da Antonio Iraci | Feb 20, 2018
(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Bertrand, ragazzo di bell’aspetto, è l’unico a essere presente nella casa di un famoso scrittore quando questi muore per un infarto, ed anche l’unico ad essere a conoscenza dell’esistenza di un manoscritto riguardante un lavoro teatrale appena terminato. Se ne impossessa e lo spaccia per suo; la pièce, rappresentata con successo nei principali teatri, fa raggiungere al giovane Bertrand una strepitosa quanto immeritata popolarità. Casualmente Bertrand conoscerà Eva, nome d’arte di una misteriosa donna che si prostituisce ad alto livello per riscattare i debiti del marito. Da questo incontro il giovane cercherà ispirazione per realizzare un nuovo lavoro, commissionato con una certa insistenza dal suo agente, ma che ovviamente il presunto scrittore Bertrand, privo di talento letterario, avrà difficoltà a scrivere.
Il regista e sceneggiatore parigino Benoit Jacquot porta in concorso alla Berlinale Eva, uno psico-thriller tratto da un racconto del prolifico scrittore inglese James Hadley Chase, già proposto sul grande schermo nel 1962 da Joseph Losey, con Jeanne Moreau come protagonista femminile. La storia viene rappresentata con quel tipico carattere definito hard boiled per indicare quel genere espressivo dove violenza e sesso sono gli ingredienti principali che reggono l’intero plot. Bertrand (Gaspard Ulliel) è un giovane che ha ottenuto fraudolentemente un successo immeritato e che fa ovviamente fatica a mantenere perché incapace di scrivere: l’incontro con Eva (Isabelle Huppert), donna affascinante ma estremamente sprezzante, destabilizzerà ulteriormente la fragile personalità del giovane che, coinvolto emotivamente, verrà usato dalla donna solo per spillargli forti somme di danaro in cambio di sesso. In effetti non è l’amore ciò che Bertrand cerca ossessivamente in Eva, ma l’ispirazione per tentare di scrivere il suo nuovo (ma anche primo) lavoro teatrale, che invece stenta a decollare.
Alla indiscussa bravura della Huppert, oramai destinata a ricoprire ruoli di donna spregiudicata e cinica così come è apparsa negli ultimi film, fa da contrappunto la staticità espressiva del giovane attore Ulliel che, nonostante la nomination ai César come miglior attore protagonista per Saint Laurent nei panni del celebre stilista, non sembra qui all’altezza del ruolo. Bertrand infatti rappresenta nel film un archetipo e non una persona reale, ed è difficile provare emozione e coinvolgimento per un uomo senza carattere che precipita privo di controllo verso una spirale di totale distruzione. Le premesse potevano essere buone, ma il film rivela presto tutta la sua inconsistenza che ne fanno qualcosa di assolutamente prevedibile.
data di pubblicazione:20/02/2018

da Antonio Iraci | Feb 19, 2018
(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Alla fine del 19esimo secolo Oscar Wilde rappresentava un’icona nell’alta società londinese che era affascinata, oltre che dai suoi lavori, anche dalla sua personalità carica di umorismo e di trasgressione al tempo stesso. A causa della dichiarata omosessualità viene messo in prigione, dalla quale ne esce dopo due anni profondamente provato nel fisico e senza più soldi perché nel frattempo le sue opere teatrali erano state messe al bando e non più rappresentate. Trasferitosi in esilio a Parigi, dopo falliti tentativi di riconciliarsi con la moglie Constance, decide di chiudere la relazione con il giovane Lord Douglas responsabile di averlo trascinato in quel totale disastro. Pur tra i fumi dell’assenzio, Oscar Wilde riesce comunque con i suoi racconti per bambini a conquistare l’affetto di tutti coloro che fedeli gli staranno accanto sino alla fine dei suoi giorni.
Dopo aver interpretato il ruolo di protagonista in tantissimi film di successo (per citarne alcuni: Ballando con uno sconosciuto, Il matrimonio del mio miglior amico, Shakespeare in Love, L’importanza di chiamarsi Ernesto, Stage Beauty, Hysteria) Rubert Everett è alla sua prima regia con The Happy Prince, presentato oggi alla Berlinale nella Sezione Teddy Award. Interpretando il ruolo di Oscar Wilde, il regista Everet sembra dare il meglio di sé e confermare una eccellente bravura supportata da una evidente maturità personale che incide in maniera determinante nell’imprimere una giusta dose di empatia nel personaggio da lui rappresentato. L’immagine che ne viene fuori si adatta perfettamente alla figura dell’insigne scrittore che negli ultimi anni della sua vita si era completamente lasciato andare a degli eccessi che la puritana società vittoriana di allora difficilmente avrebbe potuto tollerare. Il film ci parla di Oscar Wilde oramai in esilio a Parigi, lontano dall’amata moglie Constance e dai suoi due figli, in uno stato di perenne indigenza e oramai prossimo a morire, pur tuttavia sempre pronto a ironizzare sulla propria persona e a guardare il lato buono delle cose. Ecco così che Rupert Everett riesce nel delicato compito di non rivelare il lato buio della personalità di Wilde, ma al contrario di mostrare la sua capacità di venir fuori dalle situazioni più cupe con ineguagliabile sarcasmo. Riferendosi al De Profundis, testamento di Wilde dalla prigione, Everett ci narra di un uomo che fu punito per essere quello che lui stesso desiderava essere, senza ricorrere ad ipocrisie o ad atteggiamenti che contraddicessero la sua genuina personalità. The Happy Prince è una favola per bambini, oramai di rilevanza universale, che colpisce il cuore di tutti a prescindere dall’età anagrafica ed il film che ne porta il titolo ha centrato in pieno lo spirito del suo autore, oramai tra i grandi della letteratura di tutti i tempi. Nell’ottimo cast spicca Emily Watson nella parte di Constance e Colin Firth nel ruolo dell’amico Reggie Turner. Ci auguriamo che il film venga distribuito in Italia perché è decisamente da non perdere.
data di pubblicazione:19/02/2018

da Antonio Iraci | Feb 18, 2018
(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Vittoria è una bambina di dieci anni che vive in un paesino della Sardegna, lontano dal turismo di massa, insieme ai genitori. Un giorno per caso, durante una saga paesana, conosce l’eccentrica Angelica, donna con un carattere completamente diverso da quello di sua madre Tina. Inspiegabilmente attratta dalla figura di Angelica, così spregiudicata e libera, Vittoria comincia a sentire del tutto estranea quella della madre, così eccessivamente protettiva. Da una serie di circostanze la bambina percepirà di essere al centro dell’attenzione delle due donne, e via via si troverà a dover operare delle scelte che la porteranno a scoprire verità nascoste.
Dopo Vergine Giurata del 2015, Laura Bispuri presenta oggi in concorso alla Berlinale il suo secondo film Figlia mia, una storia molto forte che vede due madri contendersi una figlia.
Il film è ambientato in una Sardegna assolata, dove ci sembra addirittura di percepire l’odore dello sterco dei cavalli ed il ronzio continuo delle mosche, una terra che ha la sua storia millenaria ma che sembra ancora vagare alla ricerca di una vera e propria identità, un po’ come le due protagoniste che, nonostante il loro trascorso, non sanno ancora bene chi sono e se possono collocarsi nel ruolo di madri. I paesaggi brulli, al di fuori dei riflettori mondani di un turismo che caratterizza oggi questa regione, sono la metafora di due vite aride che faticano a riconoscersi per quello che sono. Di tutto questo ne farà le spese la piccola Vittoria, che dovrà barcamenarsi tra due madri così terribilmente opposte ma che, con la loro complementarietà, le daranno lo stimolo per maturare. I lunghi piano sequenza sembrano accompagnare la bambina in questo suo percorso accidentato che, sebbene duro da affrontare, sarà invece per lei elemento di presa di coscienza. Vittoria diverrà il perno intorno al quale queste due donne dovranno ruotare, per ricucirsi addosso il giusto ruolo di madri: a lei spetterà l’arduo compito salomonico di decidere quale madre scegliere, in cui l’istinto verrà contraddetto dalla direzione dei fatti.
Intense le interpretazioni di Valeria Golino e Alba Rohrwacher, per la prima volta insieme sul set, dirette con grande maestria dalla regista. Un plauso va anche alla spontaneità della piccola Sara Casu nel ruolo non semplice di Vittoria, vera protagonista dell’intera narrazione. La pellicola è stata ben accolta dalla stampa per l’intensità dei temi affrontati, tanto che a parere di chi scrive potrebbe guadagnarsi qualche concreto riconoscimento.
data di pubblicazione:18/02/2018

da Antonio Iraci | Feb 17, 2018
(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Samuel Alabaster è un eccentrico cowboy che si aggira per gli spazi selvaggi americani con la chitarra in cerca della bella Penelope, che lui ama e che sposerà dopo averla liberata da un uomo che la tiene segregata. In compagnia di Parson Henry, da lui pagato come ministro che dovrà officiare la cerimonia, Samuel inizia la sua ricerca portando con sé come dono di nozze Butterscotch, un pony che lui cura amorevolmente. Trovata la casa dove vivono la donna ed il suo presunto aguzzino, Samuel scoprirà una realtà ben diversa da quella immaginata che lo getterà nel più cupo sconforto. Penelope inizierà una nuova vita, lontano dal posto dove aveva vissuto momenti felici.
I registi di questo eccentrico western sono i fratelli americani David e Nathan Zellner già noti qui a Berlino per aver presentato i loro film Kid-Thing nel 2012 e Kumiko-The Treasure Hunter nel 2014 nella Sezione Forum. Damsel è un film molto particolare nel suo genere perché pur avendo una ambientazione tipica di ogni film western, tuttavia sin dalle prime immagini se ne discosta a causa dell’atteggiamento completamente squilibrato dei personaggi. Il protagonista Samuel (Robert Pattinson) è un uomo delicato ma determinato nella sua convinzione che Penelope (Mia Wasikowsa) lo ami veramente e che lo sposerà. Lui è certo del suo obiettivo ma non ha il giusto physique du role del vero cowboy, come del resto gli altri personaggi, ognuno con le proprie stravaganti peculiarità che fanno da sponda a comportamenti del tutto inaspettati. Forza trainante del film è la figura di Penelope che ad un certo punto prende le redini della storia e con la sua fermezza sarà in grado di mettere in riga i vari personaggi sopravvissuti per poter decidere in piena autonomia del proprio destino. Già presentato al Sundance, il film è ora in concorso alla Berlinale ed ha tutte le carte in regola per ottenere un riconoscimento: ottima location e convincenti i due protagonisti che regalano al pubblico momenti di autentico divertimento. I due fratelli Zellner, anch’essi nel cast, sembra abbiano superato la prova contrapponendo all’originalità dei personaggi la grandiosità dei canyon americani, vero spettacolo incontaminato nel quale ambientare questa storia bizzarra e del tutto inusuale.
data di pubblicazione:17/02/2018

da Antonio Iraci | Feb 16, 2018
(68 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 15/25 Febbraio 2018)
Chela e Chiquita sono felicemente in coppia da molti anni nonostante le differenze di carattere: la prima, molto riservata, é riluttante a lasciare l’appartamento dove abitano, la seconda al contrario é estroversa e responsabile della gestione pratica della casa. Sommerse dai debiti si vedono costrette a vendere il vecchio mobilio ereditato seppur ognuno di quegli oggetti racchiudono in sé un particolare ricordo affettivo. Quando Chiquita finirà in prigione per aver contratto dei debiti mai onorati, Chela si troverà ad affrontare da sola una serie di problemi pratici che tenterà di risolvere inventandosi un servizio di taxi privato per ricche signore anziane. In questo suo nuovo ruolo di autista incontrerà la giovane Angy, figlia di una di queste donne, e questo incontro le cambierà la vita.
Marcelo Martinessi è nato a Asunciòn, Paraguay, dove ha studiato Scienza delle Comunicazioni per poi specializzarsi in regia alla London Film School. Già noto in campo internazionale per i suoi cortometraggi, nel 2016 con La voz perdida ha vinto il premio come migliore corto al Festival di Venezia. Las herederas è il suo primo lungometraggio ed è tutto al femminile: il ruolo degli uomini è del tutto marginale ed il regista affronta una società ripiegata su se stessa, che nel suo inconfondibile carattere borghese sembra ancora beneficiare di particolari vantaggi sociali che la dittatura in Paraguay benevolmente le permette. Uno spaccato della vita di molte donne del suo paese di origine che amano circondarsi di privilegi senza più avere i mezzi economici per poterseli permettere, e che rifiutano quasi come un peso di apparire come eroine forti e resistenti al regime dove l’immaginario comune vorrebbe collocarle. Nella scelta del cast delle tre protagoniste (Ana Brun, Margarita Irùn e Ana Ivanova), il regista ha preferito delle figure che potessero comportarsi sulla scena naturalmente senza doversi inventare o imitare un particolare codice sociale. Nel film, accanto alle due anziane Chela e Chiquita, spicca in maniera prepotente la figura di Angy che al contrario delle altre usa parlare di sé e delle sue relazioni con vari uomini con quella giusta dose di spudoratezza, che al principio spaventa molto Chela. Questa giovane donna rappresenterà l’unica possibilità per Chela di aprirsi ad un radicale cambiamento affascinante e pericoloso al tempo stesso. In un paese dove il ruolo delle donne è destinato a rimanere nel silenzio delle proprie case, mentre all’uomo è attribuito il compito machista di poter sempre e comunque risolvere i problemi pratici della vita, il film vuole invece mostrare una visione diversa e più reale possibile di una società dove, al di là del giustificato pessimismo dovuto alla situazione politica, si intravede comunque uno spiraglio di apertura verso un nuovo mondo.
data di pubblicazione:16/02/2018

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