da Antonio Iraci | Apr 10, 2016
(Teatro dei Conciatori – Roma, 5/17 Aprile 2016)
Ancora una volta il grande Pirandello con il suo atto unico L’uomo dal Fiore in Bocca del 1922 ci suggerisce una profonda riflessione sul valore della vita e della morte: in scena un dialogo casuale tra due persone in una piccola e deserta stazione di periferia, di notte, nel buio e nella solitudine più cupa.
Il protagonista con il fiore in bocca, cioè toccato dal tumore, cerca di spiegare alla donna che ha appena perso il treno, l’essenza della vita che si ama paradossalmente proprio nel momento in cui si ha certezza di perderla. Ecco allora che necessariamente siamo costretti a rivalutare tutto ciò che ci circonda e che fino allora ci aveva fatto vivere nella banalità del vivere quotidiano, senza grandi entusiasmi, quasi annoiati dell’esistenza stessa che si trascina giorno dopo giorno in una esasperante monotonia.
La morte oramai prossima ci rende invece ben predisposti e persino la parola epitelioma ci suona bene, il pronunciarla diventa un dolce suono, più dolce di una caramella.
Il monologo a questo punto prende il sopravvento sul dialogo, il protagonista oramai prossimo al crollo non vuole rassegnarsi alla malattia, lotta e resiste e soprattutto si fa beffa delle inutili preoccupazioni che affliggono l’altra, oramai sopraffatta dalla disperazione più totale: il malato dà forza al sano e gli suggerisce come apprezzare ogni istante di questa illusione che è la vita.
Sicuramente d’effetto l’interpretazione di Alberto di Stasio, che oltre ad impostare una rigorosa regia riesce ad equilibrare bene i diversi registri richiesti dal testo pirandelliano, mentre risulta un poco sopra le righe Veronica Zucchi giocando un ruolo a volte esageratamente in contrapposizione al protagonista, che ci lascia perplessi e disorientati, sotto l’inesorabile battere del tempo come l’assordante frinire dei grilli.
data di pubblicazione:10/04/2016
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Apr 7, 2016
(Teatro Vascello – Roma, 5/6 Aprile – Rieti, 8 Aprile 2016)
Al Teatro Vascello è stato presentato un progetto internazionale per la promozione della danza contemporanea e che vede riuniti in un unico spettacolo ben quattro coreografie di diversi paesi: Thomas Noone Dance (Spagna), Norrdans (Svezia), Company Chameleon (Inghilterra) e Spellbound Contemporany Ballet (Italia).
I giovani artisti impegnati in questo tour europeo sbarcano quindi a Roma per portarci i loro balletti, frutto di un lavoro sicuramente di grande spessore e nel quale non è stato difficile riscontrare un significativo talento. I differenti gruppi appaiono legati tra di loro da un impercettibile fil rouge che mette in evidenza sulla scena, cupa ed uniforme nella sua essenzialità, la tensione costante dei loro corpi, impegnati in uno scontro frontale carico di aggressività e, paradossalmente, di assoluto abbandono fisico. I diversi lavori presentati sono stati studiati per mettere in risalto una perfetta reciprocità tra luce ed ombra, tra suono ed azione, tra elaborazione mentale e movimento scenico e dove ognuno possa impegnarsi ad improvvisare, ad inventarsi un proprio spazio creativo, a ricercare un suo personale linguaggio espressivo. Il folto pubblico in sala ha mostrato di apprezzare molto le varie performances, creando involontariamente una sorta di interazione con gli artisti in scena, tutti giovanissimi e pieni di entusiasmo.
Sicuramente un ensemble di grande effetto, senza tuttavia quel tocco di assoluta originalità che avrebbe regalato al pubblico in sala il desiderio di lasciare il teatro con la voglia di volare, come loro, sulle punte dei piedi.
In replica il giorno 8 aprile al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti.
data di pubblicazione:07/04/2016
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Apr 5, 2016
Un professore si trasferisce in una splendida villa isolata nei pressi di Spoleto, all’interno di un grande parco, per poter in tranquillità seguire i suoi studi di ornitologia. Un giorno, durante una sua passeggiata nel bosco, trova per caso dei nastri magnetici ed incuriosito inizia ad ascoltarli. Dalle registrazioni, eseguite durante delle sedute psicoanalitiche, viene a conoscenza della vita turbolenta di una certa Azzurra (Erika Blank) e del suo rapporto incestuoso con il fratello Manfredi (Peter Lee Lawrence) dove chiaramente emerge anche la furiosa gelosia che investe i due protagonisti non appena iniziano dei seri rapporti sentimentali, rispettivamente con Timothy (Rosario Borelli) e con Viola (Orchidea De Santis).
Dopo qualche tempo al professore viene recapitato nella villa, da un misterioso intruso, un altro nastro in cui è inciso il tragico epilogo dell’intera faccenda.
Il film ebbe a suo tempo una scarsa risonanza tra il pubblico e fu decisamente stroncato dalla critica che lo giudicò di poca sostanza in cui la morbosità e la violenza della storia alla fine risultano di scarso effetto e senza alcun substrato psicologico degno di rilievo.
Il film, ambientato nelle campagne umbre, ci suggerisce questa tipica ricetta regionale molto diffusa nel periodo pasquale: torta al formaggio.
INGREDIENTI: 1 kg di farina – 5 uova – 200 grammi di pecorino romano grattugiato – 100 grammi di pecorino toscano a dadini – 100 grammi di gruviera a dadini – 100 grammi di strutto – 100 grammi di lievito di birra – un cucchiaino di sale.
PROCEDIMENTO: Sciogliere lo strutto in un poco di acqua calda ed incominciare a lavorare la farina insieme al lievito di birra. Sbattere le uova insieme al pecorino grattugiato ed aggiungere alla farina in modo da ottenere un impasto di consistenza mediamente fluida. Aggiungere il sale ed i due formaggi a cubetti. Impostare in una teglia molto alta, dopo averla precedentemente imburrata, ed infornare per circa 50 minuti ad una temperatura di 180 gradi. Fare raffreddare e servire come antipasto insieme a degli affettati.
da Antonio Iraci | Apr 4, 2016
Basato sull’omonimo romanzo di Ignazio Silone, il film è ambientato nel paese di Pescina, nella Marsica abruzzese, dove la popolazione, ribelle agli ideali fascisti, è sottoposta a continui soprusi da parte del governo di Mussolini. Il giovane Berardo Viola (Michele Placido), facendo parte attiva della resistenza comunista, viene perseguitato per le sue idee anarchiche ed è costretto a lasciare il paese e a rifugiarsi a Roma dove conoscerà un altro giovane, suo coetaneo della Marsica, anche lui in opposizione al regime.
I fascisti, dopo aver deviato per punizione un fiume provocando gravi danni ai contadini della zona, si vendicheranno ulteriormente perpetuando violenza alla famiglia di Berardo, alla sua compagna e a lui stesso torturandolo a morte. Il film ottenne grandi riconoscimenti da parte della critica e diverse nomination per il David di Donatello, mentre a Ida Di Benedetto fu assegnato il Nastro d’argento come migliore attrice non protagonista. Questo film, i cui dialoghi si svolgono per la maggior parte in dialetto marsicano, ci suggerisce questa ricetta abruzzese molto gustosa e d’effetto: spaghetti con melanzane e pancetta alla marsicana.
INGREDIENTI: 500 grammi di spaghetti – 2 melanzane – 120 grammi di pancetta tritata – 400 grammi di pomidoro pelati – 2 uova – 150 grammi di mozzarella – 2 spicchi d’aglio – 1 peperoncino rosso fresco – sale e pepe q.b..
PROCEDIMENTO: Tagliare le melanzane a cubetti e friggerle in abbondante olio d’oliva. Nello stesso olio della frittura fare rosolare la pancetta e l’aglio tagliato a piccoli pezzetti, aggiungere quindi il pomodoro pelato, il peperoncino fresco triturato, sale e pepe e lasciare cuocere per circa 30 minuti. Bollire le uova sode e tagliarle poi a pezzetti. A parte tagliare a cubetti la mozzarella. Una volta cotti sufficientemente al dente gli spaghetti, farli saltare nella padella con la salsa, aggiungere la mozzarella ed infine sistemare il tutto in un piatto di portata aggiungendo sopra le melanzane e le uova sode a pezzetti. Condire con abbondante pecorino.
da Antonio Iraci | Mar 31, 2016
(Teatro Vascello – Roma, 29 marzo/3 aprile 2016)
Stabat mater dolorosa…, con questo lamento liturgico inizia Yerma, uno dei tre drammi che costituiscono la trilogia lorchiana insieme a La Casa di Bernarda Alba e Bodas de Sangre, tutti incentrati sui temi oscuri della passione e della morte.
Per comprendere meglio lo spirito di questa tragedia che Federico Garcìa Lorca scrisse nel 1934 bisogna entrare, lavorando di immaginazione, in ciò che poteva meglio rappresentare la Spagna in quel periodo cupo immediatamente antecedente alla guerra civile ed alla definitiva affermazione della dittatura franchista. Gli ideali nazionalistici si fondavano essenzialmente sui valori della famiglia e sulla posizione della donna la cui missione primaria era quella di procreare un numero indeterminato di figli e di rimanere fedele al marito fino alla morte. Yerma è una eccezione: il suo nome significa terra arida, qualcosa di sterile che non produce, che è incapace di generare un figlio, una donna che non potrà mai essere una vera donna, completa come le altre, un essere carico di passione non ricambiata, una ossessione non sedata da alcun momento di vera consolazione, un fuoco che non arde, un’acqua che non disseta, una terra che non dà frutti, un’aria che non crea vita.
Accanto a Yerma troviamo Juan, marito impostole dalla famiglia e che lei non ama pur rimanendole devota, un uomo che le nega la gioia di un figlio, distratto dal suo lavoro nei campi e che presumibilmente sterile fa ricadere sulla moglie la colpa di non potere o sapere generare. Il secondo protagonista maschile è Victor, vecchio amico pieno di desiderio e sensualità la cui presenza accende subito le pulsioni assopite della donna, i suoi istinti sessuali che però dovranno essere repressi per non infrangere gli obblighi di fedeltà coniugale. Invano la donna cercherà con ogni mezzo di rimanere incinta, ricorrendo pure a sortilegi e riti magici, ed alla fine non le rimarrà altro che uccidere il marito autoaccusandosi nelle ultime battute: Non avvicinatevi, perché ho ucciso mio figlio. Io… l’ho ucciso io! In effetti con la morte del marito lei per sempre si negherà la gioia della maternità, perché lei non si concederà ad altri uomini, rimanendo salda sui suoi ideali di donna sottomessa ed ubbidiente.
L’ambientazione scenica di Alessandro Di Cola ci immerge in una atmosfera sospesa, quasi metafisica in cui i quattro elementi: terra, acqua, aria, fuoco si fondono in una massa amniotica rarefatta e dove la sabbia cade dal cielo senza soluzione di continuità, come dentro una eterna clessidra, un ammonimento del tempo che scorre inesorabile per coprire tutto, uomini e cose.
Il regista Gianluca Merolli ha voluto in maniera esplicita, quasi forzata, attualizzare e contestualizzare il dramma di Yerma con le attuali turbolenze legislative italiane in materia di procreazione assistita, ma forse il suo intervento potrebbe risultare troppo ovvio e quasi inopportuno.
Bravi gli attori in scena: Elena Arvigo, Enzo Curcurù, Fabrizio Ferracane, Giulia Maulucci e Maurizio Rippa, quest’ultimo con funzione di basso continuo nell’introduzione lamentosa, come di un coro ad una voce.
Anche se Yerma, che nasce dalla sabbia e prende una forma giunonica in Elena Arvigo, ha un timbro espressivo uniforme e ripetitivo, tuttavia il lavoro risulta nel suo insieme ben strutturato. Buone le luci di Pietro Sperduti e ben curata la musica da Luca Longobardi.
data di pubblicazione:31/03/2016
Il nostro voto: 
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