da Daniele Poto | Ott 11, 2024
tratto dal romanzo Immer Noch Sturm di Peter Handke, regia di Claudio Puglisi
(Teatro Ateneo presso Università di Roma, 10/11 ottobre 2024)
Echi di seconda guerra mondiale in quella che fu la Jugoslavia. Rimbalzando tra Germania, Austria e Slovenia, riti pastorali, partigiani, lutti, conflitti di famiglia, i rifugi e menù balcanici. Un ensemble navigato e gioioso per tradurre un testo non facile, ricco di asperità, di accelerazioni e improvvisi compiacimenti. Nel segno della rinnovata stagione del Teatro Ateneo, colmo fino all’inverosimile.
Nel luogo caro a Ferruccio Marotti, dove Eduardo De Filippo mise disposizione la sua pazienza per i seminari con gli studenti, dove Carmelo Bene e Vittorio Gassman battibeccarono sulla mission del teatro (e il secondo, piccato, abbandonò proditoriamente il tavolo degli oratori), dove vivemmo un seminario brechtiano diretto da Benno Besson e gestito molti esami, un avvio di stagione promettente. Scelta non facile pescando un testo di Handke supportato con perizia da un eccellente sinergia di compagnia. Prima parte andante mossa, seconda più meditativa Questo teatro è stato definito dall’autore onirodramma ovvero “scrittura drammatica fondata sulla condizione dell’anima”. Sperimentazione nel sogno con frequenti sbalzi emotivi: grida, risa e pianto. Al centro un’identità che si va perdendo nei marosi della guerra, Il sottofondo della necessaria pace è alla base dell’attualità della proposta. Il titolo originale è “Ancora tempesta” ma si tratta di un libro mai tradotto in italiano. Assortiti sottofondi musicali dal vivo accompagnano la narrazione. Un legame dello spettacolo con le teoria di Steiner. Infatti poco ore dopo un intenso seminario steineriano ha animato lo stesso luogo per la cura di Elena Bellavia, Marina Censori e Marialucia Carones Nella promettente stagione sperimentale, un assoluto titolo gratuito (novità per Roma) seguiranno le proposte di Gabriele Vacis, Emio Greco, Pieter Scholten, Andrea Cosentino e Claudia Castellucci.
data di pubblicazione:11/10/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Ott 9, 2024
Dopo alcuni anni di carcere, per connivenza con la mafia siciliana, Catello Palumbo ritorna a casa accolto da una moglie ostile e da una figlia anaffettiva. Lui misero politico locale, con velleità imprenditoriali, ha perso tutto e non gli rimane altro che collaborare con la giustizia per stanare Matteo, boss dei boss e da anni latitante. In qualità di padrino di un ricercato, famoso in tutto il mondo, inizia a riconquistarsi la sua amicizia tramite una fitta corrispondenza epistolare…
Nel dialetto siciliano “Iddu”è un pronome personale riferito alla terza persona singolare maschile e, in quanto pronome, evita di identificare qualcuno con il suo vero nome. I due registi Fabio Grassadonia, palermitano doc, e Antonio Piazza, milanese doc, usano l’epiteto Matteo per riferirsi diligentemente a un enigmatico personaggio da anni latitante e introvabile. Ricercato in tutto il mondo tranne nel luogo dove viveva e da dove continuava indisturbato a esercitare il proprio potere. Liberamente tratto dal libro Lettere a Svetonio, raccolta di scambi epistolari tra il capomafia Matteo Messina Denaro e il Sindaco di un paese siciliano. Il film narra la storia di due personaggi legati da un legame indissolubile, ma di statura decisamente diversa per onore e rispettabilità. Catello Palumbo (Toni Servillo), ex sindaco, ex preside, ex imprenditore edile, praticamente ex di tutto si ritrova a casa con un pugno di mosche non sapendo che fare della propria vita. Accetta malvolentieri di collaborare con la giustizia che, almeno nella forma, è da anni alla ricerca del mafioso Matteo (Elio Germano). Ecco che entrano in gioco i famosi pizzini, vere e proprie lettere, che i due si scambiano e che vengono recapitati nelle forme più disparate e meno ipotizzabili. Una storia che gli stessi registi amano definire come: “ Liberamente ispirata a fatti accaduti. I personaggi che vi compaiono sono frutto però della fantasia degli autori. La realtà è un punto di partenza, non una destinazione”. Il cast scelto è sicuramente di prim’ordine dove accanto ai due attori già citati troviamo Rita Mancuso, Barbora Bobulova, Giuseppe Tantillo, Antonia Truppo e tanti altri ancora. Il film è girato bene anche se a volte alcuni personaggi, incluso quello raffigurato da Toni Servillo, assumono un ruolo quasi caricaturale. Questo va sicuramente a danneggiare la buona riuscita di un plot tutto sommato credibile. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di quest’anno dove ha ottenuto una buona accoglienza da parte della critica.
data di pubblicazione:09/10/2024
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da Daniele Poto | Ott 9, 2024
Federico Vitella ha scritto un libro che approfondisce un aspetto del divismo italiano a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Quando la presunta rivalità tra Sofia Loren e Gina Lollobrigida stuzzicò la fantasia dei produttori creando delle star sul modello americano ma con una specificità tutta nostrana. Si scopre che la parola “maggiorate” nasce da un equivoco perché le primattrici non erano tutte signorine grandi forme. A esempio Gina Lollobrigida era piuttosto minuta e valorizzata semmai da reggiseni imponenti. Sulla scia di questo binomio anche Silvana Pampanini, Silvana Mangano e Marisa Allasio, coltivarono una propria robusta popolarità lasciandosi dietro incompiute come Cosetta Greco e Gianna Maria Canale. Era un’epopea di un cinema fiorente e tutt’altro che in stato di crisi. Basti pensare che nel 1955 vennero staccati più di ottocento milioni di biglietti nelle sale mentre il rendiconto del’attualissimo 2023 si ferma ad appena 50. Era un’Italia del dopoguerra che andava spesso e volentieri al cinema quando la televisione (prime immagini nel 1954) non si era ancora compiutamente affermata con un’ampia diffusione nelle case degli italiani. E le maggiorate coltivavano una fama che superava anche i confini di Chiasso, complici gli Oscar e film non disprezzabili girati all’estero. Poi negli anni ’70 gli uomini si sarebbero presi la rivincita. Perché dopo le ultime fiammate del neorealismo irrompono gli assi della commedia all’italiana: Gassmann, Manfredi, Tognazzi, Sordi e, sul versante drammatico, Mastroianni. Ma alcuni di loro sposano artisticamente le maggiorate. È il caso di Mastroianni che in un certo modo, generazionalmente, succede a Vittorio De Sica, girando ben 13 film accanto a Sofia Loren. Vitella meritoriamente ci restituisce un trend con una pubblicazione che è insieme un saggio accademico ma anche una facile lettura per appassionati del genere. Una bella silloge di illustrazioni completa l’opera.
data di pubblicazione:09/10/2024
da Daniele Poto | Ott 9, 2024
con Simone Colombari, Sergio Basile, Rosario Coppolino, Viviana Altieri, Cristiano Dessì, Beatrice Coppolino, interpretazione e regia di Emilio Solfrizzi, scene di Fabiana Di Marco, luci di Massimiliano Gresia, costumi di Alessandra Beneduce.
(Teatro Quirino – Roma, 8/20 ottobre 2024)
Plauto non è solo l’ingrediente di repertorio del teatro estivo se viene chiamato, riveduto e corretto, a aprire la stagione del Quirino che ancora pochi abbinano al nome di Vittorio Gassmann. Due tempi spigliati ed irriverenti in cui Solfrizzi conferma le doti di mattatore comico trascinando la compagnia a un franco successo corale. Spettacolo che viene fuori come un diesel con tomi maggiori nella ripresa.
Due Anfitrione e due Sosia nella commedia degli equivoci. Senonché uno è Giove e tutto può, scatenamento dei temporali compresi. Così da Alcmena, sposa tra i due, viene fuori un parto gemellare: un figlio a uno, un figlio all’altro. E alla fine lo chiameremo Sosia nel segno del riscatto della schiavitù, furba e decisiva. Solfrizzi uno dei Sosia, meritoriamente lascia il giusto spazio agli altri interpreti ritagliandosi una regia illuminata in cui c’è posto anche per i singoli assolo, con un solo attore in scena. Frizzi e lazzi con condimenti assortiti. Citazioni da Celentano, Petrolini, riferimenti all’attualità e alla politica attuale, senza troppo calcare la mano. Tutto il mestiere appreso nella gavetta con Stornaiolo viene fuori con perizia con l’assemblaggio della Compagnia Molière che a questo repertorio precipuamente si dedica. Il momento più spassoso è però para-televisivo. Quando si allude ad Amadeus e ai suoi quiz. Qui il deterrente della pausa trattenuta viene sfruttato con perfetti tempo comici ed è la l’esauriente epitome della bravura del maggiore interprete. Teatro pieno, come da copione della prima con folte comitive di studenti ad abbassare l’età media, come al solito piuttosto alta.
data di pubblicazione:09/10/2024
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Ott 9, 2024
ideazione e regia di Rossano Giuppa
(Madlenianum Theatre – Belgrado, 30 settembre 2024)
Il Madlenianum Opera & Theatre di Belgrado ha ospitato lo scorso 30 settembre la premiere dello spettacolo in lingua serba Moc Umenosti 6 Heroina (The Power of Art of the Six Heroinas) scritto e diretto da Rossano Giuppa. Conosciuto come regista che coniuga differenti forme di arte, quali la musica, la danza, la recitazione, il movimento corporeo, il fashion, Rossano Giuppa ha dato vita ad una performance che celebra la bellezza e l’originalità (foto Mitar).
The Power of Art of the six Heroinas è uno spettacolo che mette insieme la danza, la musica, il teatro, la body art, la pittura ed il fashion, rendendo omaggio a sei grandi artiste che hanno raggiunto fama e successo in differenti ambiti artistici grazie ad una straordinaria capacità innovativa e visione strategica che hanno lasciato il segno e condizionato positivamente le successive modalità espressive.
La performer Marina Abramovic, la pittrice Georgia O’Keeffe, la designer Vivienne Westwood, la coreografa Pina Bausch, la scrittrice Simone de Beauvoir, la cantante Mina rappresentano un gruppo di donne forti e visionarie. Presentato in anteprima lo scorso 30 settembre al Madlenianum Theatre di Belgrado e prodotto dallo stesso e dall’agenzia di eventi Fabrika, lo show è stato rappresentato in lingua serba e partirà a breve per un tour nella penisola balcanica.
La scelta delle sei artiste segue un filo emotivo.
Si inizia con l’Italia e la musica e Mina è la cantante per eccellenza, grazie alla sua straordinaria estensione vocale, versatile, istintiva. Pina Bausch è la danza e la vita, l’espressione dell’esperienza, della memoria e del sogno, “Danzate, danzate, altrimenti siamo perduti” è il suo credo. Marina Abramovic è l’artista concettuale e performativa. I suoi lavori esplorano la body art, la resistenza al dolore, la relazione tra performer e pubblico, i limiti del corpo e le possibilità della mente. Simone de Beauvoir fu un’intellettuale esistenzialista, una scrittrice, una saggista e filosofa, un’attiva femminista. Vivienne Westwood è stata un’icona fashion che ha portato il punk e la new wave nella moda. È stata un’attivista per i diritti civili, il disarmo nucleare ed il riscaldamento globale, la prima a parlare di moda etica. La pittrice americana Georgia O’Keeffe fu la pioniera delle correnti del modernismo e precisionismo, ricevendo numerosi riconoscimenti internazionali per la sua meticolosa capacità di dipingere forme naturali, fiori, deserti. Essere donna nella pittura è ancora oggi un limite.
Lo spettacolo punta a raccontare le sei donne attraverso diverse sfumature ed angolature. Un omaggio a più voci realizzato grazie a grandi professionisti quali come le attrici Tamara Aleksic, Tamara Sustic, Natasa Miovcic e Ljiljana Eric, gli attori Andrej Jemcov e Jovan Petrovic, la compositrice e cantante Iva Ikon, il coreografo Matthew Solovieff, i designers Igor Todorovic, Verica Rakocevic, Zdravka Kulier, Emilija Stojakovic e Dragana Ognjenovic, le ballerine del National Foundation for Dance.
È una carrellata di immagini suggestive, parole evocative per avvicinare il pubblico al loro mondo; ogni immagine in scena, la musica, i movimenti, le parole, gli oggetti, gli abiti sono ispirati e dedicati a loro, su un piano puramente emozionale.
data di pubblicazione:09/10/2024
da Daniele Poto | Ott 6, 2024
di Liberato Santarpino, regia di Sebastiano Somma, con Sebastiano Somma e Morgana Forcella, in scena i musicisti Emilia Zamuner, Giuseppe Scigliano, Marco De Gennaro, Gianmarco Santarpino, Liberato Santarpino, ballerini Enzo Padulano e Francesca Accietto, scenografia Lumetrie.
(Teatro Vittoria – Roma, 3/6 ottobre 2024)
Una storia d’amore che diventa anche partecipazione alla vita sociale del Cile nello sviluppo drammatico della dittatura. Neruda appare come folgorato da una passione che non ottunde il suo desiderio di pace e fratellanza universale. Commoventi immagine d’epoca e tra le foto, una graffiante: Pinochet affacciato dal balcone Vaticano in compagnia del Papa d’epoca.
Tensione sentimentale e temperie politica cilena. Su questo arco emotivo si snoda uno spettacolo didattico e/o musicale che racconta un pezzo della grande storia d’amore che legò uno dei più universali poeti del novecento con la messicana Matilde. Ancorati al leggio i due personaggi si parlano in un ragionevole lasso temporale mentre i due omologhi ballerini danzano balli di passione. Tappe immaginate ma non immaginarie a Berlino, Nyon, Capri, Roma, rifugi segreti, prima clandestini poi pubblici. Si esce dallo schema del reading con pregevole musica del vivo che si lega alla tradizione sudamericana del tango. La voce di Somma prima è sommessa e delicata, alla fine irrompe su toni alti, quasi un grido di dolore quando la sua speranza di redenzione dell’umanità si infrange sulla dittatura di Pinochet e la dura realtà conosciuta dal Cile in cui inevitabilmente fa approdo, dopo lungo girovagare, nonostante il dissenso di Matilde. Nello spettacolo si riflettono i tormenti di un‘epoca e, in reazione, si alza la voce forte di una poesia che confessa di aver vissuto di luce e vita propria, nonostante tutto. Gli affanni sentimentali di Neruda si sposano con la delicata emotività della dolce Matilde. Un amore forte che è soprattutto indomita passione.
data di pubblicazione:06/10/2024
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Ott 5, 2024
Presentato all’ultimo Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti Extra, Vittoria racconta la vera storia di Marilena Amato e Gennaro Scarica che sul grande schermo interpretano se stessi. Una storia semplice la loro, ma talmente carica di umanità, da emozionare profondamente.
Jasmine e Rino sono una coppia sposata da tanti anni, molto affiatata. Vivono a Torre Annunziata, dove lei gestisce con la sorella un salone di bellezza mentre lui ha un laboratorio di falegnameria. Hanno un mutuo da pagare, un finanziamento per l’avvio dell’attività di Rino e tre figli maschi da crescere. Il più grande ha iniziato da poco l’apprendistato come parrucchiere da uomo ma non è molto convinto che quella sia la sua strada. Gli altri sono ancora in età scolare. Jasmine è una madre semplice ma sa osservare i suoi figli, sino a comprenderne le difficoltà e le aspirazioni. È una donna libera ma che conosce bene il suo ruolo all’interno della famiglia. Con Rino hanno spesso discussioni ma sempre costruttive, di confronto, su tutto. Da qualche tempo però è turbata da un sogno ricorrente in cui una bambina bionda le va incontro. La bambina non è sola: con lei c’è il padre di Jasmine, operaio dell’Ilva morto prematuramente di cancro per contaminazione da amianto. Quel sogno, all’apparenza angosciante, tramuta un dolore ancora vivo nella gioia per l’arrivo di una nuova vita: Jasmine capisce che vuole quella bambina. Ne parla al marito che non vuole saperne soprattutto quando scopre che l’intenzione di Jasmine è l’adozione ”i figli sono di chi li cresce non di chi li fa”. Nel bel mezzo di un pranzo di famiglia, mentre si parla tra il serio e il faceto dei piani di evacuazione qualora il Vesuvio dovesse eruttare, Jasmine rende pubblica la sua idea di adottare un figlio.
Marilena “Jasmine” Amato sembra uscita dalla penna drammaturgica di Eduardo De Filippo. In lei convivono credo religioso, superstizione e saggezza popolare in un unicum che trasuda una tale rara umanità, che non può che con forza entrarti nel cuore. Così come è forte la sua spinta irrazionale nel desiderare il frutto di un sogno. Jasmine è una sorta di eroina moderna intrisa di tradizione popolare e Vittoria rappresenta il suo percorso interiore, fatto di coraggio e ostinazione, che stupisce perché non supportato da un livello culturale che possa in qualche modo giustificarlo. Il suo sguardo segnato da un quotidiano fatto di lavoro domestico e non, guarda sempre oltre, proiettato verso il futuro. Tuttavia il film ha il dono di non perdere mai di vista la vita di tutti i giorni, senza scivolare nel becero romanticismo ma proiettandoci sempre nel mondo reale.
Gli attori, tutti non professionisti, portano sul grande schermo una porzione della loro vita di cui Marilena Amato (Jasmine) ne è l’indiscussa protagonista. E la sua ostinazione, che nasce dal suo innato bisogno di offrire amore, ci emoziona profondamente.
data di pubblicazione:05/10/2024
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da Daniele Poto | Ott 5, 2024
Intimistico ritratto a due: padre/figlia. Con la specifica della fama del regista Comencini, uno dei maestri della commedia all’italiana. Scelta deliberata quella di escludere il resto della famiglia per un focus su un rapporto speciale. Tranciando le altre storie di famiglia e persino Calenda, mostrato per qualche secondo in fasce.
Il tempo che ci vuole, oltre alla citazione interna nel film, è quello necessario per metabolizzare un rapporto intenso e portarlo sullo schermo, analizzando un rapporto contraddittorio, non sempre dialettico. La bambina dolce e docile dell’inizio, portata costantemente sul set, diventa nella parte centrale un adolescente problematica. Per un film senza effetti speciali e con cadenza teatrale occorreva un attore come Gifuni per sostenere la sceneggiatura e, a parte qualche banalità dialogica, in particolare quando ci si sofferma sulla dipendenza dalla droga, l’operazione riesce e la tensione narrativa viene mantenuta. La Comencini si mette a nudo senza troppi pudori con qualche libertà poetica e qualche digressione rispetto alla realtà storica. Si attraversa il terrorismo con la cronaca televisiva e l’epopea del cinema muto. Perché Comencini salvò un pezzo di storia del cinema d’anteguerra e le immagini del Pinocchio del 1911 (prima del celeberrimo tutto suo) sono chicche d’autore. Sullo schermo Comencini piange quando vede Paisà di Rossellini perché gli ricorda un’Italia (e un cinema) che non c’è più. Quando già la malattia incalza. Musica d’epoca, tra la classica, Nicola Di Bari, Neil Young. Ma del resto anche Sorrentino saccheggia niente meno che Cocciante. Un film la cui distribuzione si fermerà a Chiasso anche se c’è un pezzo di Parigi che fa molto cartolina. La Roma mostrata è quella dei quartieri alti e del centro che fa molto famiglia Comencini.
data di pubblicazione:05/10/2024
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da Rossano Giuppa | Ott 4, 2024
ideazione VicoQuartoMazzini
(Roma Europa Festival 2024)
Dall’1 al 4 ottobre il Roma Europa Festival ha ospitato al Teatro Argentina La Ferocia, trasposizione teatrale dell’omonimo romanzo di Nicola Lagioia a cura della compagnia VicoQuartoMazzini. Vittorio Salvemini è un uomo che si è fatto da solo costruendo un impero. Dietro il successo ci sono però ricatti, estorsioni, soprusi, cocaina, rifiuti tossici. La morte della figlia Clara, trovata nuda e ricoperta di sangue sulla provinciale che collega Bari a Taranto e tutte (foto Valerio Polici).
La Ferocia, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, vincitore nel 2015 del Premio Strega e del Premio Mondello, con la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà, mette in scena il desiderio del potere a tutti i costi, attraverso l’ascesa e la caduta della famiglia Salvemini, una saga familiare in cui le prevaricazioni dei padri rendono infelici e deboli i figli.
È intorno al cadavere di una giovane donna, Clara Salvemini ritenuta suicida, che si consuma lo sgretolamento dei valori e la tragedia familiare: è la figlia del palazzinaro Vittorio, che senza scrupolo alcuno è riuscito a costruire un vasto impero economico (l’attore Leonardo Capuano, perfetto nel suo ruolo), aiutato nell’impresa dal figlio ingegnere Ruggero (lo stesso Michele Altamura), che si presta volentieri ai suoi dictat spregiudicati.
C’è una sola attrice in scena, Francesca Mazza, nei panni di una madre tradita e piena di dubbi ma incapace di opporsi all’orrore che le ruota intorno e la sommerge. Nella vicenda presente anche il marito della vittima, Alberto (Andrea Volpetti) incapace di amare e colpevole di non averla protetta ed una galleria di personaggi deleteri e remissivi al tempo stesso: il medico legale cocainomane, un ex sottosegretario alla Giustizia e l’amico dell’università, studente modello, finito per campare a fare l’uomo rana in un centro commerciale. C’è poi uno speaker/giornalista, interpretato da Gaetano Colella, intento a registrare un podcast sulla vicenda, che fa da filo conduttore, ma anche da contraltare rispetto a quanto affermato e posto in essere dai protagonisti.
I personaggi prendono vita nelle loro sfumature grazie ad un efficace allestimento a cura di Daniele Spanò con le luci di Giulia Pastore, che da luogo realistico (l’interno della villa dei Salvemini) si trasforma in spazio metafisico del racconto, tra terreni edificati su rifiuti avvelenati, luoghi segreti di abboccamenti e riunioni, violenze e camere mortuarie.
Piano piano intorno al corpo di Clara, vittima sacrificale del gioco al massacro a cui lei stessa si era prestata, si ricompone il mosaico che porta all’amara verità. E sarà proprio il personaggio meno incisivo e più defilato, ovvero l’altro fratello di Clara, Michele (Gabriele Paolocà), fuggito a Roma per ricercarsi una nuova identità personale e lavorativa, a frantumare il castello di menzogne ed il gioco sporco della famiglia.
Una tragedia contemporanea con i canoni della tradizione greca, che scuote le coscienze, grazie alla stesura di un grande romanziere ed a una potente messa in scena, essenziale e moderna, resa ancora più incisiva dal gruppo di bravissimi attori.
data di pubblicazione:04/10/2024
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Ott 4, 2024
Traduzione per il grande pubblico dei ben più complessi gialli dello scrittore greco-turco Petros Markaris. Regia non particolarmente creativa anche se si apprezza lo sforzo di ricreare una location evidentemente Ateniese (Partenope, Acropoli, souvlaki, Piazza Omonia). Persino in greco gli striscioni di una manifestazione sindacale.
C’è stata una stagione cinematografica in cui non si poteva girare un film se non c’era Stefano Fresi. Il corpulento polivalente attore in virtù della propria popolarità assume un personaggio che dovrebbe avere più sfrangiature e sottigliezze per ricalcare il prototipo narrativo. Fresi si sforza per approssimazione ma più dentro la parte sembra la sua moglie e partner Francesca Inaudi. Il legame matrimoniale è il collante ma anche l’altra faccia dell’attitudine investigativa. Per tenere vivi gli episodi (e le quattro puntate) si raccontano omicidi che poi si saldano con il delitto precedente, ingenerando un minimo di sovrabbondanza. Il ritmo è variabile, a tratti calante. Compare ironicamente anche Markaris, l’autore in una sorte di auto-citazione. Si leggono i crismi del film tivù più che di un’opera capace di svincolarsi dal genere e assurgere al rango di cinema. L’inscatolamento in interni nuoce alla varietà della volenterosa narrazione. Il gemello greco di Camilleri produce un Montalbano minore, meno tipizzato e brillante. Ma nel mare magnum dell’attuale produzione dell’ente pubblico la sufficienza non è stiracchiata e in fondo merita il primato di ascolti. Apprezzando il tentativo di sprovincializzare il mainstream degli investigatori all’amatriciana. Retrodatando le vicende si respira anche un po’ di politica, con l’aura in declino del regime dei colonnelli in una società che, a tratti, appare persino più asfittica e corrotta di quella italiana.
data di pubblicazione:04/10/2024
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