L’altra sera all’ Auditorium il compositore ungherese Peter Eötvös ha egregiamente diretto l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in un brillante concerto per percussioni, di propria composizione, lasciando al giovane Grubinger l’interpretazione singolare del proprio lavoro: Speaking Drums (Tamburi Parlanti).

Di che si tratta?

Eötvös trascrive in musica alcune opere del poeta ed autore ungherese Sándor Weöres (1913-1989) ed in particolare prende ed assimila tutta una sequenza di parole e le trasforma con sapienza in una base musicale per il percussionista, il tutto prendendo spunto da alcuni musicisti che interagiscono con il proprio strumento mediante la propria voce.

Ecco quindi che troviamo la risposta del perché di Tamburi Parlanti: le parole non hanno un peso in sé, ma al compositore servono per seguire una propria traccia, per costruirci su una struttura ritmica, per generare così quattro poesie per percussione solista e orchestra.

In Speaking Drums la composizione essenzialmente usa il parlato ed il gesto (tribale-selvaggio) del solista che in tal modo dà una immagine spettacolare del sé: suono-voce-movimento in una fusione scenica per esprimere la poesia di Weöres.

Il concerto si adatta perfettamente, come un abito sartoriale su misura, al genio artistico del percussionista Grubinger, forse non a caso nato a Salisburgo, e che interpreta al meglio di sé le intenzioni del compositore.

Pur giovanissimo, è riuscito in poco tempo a farsi conoscere in tutto il mondo, accompagnando orchestre di riconosciuta fama internazionale, ed a portare all’attenzione del pubblico tutta una serie di concerti solistici, recital e brani per musica da camera con sapiente utilizzo delle percussioni.

In questa carrellata musicale anche il pubblico attento dell’Auditorium è rimasto piacevolmente coinvolto dal virtuosismo musicale di questo giovane percussionista il quale con una sorprendente dinamica scenica si è mosso, quasi volando, tra sei diverse postazioni distinte, ciascuna con un set proprio di tamburi, seguendo la partitura non in maniera rigorosa, ma aggiungendo anzi grandi momenti di improvvisazione.

Da notare l’uso che  Grubinger fa delle bacchette quando le lascia quasi rimbalzare sui tamburi che diventano a questo punto un simbolo-totem attorno al quale si può esibire in una danza ritmica ancestrale, emettendo suoni gutturali e parole di poche sillabe associate a pattern ritmici ben studiati.

Di contro l’orchestra replica a queste manifeste provocazioni del solista con massicci interventi, a volte quasi in sordina a volte in netto contrasto tonico, in un dialogo armonicamente perfetto creando così una pagina poetica di altissimo livello.

Oltre al solista, bisogna comunque dare giusto e meritato rilievo a Eötvös, classe 1944, considerato tra le personalità più significative della scena musicale di oggi quale compositore di opere liriche, brani per orchestra e concerti eseguiti da importanti orchestre in festival di musica contemporanea nel mondo.

Pubblico prima sorpreso, poi sempre più attento ed infine entusiasta della performance del giovane percussionista che ha riscosso grandi applausi, concedendo infine un bis sempre caratterizzato dal suo inconfondibile estro e da un naturale, direi innato, virtuosismo.

data di pubblicazione 06/02/2015

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