da Antonio Iraci | Giu 7, 2018
(Cantieri Culturali alla Zisa – Palermo, 31 maggio/6 giugno 2018)
Il Sicilia Queer Festival giunge alla sua ottava edizione in un anno molto significativo per Palermo in quanto la città è divenuta Capitale italiana della Cultura. La manifestazione è un importante evento che si inserisce adeguatamente in tutte quelle attività culturali che si stanno organizzando e che trova in questa sede coinvolti cineasti provenienti da vari paesi. Il Festival si distingue perché attraverso la proiezione di film a tema omosessuale intende portare avanti una campagna contro ogni forma di discriminazione, a cui talvolta ci si abbandona anche per una forma di ingiustificata pigrizia mista a qualche pregiudizio duro da sconfiggere. Seguendo la propria tradizione, quest’anno l’evento dà un riconoscimento a Nino Gennaro artista e intellettuale siciliano che ha contribuito con il proprio pensiero all’affermazione della cultura gay in un contesto dove la militanza è ancora molto impegnata per la difesa dei diritti civili e per la totale libertà di pensiero. Molto interessante il programma che si è articolato in due sezioni principali riguardanti rispettivamente un concorso di cortometraggi e uno di lungometraggi, oltre a convegni ed interviste a personalità illustri, avendo sempre come sfondo il tema della emancipazione sessuale e l’affermazione della propria individualità. A chiusura della rassegna è stato presentato il film Un couteau dans le coeur di Yann Gonzales, già presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes e dove nel 2013 il regista era stato segnalato dalla critica per il suo film Les rencontres d’après minuit. La pellicola, che ha come protagonista Anne (Vanessa Paradis) produttrice di film porno gay di basso livello, la si può considerare un thriller dove ad un disastroso rapporto lesbico fanno da contrappunto una serie di efferati omicidi. Seppur il plot sia alquanto scontato e non sembri ben riuscito l’intento del regista di dare un significato profondo all’intera storia facendo qua e là prevalere la componente del voyerismo, al di là di ogni personale considerazione su questa pellicola di chiusura urge comunque sottolineare la validità del Festival e degli obiettivi raggiunti, che sono stati quelli di “proiettarsi nel futuro a vantaggio delle generazioni future”. Un laboratorio sperimentale per costruire una realtà nuova con altre prospettive di crescita, di pensiero e di affermazione di genere, senza vincoli culturali che ne possano inficiare i risultati sin qui raggiunti.
data di pubblicazione:07/06/2018
da Antonio Iraci | Giu 7, 2018
Mirko e Manolo sono due ragazzi di una borgata romana che frequentano svogliatamente l’ultimo anno dell’istituto alberghiero e, a causa della loro giovane età, sono molto più inclini a divertirsi che ad essere concentrati sul proprio futuro. In una dello loro frequenti scorribande notturne i due investono un uomo e, invece di prestargli soccorso, fuggono sconvolti.
L’indomani Mirko e Manolo scoprono di aver ucciso un personaggio di spicco di uno dei due clan malavitosi che si contendono il dominio sulla città, ed entrano così, inconsapevolmente e di diritto, nell’entourage della famiglia mafiosa avversaria a cui hanno fatto il “piacere”. Catapultati nel mondo della droga e della prostituzione, i due inseparabili amici si troveranno a svolgere senza scrupoli gli incarichi che di volta in volta gli verranno assegnati.
Damiano e Fabio D’Innocenzo si sono da sempre dedicati alla scrittura e alla fotografia: hanno successivamente prodotto videoclips, un film per la televisione e uno per il cinema oltre ad un lavoro teatrale; con La terra dell’abbastanza – presentato quest’anno nella Sezione Panorama della Berlinale – sono al loro debutto come registi. Il film segue il filone TV Gomorra che, prendendo le mosse dal film di Matteo Garrone tratto dal romanzo di Saviano, racconta le lotte di clan mafiosi per spartirsi il dominio e poter così trafficare indisturbati nel proficuo campo della droga e della prostituzione. Ancora una volta sono le vite dei giovani ad esserne travolte: Mirko e Manolo uccidono a sangue freddo convinti che l’unica cosa che conti per loro è far bella figura di fronte al “capo famiglia” e riscuotere compensi in denaro. La realtà è quella prevedibile: le borgate delle grandi città (tanto care a Pasolini) e le famiglie inesistenti che si danno da fare come possono per crescere i propri figli, fornendo purtroppo esempi di vita non eticamente raccomandabili ed ai limiti della legalità.
Un plauso va ai due promettenti registi a cui bisogna dare atto di aver confezionato un lavoro tecnicamente ben fatto, in cui i continui primi piani su Andrea Carpenzano (Mirko) e Matteo Olivetti (Manolo) evidenziano la loro indiscutibile bravura, ma il plot non convince noi spettatori, oramai saturi di storie come questa, come non aggiunge nulla di nuovo Luca Zingaretti nella parte del capo clan.
data di pubblicazione:07/06/2018
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da Antonio Iraci | Mag 24, 2018
(Teatro India – Roma, unica rappresentazione del 23 maggio 2018)
Nel gennaio del 1968 il riformista slovacco Alexander Dubček, salito alla guida della Cecoslovacchia già sottoposta ai diktat dell’Unione Sovietica, avvia una fase di liberalizzazione politica e di grandi riforme. Questo periodo storico di graduale processo di democratizzazione del paese, con il riconoscimento ai cittadini di maggiori diritti civili, fu definito la Primavera di Praga. Il 20 agosto dello stesso anno i carri armati dei paesi aderenti al Patto di Varsavia invasero brutalmente Praga suscitando immediate proteste tra le quali quelle dello studente Jan Palach. Il giovane, suicidandosi, diventerà il simbolo di una accanita resistenza che si protrarrà sino al 1990, anno della disgregazione del blocco sovietico.
Lo spettacolo presentato al Teatro India dall’attrice Jitka Frantova è la storia-odissea raccontata da un’esula ceca che, più che recitare, parla di sé e delle drammatiche vicende che la coinvolsero sia nella veste di affermata attrice teatrale che in qualità di moglie di Jiří Pelikán, a quel tempo direttore della televisione di stato, impegnato in prima linea nella fase riformista del paese durante la cosiddetta Primavera di Praga, di cui quest’anno ricorre il 50° anniversario. La donna si muove sulla scena tra oggetti e documenti in una casa cosparsa di foglie morte come se una folata di vento avesse invaso gli spazi per portare il proprio carico di desolazione. La Frantova, con il supporto di filmati di repertorio sullo sfondo, ci parla delle proprie tragiche disavventure a fianco del marito che portarono entrambi a fuggire clandestinamente dal proprio paese per rifugiarsi in Italia e chiedere asilo come rifugiati politici. La pièce, diretta dall’abilissima mano di Daniele Salvo, non è solo la commemorazione dei fatti storici di quegl’anni ma è da considerarsi il documento vivente della vita martoriata di due protagonisti, da prendersi come simbolo di ciò che una intera nazione dovette subire a seguito della devastante invasione sovietica. Un monito quindi anche alle potenze che ancora oggi tolgono la libertà fisica e di pensiero agli uomini, calpestandone i legittimi diritti civili. Le immagini video, elaborate da Giandomenico Musu, contribuiscono a coinvolgere emotivamente lo spettatore lasciandolo a fine rappresentazione commosso di fronte a quello che non è certamente finzione, ma storia reale di una altrettanto reale tragedia umana. Uno spettacolo quindi denso di emozioni, supportato dall’abilità interpretativa dell’attrice e protagonista dei fatti narrati che riguardano anche la primavera della propria vita quando, senza volerlo, fu coinvolta in prima linea insieme al marito in una resistenza contro il potere. L’evento, sotto l’egida del Presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman, è stato patrocinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
data di pubblicazione:24/05/2018
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da Antonio Iraci | Mag 17, 2018
Atari è un ragazzo di dodici anni che, a seguito della improvvisa morte dei genitori, è stato dato in affidamento allo zio Kobayashi, corrotta figura governativa che ricopre la carica di sindaco di Megasaki. A seguito di un contestato decreto pubblico, viene deciso che tutti i cani debbano essere portati via dai loro padroni e trasferiti in una isola lontana dove vengono giornalmente ammassati i rifiuti della città. Il ragazzo, che viene così privato del suo fedele cane da guardia Spots, decide di rintracciarlo e a bordo di un Junior-Turbo, piccolo aereo in miniatura da lui stesso costruito, approda sull’isola. Con l’aiuto di una piccola banda di altri 5 cani inizia così un viaggio epico sulle tracce del suo fido amico e l’esito di questa ricerca sarà determinante per il futuro dei cani e della stessa Prefettura, i cui scandali da tempo nascosti diverranno di pubblico dominio.
Wes Anderson, regista, produttore e sceneggiatore texano, ama trasferire la propria personale eccentricità nei personaggi da lui stesso creati e portati sul grande schermo. Con una carriera oramai di tutto rispetto, nel 2012 il suo film Moonrise Kingdom, ambientato su un’isola leggendaria viene prescelto come film d’apertura a Cannes, e nel 2014 il suo The Grand Budapest Hotel, con Ralph Fiennes ed un cast di prim’ordine, apre il Festival di Berlino. Non ci stupiamo quindi che anche nell’ultima edizione della Berlinale il suo ultimo film L’isola dei cani, sia stato preferito tra i vari film in concorso per avviare la kermesse berlinese 2018. Dopo il successo di Fantastic Mr. Fox, è uscito nelle sale italiane questo suo secondo film di animazione, in cui il brillante regista adotta la particolare tecnica dello stop motion con il montaggio di foto che si susseguono creando il movimento della scena. Il risultato ottenuto è quello di una immagine molto nitida e naturale che ben si discosta dai normali animated cartoon a cui siamo abituati. La storia del piccolo e coraggioso Atari alla ricerca del suo fedele cane Spots si può considerare una favola dei giorni nostri che ci riporta in un mondo di buoni e cattivi, dove ai primi non rimangono molte armi a disposizione per sconfiggere le ingiustizie perpetrate dai secondi. Come in tutte le favole che si rispettino gli animali possono esprimersi con parole che noi comprendiamo, ma in questo film non a caso è il linguaggio degli uomini ad essere incomprensibile e a necessitare di una traduzione simultanea. Lo spettatore entra quindi in sintonia con i quadrupedi esiliati e destinati allo sterminio mentre trova difficoltà ad intendersi con gli umani e a accettare i loro marchingegni per accaparrarsi a tutti i costi il potere. Atari, con la freschezza dei suoi dodici anni, è l’unico che riesce a riscattare l’uomo dal pantano di corruzione in cui è caduto. Il film ha ottenuto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia e racchiude in sé una morale sincera, prerogativa questa di tutte le favole, vecchie o nuove, che sembrano tutte proporci ripetutamente la quintessenza delle domande: Chi siamo? Chi vogliamo essere?
data di pubblicazione:17/05/2018
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da Antonio Iraci | Apr 29, 2018
(CASA DEL CINEMA – Roma, 27/29 Aprile 2018)
Kaoutar Darmoni ha vissuto la sua infanzia in Tunisia in una famiglia dove il padre-padrone alzava le mani su di lei e sua madre se non gli obbedivano o se si permettevano di uscire fuori di casa senza il suo permesso. La ragazza appena può fugge in Francia, allo scopo di completare i suoi studi interdisciplinari socio-culturali sulla sessualità e sull’identità di genere. Delusa dall’esperienza di vita francese, oggi Kaoutar Darmoni è da qualche anno docente-ricercatrice presso l’Università di Amsterdam. Le interviste a Kaoutar e ad alcune persone in Tunisia, che l’hanno a suo tempo incoraggiata a lasciare il paese, ci fanno comprendere quanto sia stato per lei difficile emanciparsi e diventare la donna di successo che oggi è.
Coco Cabasa è un documentario che chiude Immaginaria, interessante rassegna cinematografica che ha presentato in tre giorni di proiezioni tutta una serie di film fatti da donne e nei quali le stesse hanno potuto affermare i propri diritti e la propria libertà di pensiero. Il racconto della tunisina Kaoutar, oggi donna affermata nella vita privata come in quella lavorativa, ci fa comprendere quanto ancora sia lunga la lotta che le donne devono affrontare per il raggiungimento della parità. Certo vivere in Tunisia non è la stessa cosa che vivere in un paese occidentale, ma dalle varie interviste che coinvolgono oltre la protagonista anche persone che le sono state vicine, si evince che la strada è comunque e sovente ovunque in salita. La donna che oggi ha in mente un progetto di emancipazione dovrà comunque assumersi rischi e oneri non indifferenti, oltre ad una grande dose di tenacia. Questo è dunque il messaggio forte che emerge da questo documentario che sicuramente deve essere considerato come un forte incoraggiamento a non perdersi d’animo. Kaoutar insegna anche come riprendere il controllo del proprio corpo mediante una serie di movimenti liberatori e di tecniche respiratorie coniugando allo stesso tempo la gestualità orientale araba con quella occidentale. Pratiche queste importanti che sicuramente aiutano a realizzare il controllo della mente e predispongono il soggetto a conquistare maggior sicurezza di sé. Coco Cabasa nasce da un progetto di Klara Johanna Til, giovanissima studentessa di cinematografia che dall’Olanda è riuscita a portare il film fuori dai confini nazionali, riscuotendo l’attenzione che merita.
data di pubblicazione:29/04/2018
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