburi che diventano a questo punto un simbolo-totem attorno al quale si può esibire in una danza ritmica ancestrale, emettendo suoni gutturali e parole di poche sillabe associate a pattern ritmici ben studiati.

Di contro l’orchestra replica a queste manifeste provocazioni del solista con massicci interventi, a volte quasi in sordina a volte in netto contrasto tonico, in un dialogo armonicamente perfetto creando così una pagina poetica di altissimo livello.

Oltre al solista, bisogna comunque dare giusto e meritato rilievo a Eötvös, classe 1944, considerato tra le personalità più significative della scena musicale di oggi quale compositore di opere liriche, brani per orchestra e concerti eseguiti da importanti orchestre in festival di musica contemporanea nel mondo.

Pubblico prima sorpreso, poi sempre più attento ed infine entusiasta della performance del giovane percussionista che ha riscosso grandi applausi, concedendo infine un bis sempre caratterizzato dal suo inconfondibile estro e da un naturale, direi innato, virtuosismo.

data di pubblicazione 06/02/2015

SKYLIGHT – National Theatre Live, di Stephen Daldry

SKYLIGHT – National Theatre Live, di Stephen Daldry

Gardening. If I could make it illegal, I would (da Skylight). Ogni volta che mi trovo al cinema Farnese di Roma per la rassegna del National Theatre live da Londra (ormai al suo secondo anno, nella sala romana), il pensiero che mi accompagna fino alla fine della performance è: “Ma quanto sono bravi questi inglesi!”.

L’opportunità per gli appassionati di teatro è ghiotta: poter assistere a degli spettacoli che fanno  parte del cartellone del National Theatre di Londra (e che quindi sarebbero inaccessibili ai più, a meno di avere tempo e soldi a profusione per volare nella capitale britannica regolarmente), ascoltarli in lingua originale ma con l’aiuto dei sottotitoli che quindi facilitano la comprensione del testo (cosa piuttosto rilevante in uno spettacolo teatrale!), e godere anche della bella regia che ne viene fatta per il grande schermo. Se a questo si aggiunge la grandezza degli attori in scena, il regalo è assicurato, per ogni spettatore che si ritenga buongustaio.

Gli ingredienti della serata di martedì 3 Febbraio erano superbamente selezionati: Carey Mulligan ( Shame, Drive, Il grande Gatsby, A proposito di Davis, tanto per citare alcuni suoi film) e Bill Nighy (la divertente rock star di Love actually, e poi  I love Radio Rock, Pride, tra i suoi lavori) a riempire la scena, lo schermo e i cuori degli spettatori, con i loro Kyra ed Edward. La regia cinematografica di Stephen Daldry, che riesce a regalare quei piccoli dettagli dei gesti e delle espressioni degli attori che sono un arricchimento di questa nuova modalità di fruizione di uno spettacolo teatrale, quello della ripresa cinematografico/televisiva.

Il testo, Skylight, di David Hare, adattatore per il cinema di The Reader -A voce alta e di The Hours, sceneggiatore de Il danno diretto da Louis Malle, tra gli altri, e vincitore, proprio con Skylight, dell’Olivier Award. Il sapore è quello di una storia d’amore, un amore nascosto, adultero, tra due persone che si ritrovano, anni dopo la fine di quell’amore, a mettere in scena le loro età , concezioni di vita e condizioni economiche diversissime. Un confronto serrato che diverte, commuove e lascia in bocca un retrogusto amaro.

Un pizzico di sale viene aggiunto dall’intervista all’autore, realizzata durante lo spettacolo a Londra, e trasmessa nell’intervallo. Egli risponde deliziosamente all’intervistatrice che gli chiede che effetto gli faccia vedere in scena, di nuovo, il suo testo, datato ormai 1995: c’è il test dei 10 anni, per un libro o uno spettacolo: se dopo 10 anni ha ancora qualcosa da dire, allora significa che è valido.  Test superato col massimo dei voti. Non perdete i prossimi appuntamenti! (per dettagli, www.cinemafarnese.eu)

data di pubblicazione 04/02/2015


Il nostro voto:

TONI SERVILLO LEGGE NAPOLI, per Medici Senza Frontiere

TONI SERVILLO LEGGE NAPOLI, per Medici Senza Frontiere

(Teatro Argentina, Roma – 2 febbraio 2015)

Solo (ahimè) per una sera il Teatro Argentina e Toni Servillo hanno aperto le porte del Teatro ad un’iniziativa di beneficienza a sostegno di Medici Senza Frontiere. E così lo spirito solidaristico supportato dalla garanzia dell’ipnotica bravura di Toni Servillo hanno presentato un Teatro Argentina sold out fino all’ultimo palchetto. Servillo conduce lo spettatore in un viaggio di un’ora e mezza che si muove in senso opposto a quello della Divina Commedia: si parte dal Paradiso, si attraversa il Purgatorio e si scende nell’Inferno. Il cuore di questo percorso è il costante dialogo, talvolta quasi una sorta di negoziazione, tra la vita e il tema della morte e dell’aldilà, tra l’uomo e i santi del Paradiso, che contraddistingue gran parte della letteratura napoletana da sempre. Toni Servillo è spiazzante nella lettura interpretata, vibrante e nella recitazione instancabile di testi che vanno da Vincenzo De Pretore di Eduardo De Filippo (forse la più esilarante) e poi si alterano tra i capisaldi della poesia napoletana come Salvatore Di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo e i nuovi poeti contemporanei, tra i quali spiccano Enzo Moscato e Mimmo Borelli il quale ha coniato nuove litanie con parole (dallo stesso inventate) incredibilmente musicali e visionarie. L’Attore solo con un leggio recita ogni poesia mantenendosi fedele ai diversi suoni e dialetti propri delle varie “appendici” campane che circondano la città di Napoli. Tra una poesia e l’altra il discreto ed elegante Servillo ti spiazza anche quando per sorseggiare dalla sua bottiglietta d’acqua minerale si volta verso lo scheletro della scenografia dello spettacolo Le voci di dentro, dando così per pochi secondi le spalle al pubblico, e chiede agli spettatori scusa per simile “gesto”: per una serata l’Attore tenta di eclissarsi per lasciare il dominio assoluto della scena, e gli applausi, alla poesia degli Autori Napoletani. Sono loro gli unici protagonisti, i veri artefici dell’Opera d’arte in scena. Uno spettacolo che avvolge e che, grazie alle coincise introduzioni/spiegazioni sui vari Autori Napoletani rese da Toni Servillo e alla sua indubbia bravura, “fa vedere Napoli” anche a chi (vergognosamente) non ci è mai stato e fa amare Napoli e la sua letteratura anche a chi, come gran parte del pubblico dell’Argentina, non conosce – e dunque non può comprendere il significato di tutte le strofe – il musicale, figurativo, ritmato e colorito dialetto napoletano. Da domani sicuramente molti degli spettatori, seppure analfabeti della lingua napoletana, compreranno alcuni dei testi che più hanno amato in questa serata speciale per conoscerla meglio e apprezzare fino in fondo il patrimonio dei suoi grandi Poeti.



data di pubblicazione 03/02/2015


Il nostro voto: