da Antonio Iraci | Mag 24, 2018
(Teatro India – Roma, unica rappresentazione del 23 maggio 2018)
Nel gennaio del 1968 il riformista slovacco Alexander Dubček, salito alla guida della Cecoslovacchia già sottoposta ai diktat dell’Unione Sovietica, avvia una fase di liberalizzazione politica e di grandi riforme. Questo periodo storico di graduale processo di democratizzazione del paese, con il riconoscimento ai cittadini di maggiori diritti civili, fu definito la Primavera di Praga. Il 20 agosto dello stesso anno i carri armati dei paesi aderenti al Patto di Varsavia invasero brutalmente Praga suscitando immediate proteste tra le quali quelle dello studente Jan Palach. Il giovane, suicidandosi, diventerà il simbolo di una accanita resistenza che si protrarrà sino al 1990, anno della disgregazione del blocco sovietico.
Lo spettacolo presentato al Teatro India dall’attrice Jitka Frantova è la storia-odissea raccontata da un’esula ceca che, più che recitare, parla di sé e delle drammatiche vicende che la coinvolsero sia nella veste di affermata attrice teatrale che in qualità di moglie di Jiří Pelikán, a quel tempo direttore della televisione di stato, impegnato in prima linea nella fase riformista del paese durante la cosiddetta Primavera di Praga, di cui quest’anno ricorre il 50° anniversario. La donna si muove sulla scena tra oggetti e documenti in una casa cosparsa di foglie morte come se una folata di vento avesse invaso gli spazi per portare il proprio carico di desolazione. La Frantova, con il supporto di filmati di repertorio sullo sfondo, ci parla delle proprie tragiche disavventure a fianco del marito che portarono entrambi a fuggire clandestinamente dal proprio paese per rifugiarsi in Italia e chiedere asilo come rifugiati politici. La pièce, diretta dall’abilissima mano di Daniele Salvo, non è solo la commemorazione dei fatti storici di quegl’anni ma è da considerarsi il documento vivente della vita martoriata di due protagonisti, da prendersi come simbolo di ciò che una intera nazione dovette subire a seguito della devastante invasione sovietica. Un monito quindi anche alle potenze che ancora oggi tolgono la libertà fisica e di pensiero agli uomini, calpestandone i legittimi diritti civili. Le immagini video, elaborate da Giandomenico Musu, contribuiscono a coinvolgere emotivamente lo spettatore lasciandolo a fine rappresentazione commosso di fronte a quello che non è certamente finzione, ma storia reale di una altrettanto reale tragedia umana. Uno spettacolo quindi denso di emozioni, supportato dall’abilità interpretativa dell’attrice e protagonista dei fatti narrati che riguardano anche la primavera della propria vita quando, senza volerlo, fu coinvolta in prima linea insieme al marito in una resistenza contro il potere. L’evento, sotto l’egida del Presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman, è stato patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
data di pubblicazione:24/05/2018
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Mag 17, 2018
Atari è un ragazzo di dodici anni che, a seguito della improvvisa morte dei genitori, è stato dato in affidamento allo zio Kobayashi, corrotta figura governativa che ricopre la carica di sindaco di Megasaki. A seguito di un contestato decreto pubblico, viene deciso che tutti i cani debbano essere portati via dai loro padroni e trasferiti in una isola lontana dove vengono giornalmente ammassati i rifiuti della città. Il ragazzo, che viene così privato del suo fedele cane da guardia Spots, decide di rintracciarlo e a bordo di un Junior-Turbo, piccolo aereo in miniatura da lui stesso costruito, approda sull’isola. Con l’aiuto di una piccola banda di altri 5 cani inizia così un viaggio epico sulle tracce del suo fido amico e l’esito di questa ricerca sarà determinante per il futuro dei cani e della stessa Prefettura, i cui scandali da tempo nascosti diverranno di pubblico dominio.
Wes Anderson, regista, produttore e sceneggiatore texano, ama trasferire la propria personale eccentricità nei personaggi da lui stesso creati e portati sul grande schermo. Con una carriera oramai di tutto rispetto, nel 2012 il suo film Moonrise Kingdom, ambientato su un’isola leggendaria viene prescelto come film d’apertura a Cannes, e nel 2014 il suo The Grand Budapest Hotel, con Ralph Fiennes ed un cast di prim’ordine, apre il Festival di Berlino. Non ci stupiamo quindi che anche nell’ultima edizione della Berlinale il suo ultimo film L’isola dei cani, sia stato preferito tra i vari film in concorso per avviare la kermesse berlinese 2018. Dopo il successo di Fantastic Mr. Fox, è uscito nelle sale italiane questo suo secondo film di animazione, in cui il brillante regista adotta la particolare tecnica dello stop motion con il montaggio di foto che si susseguono creando il movimento della scena. Il risultato ottenuto è quello di una immagine molto nitida e naturale che ben si discosta dai normali animated cartoon a cui siamo abituati. La storia del piccolo e coraggioso Atari alla ricerca del suo fedele cane Spots si può considerare una favola dei giorni nostri che ci riporta in un mondo di buoni e cattivi, dove ai primi non rimangono molte armi a disposizione per sconfiggere le ingiustizie perpetrate dai secondi. Come in tutte le favole che si rispettino gli animali possono esprimersi con parole che noi comprendiamo, ma in questo film non a caso è il linguaggio degli uomini ad essere incomprensibile e a necessitare di una traduzione simultanea. Lo spettatore entra quindi in sintonia con i quadrupedi esiliati e destinati allo sterminio mentre trova difficoltà ad intendersi con gli umani e a accettare i loro marchingegni per accaparrarsi a tutti i costi il potere. Atari, con la freschezza dei suoi dodici anni, è l’unico che riesce a riscattare l’uomo dal pantano di corruzione in cui è caduto. Il film ha ottenuto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia e racchiude in sé una morale sincera, prerogativa questa di tutte le favole, vecchie o nuove, che sembrano tutte proporci ripetutamente la quintessenza delle domande: Chi siamo? Chi vogliamo essere?
data di pubblicazione:17/05/2018
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da Antonio Iraci | Apr 29, 2018
(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)
Kaoutar Darmoni ha vissuto la sua infanzia in Tunisia in una famiglia dove il padre-padrone alzava le mani su di lei e sua madre se non gli obbedivano o se si permettevano di uscire fuori di casa senza il suo permesso. La ragazza appena può fugge in Francia, allo scopo di completare i suoi studi interdisciplinari socio-culturali sulla sessualità e sull’identità di genere. Delusa dall’esperienza di vita francese, oggi Kaoutar Darmoni è da qualche anno docente-ricercatrice presso l’Università di Amsterdam. Le interviste a Kaoutar e ad alcune persone in Tunisia, che l’hanno a suo tempo incoraggiata a lasciare il paese, ci fanno comprendere quanto sia stato per lei difficile emanciparsi e diventare la donna di successo che oggi è.
Coco Cabasa è un documentario che chiude Immaginaria, interessante rassegna cinematografica che ha presentato in tre giorni di proiezioni tutta una serie di film fatti da donne e nei quali le stesse hanno potuto affermare i propri diritti e la propria libertà di pensiero. Il racconto della tunisina Kaoutar, oggi donna affermata nella vita privata come in quella lavorativa, ci fa comprendere quanto ancora sia lunga la lotta che le donne devono affrontare per il raggiungimento della parità. Certo vivere in Tunisia non è la stessa cosa che vivere in un paese occidentale, ma dalle varie interviste che coinvolgono oltre la protagonista anche persone che le sono state vicine, si evince che la strada è comunque e sovente ovunque in salita. La donna che oggi ha in mente un progetto di emancipazione dovrà comunque assumersi rischi e oneri non indifferenti, oltre ad una grande dose di tenacia. Questo è dunque il messaggio forte che emerge da questo documentario che sicuramente deve essere considerato come un forte incoraggiamento a non perdersi d’animo. Kaoutar insegna anche come riprendere il controllo del proprio corpo mediante una serie di movimenti liberatori e di tecniche respiratorie coniugando allo stesso tempo la gestualità orientale araba con quella occidentale. Pratiche queste importanti che sicuramente aiutano a realizzare il controllo della mente e predispongono il soggetto a conquistare maggior sicurezza di sé. Coco Cabasa nasce da un progetto di Klara Johanna Til, giovanissima studentessa di cinematografia che dall’Olanda è riuscita a portare il film fuori dai confini nazionali, riscuotendo l’attenzione che merita.
data di pubblicazione:29/04/2018
da Antonio Iraci | Apr 29, 2018
(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)
Delphine lavora nella fattoria di proprietà dei genitori situata nella regione di Limousin in Francia. Disattendendo le loro aspettative che la vorrebbero accasata con l’amico di famiglia e d’infanzia Antoine, e a seguito dell’abbandono da parte della sua compagna, decide di trasferirsi a Parigi per iniziare lì una nuova vita. Un giorno per caso incontra Carole, donna affascinante a capo di un gruppo di attiviste femministe: Delphine ne rimane conquistata e decide di frequentare con lei le assemblee del movimento. Sullo sfondo di queste legittime azioni sociali, la relazione tra le due donne diventa sempre più intima sino a sfociare in un vero e proprio rapporto d’amore. Costretta a tornare in compagna per prendersi cura della fattoria di famiglia, Delphine è più che mai convinta a non tornare sui suoi passi, nonostante l’ostilità nei confronti del suo legame con Carole.
La Belle Saison di Catherine Corsini (L’amante inglese, Les Ambitieux, La Répétition) è un film che ben si inquadra nella filmografia della regista francese, oramai da tempo impegnata nella battaglia contro le violenze sessuali e coniugali perpetuate nei confronti delle donne. Molto attenta alle problematiche relative ai rapporti di coppia, e in particolare a quelli di natura omosessuale, la Corsini con questo film, presentato ieri nell’ambito del Festival Immaginaria, ci riporta alle lotte sociali degli inizi degli anni settanta quando, in piena campagna abortista, le donne iniziarono ad organizzarsi per dimostrare così la loro ferma determinazione a rivendicare i diritti sulla propria persona. Il film però non vuole solo raccontare un momento particolare della storia dell’emancipazione femminile dai condizionamenti sociali che le volevano relegate a ruoli sociali secondari, al centro dello script c’è anche la narrazione di un intenso rapporto affettivo. Le difficoltà di allora, vale a dire come affrontare una storia omosessuale in un ambiente sociale ostile, seppur a tinte più tenui ancora oggi sono frutto di pregiudizi da cui la società fa fatica a distaccarsi. Le due donne vivono intensamente una bella stagione d’amore, ma quando sembrano decidersi a condividere apertamente i loro sentimenti, eccole ricadere nella paura di presentarsi come diverse, fuori dagli schemi imposti da una morale oramai retrograda. In tale contesto gli ampi spazi della campagna francese fanno da contrappunto ad una Parigi in pieno fermento sociale, caratteristico proprio di quegli anni post-sessantotto. La Belle Saison è decisamente una love story : le immagini che riguardano i rapporti intimi tra le due donne sono segnati da semplici pennellate d’effetto, dalle quali lo spettatore percepisce una intensità di sentimenti che solo una esperienza personale vissuta è in grado di dare: la Corsini ci riesce alla perfezione.
data di pubblicazione:29/04/2018
da Antonio Iraci | Apr 28, 2018
(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)
Teresa è una astrofisica che vive nelle Canarie e lavora con la sua compagna Daniela presso un centro di osservazione stellare. Dopo sette anni di lontananza da casa decide di tornare in famiglia, in Porto Rico, allo scopo di invitare i parenti al suo matrimonio che si celebrerà alla falde del vulcano Teide. L’impresa sin dall’inizio non si prospetterà facile in quanto il padre ha una mentalità molto retrograda che tiene in pugno figli e moglie, da tempo costretti a vivere una vita di sotterfugi pur di seguire in segreto i propri ideali di felicità. Teresa, convinta dovrà lottare duro contro un genitore prepotente e dispotico, lei vegetariana e lui grande allevatore di polli, che non hai mai compreso le sue scelte di vita e men che meno i suoi sentimenti verso Daniela.
A dare il via a questa tredicesima edizione di Immaginaria è stato scelto il film Extra Terrestres, primo lungometraggio della regista portoricana Carla Cavina conosciuta per i suoi corti e documentari già presentati in molti Festival internazionali a tematica lesbo-femminista. Il film, pur utilizzando metaforicamente l’immagine galattica di stelle e pianeti vaganti nell’universo secondo un ordine cosmico prestabilito, non è un film su extra terrestri ma al contrario racconta di esseri umani che si ritrovano ad affrontare il quotidiano con i normali problemi di sempre. Teresa ha un rapporto stabile con Daniela, compagna nella vita privata e nel lavoro, e dopo anni di assenza da casa sente la necessità di affrontare una volta per tutte la famiglia per comunicare la sua decisione di sposarla. Ecco che la giovane si troverà suo malgrado a lottare contro un padre autoritario, che mai accetterà la sua relazione affettiva omosessuale ritenuta anormale e quindi inaccettabile. Messo di fronte a questa realtà, l’uomo casualmente verrà a conoscenza di un mondo parallelo e segreto dove anche gli altri membri della famiglia hanno trovato rifugio per sfuggire al suo dispotismo. Interessante come la regista abbia utilizzato il linguaggio delle stelle per farci comprendere la forza dell’amore che, al di là delle distanze interplanetarie, è ancora una volta il fulcro energetico che muove i singoli esseri umani in un piccolo pianeta, come il nostro, sperduto nel nulla. Ne viene fuori un film sicuramente ben costruito che non trascura il messaggio che sta alla base dell’intera storia anche se a tratti sembra perdersi nella banalità, così come l’interpretazione degli attori che non riescono a dare quel quid tale da rendere la pellicola convincente per il folto pubblico che affollava le tre sale messe a disposizione dalla Casa del Cinema.
data di pubblicazione:28/04/2018
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