da Antonio Iraci | Ott 23, 2015
Full contact è l’ultimo film del giovane regista olandese David Verbeek che, dopo gli studi in cinematografia nel suo paese d’origine, si è successivamente trasferito New York per dedicarsi alla filosofia e fotografia.
Il film parla di Ivan, militare in servizio presso una base americana nel deserto del Nevada, impiegato per colpire a distanza le basi terroristiche situate nello Yemen utilizzando, con una precisione infallibile, i famosi drone, aerei telecomandati a distanza.
L’aver eseguito l’ordine di colpire, pur avendo fatto giustamente notare le sue perplessità in merito all’obiettivo da bombardare, lo porterà a sbagliare il bersaglio prefissato per cui, invece di attaccare una base terroristica, annienterà una scuola uccidendo delle vittime innocenti.
Tutto ciò metterà in crisi la sua vita, già solitaria: l’uomo a questo punto abbandonerà la propria missione militare per avventurarsi in percorsi alternativi, dove tuttavia l’idea fissa di annientare il nemico non lo abbandonerà mai, finendo con il vivere, tra realtà e finzione, una vita violenta come punizione per aver commesso un così imperdonabile errore.
Il film non risulta tecnicamente ben costruito, non è rilevante l’interpretazione degli attori protagonisti Grégoire Colin e Lizzie Brocheré ed inoltre l’impianto della sceneggiatura ci presenta una narrazione carente, con un piano d’azione frammentario e poco conseguente.
data di pubblicazione 23/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 23, 2015
Il film di Sergio Rubini si presenta come una pièce teatrale e di fatto lo è visto che nasce proprio in teatro, ed è interpretato dagli stessi attori che poi vedremo sul grande schermo: Fabrizio Bentivoglio, Maria Pia Calzone, Isabella Ragonese e Sergio Rubini stesso.
Ma Dobbiamo parlare ci pone davanti al quesito: ma è sempre proprio necessario parlare? Non sarebbe talvolta meglio lasciare le cose come stanno e continuare la propria vita di coppia senza scendere in profondità o addentrarsi in confidenze scomode?
E’ un film pieno di parole che si incrociano, in un salotto bene al centro di Roma dove le due coppie di amici sembrano sfidarsi in un duello senza esclusione di colpi e dove la verità che emerge farà saltare quel sano equilibrio che fino a quel momento aveva regolato i loro rapporti interpersonali.
Una commedia divertente, senza pretese, che ci fa sorridere e nello stesso tempo riflettere sulle dinamiche di coppia, non sempre improntate da un corretto comportamento e forse spesso troppo intaccato da interessi materiali o opportunistici.
Ci si chiede se la parola in questo caso sia opportuna, visto che anche il pesce nell’acquario avrebbe anche lui qualcosa da ridire.
Tra i temi toccati dal film c’è la fragilità della donna contrapposta a quella, non meno tangibile, degli uomini, dove gli obiettivi sembrano spesso raggiunti ma mai centrati, in uno sforzo di apparire quello che non si è.
Buona la recitazione (teatrale) dei protagonisti che ci hanno regalato una piacevole parentesi in una rassegna che ci ha coinvolti in tematiche spesso dure ed impegnate, e che in alcun modo vuole emulare l’atmosfera claustrofobica del film Carnage di Polansky, al quale sembra veramente inopportuno fare qualsiasi riferimento.
data di pubblicazione 23/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 21, 2015
Maggio 1945: la Germania dichiara la sua resa incondizionata e si pone fine al secondo conflitto mondiale.
Le truppe alleate consegnano alla Danimarca migliaia di prigionieri di guerra tedeschi, la maggior parte giovani tra i 15 e i 18 anni, per essere utilizzati a disinnescare, senza alcuna esperienza al riguardo, più di due milioni di mine collocate dalle truppe naziste sulle spiagge nord occidentali del paese.
Lo spietato sergente danese Rasmussen si trova a coordinare l’operazione ed in particolare, con un gruppo di dodici prigionieri, deve ripulire in breve tempo un pezzo di quella costa, adottando sui giovani una spietata disciplina militare, tenendo ben presente ciò che i nazisti avevano perpetuato durante l’occupazione.
Il regista danese Martin Zandvliet porta sul grande schermo un pezzo di storia che la stessa Danimarca non vuole ricordare, né tantomeno raccontare, dal momento che in questa maniera morirono migliaia di prigionieri tedeschi per delle colpe che erano più grandi di loro stessi.
Lo spettatore, nel seguire l’azione scenica in ogni suo istante, non può che rimanere affascinato dallo sguardo sperduto di quei ragazzi chiamati anzitempo a svolgere il ruolo di uomini, in un conflitto che li trovò coinvolti impreparati e senza un perché, lontano dalle loro famiglie e dai loro affetti più cari, in una logica a loro totalmente sconosciuta.
Un film quindi sulle atrocità della guerra e, quel che è peggio, sugli orrori del dopo guerra che ci porta solo per poco ad indugiare sul sentimento di perdono per guardare invece oltre.
Ottima l’interpretazione di Roland Møller, nuovo talento del cinema danese, che interpreta la parte del sergente Rasmussen e soprattutto quella dei giovani soldati, tutti ragazzi alle prime esperienze cinematografiche ma che si muovono sulla scena già con la bravura interpretativa e con il talento dei grandi attori.
data di pubblicazione 21/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 21, 2015
Frieda riunisce le sue amiche più care nella sua bellissima casa di Goa per annunciare loro che sta per sposarsi. Da qui inizia una settimana di sfrenata convivenza tra donne: tutte bellissime, vestite alla moda, realizzate ed indipendenti perché impegnate in lavori più o meno manageriali, che seguono una vita libera e spregiudicata dove l’uomo rappresenta un vago contorno, un semplice oggetto di passeggero desiderio.
In realtà il regista indiano Pan Nalin in questo “minestrone patinato”, dove risulta perfetta anche la vacca sacra che irrompe in casa (ma forse in effetti è un toro), è come se volesse presentarci un’immagine dell’India di oggi che rinnega il suo millenario passato allo scopo di apparire come un paese super moderno dove è ammesso il matrimonio gay, dove la donna con il marito omosessuale ha il coraggio di chiedere il divorzio e dove di fronte ad un atto di violenza le donne assumono il diritto di farsi giustizia da sé.
Ci auguriamo che tutto questo sia possibile, ma nel complesso suona un poco falso; anche la scelta degli attori, tutti eccessivamente belli ed eleganti, oltre che la narrazione della storia, sembrano voler forzatamente trattare e risolvere tutti i possibili temi sociali di oggi, dando luogo ad un potpourri inconcludente e poco credibile.
data di pubblicazione 21/10/2015

da Antonio Iraci | Ott 21, 2015
Finalmente in distribuzione nelle sale cinematografiche italiane l’ultimo film di Jacques Audiard, uno tra i migliori sceneggiatori e registi francesi contemporanei, vincitore, con l’attesissimo Dheepan, della Palma d’oro all’ultima edizione del Festival di Cannes.
Audiard non ha bisogno di grandi presentazioni essendo già ben conosciuto al pubblico internazionale per i suoi film, a partire da quello di esordio Regarde les hommes tomber con Mathieu Kassovits e Jean-Louis Trintignant, vincitore di un César come miglior film nel 1994, sino agli ultimi due quali Il profeta, che ha ottenuto nel 2009 il Gran Premio della Giuria a Cannes nonché candidato all’Oscar come miglior film straniero, e Un sapore di ruggine e ossa del 2012, con diverse nomination tra cui una come miglior film straniero e una per l’ottima interpretazione della protagonista Marion Cotillard.
Dheepan è un guerrigliero delle tigri Tamil che ha perso tutto, ideali e famiglia, nella guerra civile del suo paese, lo Sri Lanka, e che decide di fuggire con una moglie, che moglie non è, e con una figlia, che figlia non è, per crearsi una nuova vita in Francia, paese che li accoglie come rifugiati e offre loro assistenza, istruzione ed un lavoro.
Pur cercando con ogni possibile sforzo di integrarsi nella nuova realtà, i protagonisti si trovano, loro malgrado, a dover fronteggiare una nuova guerra, questa volta combattuta da bande di criminali rivali in una anonima periferia francese, ma non per questo meno violenta e meno spietata rispetto a quella dalla quale erano fuggiti.
Il film si base su una ottima sceneggiatura di Noé Debré e Thomas Bidegain, oltre che dello stesso regista, la quale sembra appositamente scritta e calibrata per presentarci non solo la realtà della guerra, comunque la si concepisca, ma per sottolineare le difficoltà proprie di quei rifugiati che oltre al problema della comunicazione verbale, si trovano a fronteggiare le incognite proprie di riadattamento delle loro originarie abitudini di vita a quelle sconosciute della nuova realtà che li accoglie.
Sapiente la fotografia di Audiard che riesce a cogliere lo sguardo intenso del protagonista Jesuthasan Antonythasan, attore e scrittore naturalizzato francese ma che da giovane faceva anche lui il combattente per le tigri Tamil nel suo paese, sguardo che riesce ad andare oltre lo schermo per osservarci, noi spettatori, con un atteggiamento carico di sfida, ma anche di accettazione, senza mai sfiorare l’abnegazione, nel rispetto della propria dignità di uomo.
Il film non pretende di proporci una morale, ma ci fa comprendere come, al di là delle apparenze, dietro lo sguardo di ognuno di noi c’è dentro spesso una sofferenza ed una storia non sempre facile da condividere, ma è proprio questo che il cinema sembra talvolta aver la pretesa di raccontare, non fosse altro che per suscitare una emozione, un sogno.
data di pubblicazione 21/10/2015
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