da Antonio Iraci | Gen 6, 2016
(Teatro Eliseo – Roma, 5/24 gennaio 2016)
Dopo quasi cent’anni dalla prima rappresentazione a Roma al Teatro Valle, era un giorno di maggio del 1921, con un esordio tempestoso ed un pubblico in massima parte infuriato sicuramente in difficoltà per comprendere appieno la complessità del lavoro filosofico pirandelliano, i Sei personaggi si presentano oggi al Teatro Eliseo sotto l’eccellente regia di Gabriele Lavia, un marchio ed una garanzia per il teatro italiano.
Il regista, nonché attore principale, riesce ad rielaborare il testo, riveduto e corretto dallo stesso Pirandello in vari tempi, riprendendo tuttavia alcuni punti salienti della versione originaria e portandoci sul palcoscenico una edizione molto fedele a dettami scenografici imposti da una voce fuori campo che ci seguirà durante tutta la rappresentazione, come se lo stesso Pirandello desse voce a se stesso per curare in prima persona la messa in scena.
Il lavoro si presenta complesso, come lo stesso Lavia afferma, in quanto si rappresenta un teatro in disintegrazione che sovverte le regole sceniche classiche, per arrivare alla conclusione che l’attore non potrà mai identificarsi con il personaggio stesso recitato. L’attore interpreta la propria visione reale delle cose mentre il personaggio porta in sé la verità, perché interpreta sulla scena frammenti della propria vita vissuta: dunque una drammaturgia che nasce da dentro e che nessun attore potrà mai rendere credibile in quanto non sperimentata da lui stesso.
La scena si apre su una compagnia di attori che, seguiti da un intransigente capocomico, tenta di provare il secondo atto di un’opera dello stesso Pirandello, Il gioco delle parti. Ben presto irromperanno sul palcoscenico i “sei personaggi”, lugubri e luttuosi nei loro abiti neri, per cercare di vivere se stessi sulla scena grazie ad un autore che li rappresenti: solo che qui non occorrono né copioni da seguire né suggeritori, perché le parole dell’anima non possono essere scritte né suggerite. È proprio questa la rivoluzione pirandelliana: il passaggio dalla vita alla creazione artistica, la verità che prende dunque forma reale sulla scena.
Risulteranno vani i tentativi da parte del capocomico di assegnare alla propria compagnia le parti da recitare, in quanto pur riconoscendo la validità drammaturgica del lavoro, si renderà ben presto conto dell’impossibilità di rappresentare il dramma stesso, fuori dal contesto che coinvolge direttamente gli stessi personaggi.
Ecco che il teatro, grazie alla scena e alle luci dalle tonalità cromatiche molto forti, abbatte nella sua essenzialità le proprie barriere, per portare sul palcoscenico uno spazio di vita non più di finzione ma dove ognuno recita se stesso con la propria parte, portandosi il peso di colpe e rimorsi per qualcosa di non fatto o irrisolto.
Il dramma prosegue con un ritmo incalzante, quasi non curante delle interruzioni dovute alla originaria perplessità di portare in scena qualcosa che non trova riscontro concreto in un copione, fino alla conclusione tragica nel finale, dove emergono forti e chiari gli elementi della tragedia classica: l’abbandono, la pietà, la morte. Il ritmo a tratti claustrofobico viene esaltato dall’irrompere di tuoni come se un deus ex machina, burbero e collerico, volesse far sentire la propria presenza scenica con un ammonimento dall’alto quasi a sottolineare l’ineluttabilità del fato che travolge i personaggi e che non risparmia loro sofferenza e dolore.
Apparirebbe ridondante esaltare l’eccellenza interpretativa dell’intera compagnia, ma sicuramente va menzionato Gabriele Lavia nella parte del padre, e la figlia Lucia nella parte della figliastra, ruolo decisamente non facile perché si tratta di rappresentare una giovane, ancora quasi bambina, avviata per caso alla prostituzione, che ha già provato le avversità più crudeli della vita e che quindi non riesce a reprimere nei gesti la propria aggressività emotiva ed il proprio disprezzo.
Con Gabriele e Lucia Lavia sono in scena altri 19 grandi attori (Federica Di Martino è la Madre, Andrea Macaluso il Figlio, Silvia Biancalana il Giovinetto, Letizia Arnò la Bambina, Marta Pizzigallo Madame Pace mentre gli altri attori della Compagnia teatrale sono Michele Demaria, Giulia Gallone, Mario Pietramala, Giovanna Guida, Malvina Ruggiano, Luca Mascolo, Daniele Biagini, Maria Laura Caselli, Anna Scola, Carlo Sciaccaluga, Alessandro Baldinotti, Massimiliano Aceti, Matteo Ramundo e Alessio Sardelli). Scene di Alessandro Camera, costumi di Andrea Viotti e musiche di Giordano Corapi. Produzione della Fondazione Teatro della Toscana.
Alla prima dello spettacolo alta era la rappresentanza in sala di attori, personalità dello spettacolo e della cultura nazionale che hanno dimostrato unanimemente un altissimo gradimento.
data di pubblicazione 06/06/2016
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Gen 3, 2016
Wendell Armbruster Jr. (Jack Lemmon), figlio di un ricco industriale di Baltimora, arriva ad Ischia per recuperare il corpo del padre morto in un incidente d’auto.
Ben presto viene a sapere che il padre, che ogni anno passava ad Ischia un intero mese per le cure termali, per molti anni ha mantenuto nell’isola una relazione con una donna inglese, di modeste condizioni sociali, anch’essa morta nello stesso incidente. A questo punto Wendell fa conoscenza con la romantica Pamela Piggott (Juliet Mills), figlia dell’amante del padre e anche lei ad Ischia per i funerali della madre, e se ne innamora. I due si ripromettono di incontrasi ogni anno ad Ischia, esattamente come avevano fatto i rispettivi genitori.
Il film, sotto la magica ed inconfondibile regia di Billy Wilder, con la sceneggiatura di I.A.L. Diamond, fece vincere un Golden Globe nel 1973 a Jack Lemmon come miglior attore per la sua eccellente interpretazione.
Il sapore ischitano della pellicola ci suggerisce questa ricetta di coniglio all’ischitana.
INGREDIENTI: Un coniglio – 500 grammi di pomodorini – 1 testa d’aglio – 2 bicchieri di vino bianco – prezzemolo, rosmarino, basilico, timo –peperoncino, sale e pepe q.b.- olio d’oliva.
PROCEDIMENTO: tagliare il coniglio a pezzi e lasciarlo marinare per una mezzora nel vino bianco. In una casseruola, preferibilmente di terracotta, mettere l’aglio e lasciarlo imbiondire. Togliere l’aglio e disporre i pezzi del coniglio che dovranno essere fatti ben rosolare. Aggiungere quindi il vino bianco, le erbe, un poco di peperoncino, sale e pepe a scelta, e lasciare cuocere il tutto per circa mezz’ora. A questo punto aggiungere i pomidorini a pezzetti e l’aglio e lasciare cuocere per altri quindici minuti, aggiungendo se si vuole del brodo caldo per mantenere il condimento più fluido. Fare riposare un poco e servire con un contorno di patate o con una insalata mista.
da Antonio Iraci | Gen 3, 2016
Film cult (decisamente mélo) degli anni sessanta, egregiamente interpretato da Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, ottenne importanti riconoscimenti di critica cinematografica e persino l’Oscar come miglior film straniero per il 1966 e, soprattutto, grande successo al botteghino.
Anne Gauthier e Jean-Luc Duroc sono due vedovi che si incontrano per caso nella scuola dove studiano i loro figli. Lui corteggia lei teneramente, ma anche con sincera passione, dimostrando amore e rispetto nei confronti della donna che ancora conserva vivo il ricordo del marito, da poco scomparso.
Merito del regista è quello di aver trattato questo argomento con assoluta freschezza creando, senza volerlo, dei miti e dei simboli che a suo tempo fecero tendenza, come la musica di Francis Lai che divenne presto uno dei dischi più venduti nel mondo, ripresa come sottofondo musicale sino ai giorni nostri.
Anche il film, regolarmente riproposto, continua ad avere successo tra il pubblico anche di ultima generazione, non risultando né datato né superato come stile di ripresa cinematografica, consacrando Claude Lelouch tra i migliori registi del nostro tempo.
Il film, ambientato nel nord della Francia, ci suggerisce questa ricetta dal sapore bretone: filetto di maiale al cartoccio.
INGREDIENTI: 1 filetto di maiale di 1 kg circa – 100 grammi di patè di fegato – 50 grammi di panna liquida – mezzo bicchiere di vino madeira o porto – 3 foglie di alloro – sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: spalmare il filetto con il patè e cospargere con un poco di sale e pepe bianco. Disporre il tutto sopra un foglio di alluminio, aggiungendo il vino, la panna liquida e le tre foglie di alloro. Quindi, chiudere bene il cartoccio e lasciare cuocere al forno per circa 40 minuti ad una temperatura di 200 gradi. Affettare e servire ancora caldo, accompagnando il tutto con un contorno di purè di patate o con una insalata di stagione.
da Antonio Iraci | Gen 1, 2016
Esce nelle sale italiane il nuovo film del giapponese Hirokazu Kore-eda già presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes e che trova ispirazione, con un libero adattamento, dal best seller manga Umimachi’s Diary di Yoshida Akimi.
Il regista risulta già noto al pubblico italiano per Like father, like son del 2013, vincitore a Cannes con il Premio della giuria, e prima ancora per Nobody knows, anch’esso premiato a Cannes nel 2004, film che aveva a suo tempo spiazzato tutti raggiungendo un consenso inaudito da parte della critica cinematografica più accreditata.
Il film presenta una storia semplice: tre sorelle (Sachi, Yoshino e Chika) vivono da sole in una casa alquanto fatiscente nella cittadina balneare di Kamakura, ognuna vive la sua indipendenza economica ed affettiva, non corrisposte però dai rispettivi uomini, incapaci di affrontare un rapporto sentimentale stabile e duraturo e quindi poco attenti alla sensibilità delle ragazze, da anni abituate ad arrangiarsi dopo essere state abbandonate dalla madre e dal padre.
In occasione del funerale di quest’ultimo, vengono a conoscenza della sorellastra di tredici anni che conquista subito, con la sua semplicità e la sua grazia, il cuore delle tre sorelle che non esitano a proporle di trasferirsi e andare a vivere insieme a loro.
Da questo momento inizia una nuova vita per la giovane Suzu che si inserirà in punta di piedi nella nuova casa, andando d’accordo con le sorelle, diverse tra di loro per carattere, ma che comunque la amano e la rispettano, manifestando nei suoi confronti una grande dedizione senza trascurare di seguirla in questa sua fase adolescenziale.
Apparentemente il film si snoda in maniera molto lenta e misurata, senza colpi di scena che possano suscitare nello spettatore una attenzione per tematiche sorprendenti, lasciando tutto esitante come pennellate tenui in un contesto rarefatto tipico del paesaggio giapponese, dove i colori sembrano sfumare e confondersi tra di loro senza una definizione chiara dei contorni.
Ma non si tratta di superficialità, di un minimalismo proprio per non affrontare i problemi o per affrontarli in maniera poco decisa, nel film Little sister i temi importanti ci sono tutti, come quello dell’abbandono o della sopravvivenza affettiva, solo che vengono trattati in maniera delicata, quasi sospesi nel tempo in attesa del momento opportuno per trovare la loro soluzione.
I rapporti interpersonali, non esenti da astio o da abnegazione, rimangono avvolti sempre da una certa compostezza e vengono affrontati nel silenzio, con minor sofferenza possibile e senza urtare la sensibilità degli altri.
Tutto un gioco di riverenza e rispetto reciproco che trova rari casi di abbandono come di fronte a tavole imbandite di pietanze fumanti, dove sembra soffermarsi volutamente il regista, quasi a sottolineare un momento di intimità familiare, un momento di grande coesione tra le sorelle così diverse tra di loro e che davanti al cibo si trovano finalmente insieme e in sintonia.
Anche nel finale il tempo rimane incerto nel vuoto, sulla spiaggia disseminata di conchiglie le quattro sorelle si incontrano e si muovono, saltellando tra le onde che si infrangono sull’arenile, suggellando così la tacita promessa di rimanere per sempre unite e rimuovendo l’amaro che rimane in fondo al cuore, per un affetto perduto o che forse non si è mai posseduto.
data di pubblicazione 01/01/2016
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Dic 21, 2015
Daniel Morales (Samy Naceri) da fattorino in una pizzeria diventa un tassista guidando, in maniera molto spericolata, la sua Peugeot truccata per le strade di Marsiglia.
L’imbranato poliziotto Emilien (Frédéric Diefenthal), perdutamente innamorato della bella collega Petra (Marion Cotillard), un giorno si trova per caso sul taxi di Daniel riscontrando la sua guida a dir poco temeraria che in poco tempo lo fa incorrere a diverse gravi infrazioni stradali.
Il poliziotto a questo punto coinvolge Daniel nell’inseguimento per la cattura di una banda di ladri tedeschi offrendo in cambio il suo aiuto per evitargli la perdita della licenza e quindi del suo lavoro.
Il film, diretto da Pirès, con soggetto e sceneggiatura di Luc Besson, risulta molto gradevole e ha avuto molto successo nelle sale francesi e nel mondo, raggiungendo un inaspettato record di incassi e ottenendo due premi César per il miglio montaggio ed il miglior sonoro.
Marsiglia, con il suo sole ed i suoi sapori decisi, ci suggerisce questa ricetta: zuppa di finocchi e marroni alla provenzale.
INGREDIENTI: 500 grammi di castagne – 1 kg di finocchi – 100 grammi di fichi secchi- 250 grammi di panna da cucina – peperoncino – preparato per brodo – sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: pulire e tagliare i finocchi in fettine sottili e farli cuocere in un brodo ristretto. Bollire a parte le castagne, pelarle e passarle a setaccio in modo tale da ottenere una purea omogenea. Aggiungere quindi le castagne e i fichi secchi a pezzetti ai finocchi insieme alla panna in modo da ottenere una zuppa densa e vellutata, aggiungere un poco di peperoncino, sale e pepe q.b.
Servire la zuppa calda accompagnata, se si preferisce, da crostini di pane.
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