DOVE OSANO LE CICOGNE di Fausto Brizzi, 2025

DOVE OSANO LE CICOGNE di Fausto Brizzi, 2025

Angelo e Marta sono una coppia molto affiatata. Lui è un insegnante elementare, lei una psicoanalista. La loro vita coniugale potrebbe essere perfetta solo se la cicogna si degnasse di portar loro un bambino. Su suggerimento di un amico, i due si recano a Barcellona presso una clinica specializzata nella fecondazione assistita. Un rinomato primario troverà la soluzione giusta anche se ciò comporterà non pochi sacrifici. Ma la coppia è disposta a tutto pur di avere un figlio…

Fausto Brizzi porta per la prima volta sul grande schermo come protagonista Angelo Pintus in una commedia super divertente. Al popolare comico triestino viene affidato il compito, certamente gravoso, di affrontare lo spinoso tema della maternità surrogata. Argomento diventato ora tabù di cui non se ne dovrebbe neanche più parlare perché considerato reato universale. Proprio per la delicatezza dell’argomento, il regista sceglie la strada della commedia, più semplice ma di sicuro effetto. Angelo è un maestro elementare sui generis perché tratta i suoi  alunni in maniera poco ortodossa. A lui non piace parlare da insegnante tradizionale, preferisce il contatto diretto, colorito da espressioni poco adatte ai bambini che proprio per questo lo adorano. Insieme alla moglie Marta (Marta Zoboli) e all’amico infermiere Andrea (Andrea Perroni), Angelo troverà la soluzione per convincere la cicogna a consegnargli il desiderato bebè. In effetti l’eccentrico pennuto si materializzerà nelle vesti di Luce (Beatrice Arnera), una ragazza spagnola bella, disponibile ma estremamente capricciosa. Brizzi, veramente campione della commedia all’italiana, insieme allo stesso Pintus, riesce a firmare una sceneggiatura intelligente piena di simpatiche trovate. Ne viene fuori un film divertente che saprà conquistare anche il pubblico più serioso. Un cast ben affiatato dove troviamo anche attori di teatro ben noti come Antonio Catania e Tullio Solenghi. Una trama che trasmette un messaggio sfumato ma coerente, su un problema che molte coppie devono affrontare con le difficoltà che la società pone. Il film scatena una valanga di risate perché come afferma lo stesso Pintus: “solo un comico può raccontare cose serie”. Dove osano le cicogne è l’esempio lampante di come una storia leggera e senza pretese possa far divertire e nello stesso tempo far seriamente riflettere. Il film è prodotto da PiperFilm in collaborazione con Netflix.

data di pubblicazione: 01/01/2025


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BETTER MAN di Michael Gracey, 2025

BETTER MAN di Michael Gracey, 2025

Nelle sale italiane dal primo gennaio 2025, il biopic rivoluzionario ci mostra l’artista dal punto di vista dell’artista stesso, e cioè una scimmia.

Better Man, diretto da Michael Gracey (The Greatest Showman), è una vera e propria rivoluzione nel mondo dei biopic, e in particolare su quelli delle vite delle rockstar: mentre in tutti questi ultimi viene mostrato come vengono visti da tutti e dal loro pubblico, in questo si vede Robbie Williams come si è sempre visto lui. Grazie ad un lavoro impressionante di grafica digitale, a partire dall’infanzia per arrivare ai tempi dei Take That e fin quasi a giorni nostri, questa scimmia diventa padrona di tutte le scene, rivelandosi in tutte le sfaccettature dell’anima dell’artista. Depressione, talento, sfrontatezza, capacità e volontà di uscire dai vari tunnel sono rappresentati in maniera coerente e senza veli, e l’artista si mette innumerevoli volte a nudo, quasi come nel documentario a lui dedicato.

A ciò ovviamente si aggiunge la colonna sonora dei brani più belli di Robbie Williams, che hanno accompagnato intere generazioni, e aggiungiamo anche che ancora una volta questo talento ha superato tutti, nell’originalità e nell’inventiva dell’opera. Già dal primo brano, Feel, si intuisce che RW (acronimo usato dai suoi fans) ha e avrà un posto fisso e duraturo nella cultura pop, con tante grandi canzoni. Certi frangenti di musical, alla West Side Story o anche (per arrivare ai tempi più recenti) alla La La Land, sono davvero un toccasana di divertimento e di scene collettive ben orchestrate.

C’è odore di nomination ai prossimi Oscar, per lo meno per gli effetti digitali che hanno reso quella scimmia (o meglio quelle scimmie) protagoniste indiscutibili di un’opera che avrà sicuramente la sua influenza sui futuri biopic, almeno quelli musicali.

data di pubblicazione:01/01/2025


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NOSFERATU di Robert Eggers, 2025

NOSFERATU di Robert Eggers, 2025

Wisborg, Germania 1838. Thomas Hutter, da poco sposato con Ellen, lavora presso l’agenzia immobiliare di un certo Knock. Un giorno viene mandato in Transilvania per incontrare nel suo sinistro maniero il Conte Orlok, deciso a comprare una proprietà proprio a Wisborg. Il viaggio sarà molto faticoso e in un villaggio verrà messo in guardia da una comunità di zingari che lo esortano insistentemente ad abbandonare l’impresa…

Su questo quarto film di Robert Eggers ci sarebbe tanto da dire anche se molto è già noto al grande pubblico. Il regista, già al suo esordio con The Witch, ha dimostrato di saper trattare argomenti che hanno a che fare con le forze del male. Dopo anni di ritardi e ripensamenti finalmente il film è pronto per affrontare l’accoglienza nelle sale italiane. Il tutto trova fondamento nel romanzo Dracula di Bram Stoker, poi realizzato per il grande schermo nel 1922, come film muto, da Friedrich Murnau. Ancora oggi è considerato come uno dei capolavori assoluti nella storia del cinema. Non di minore importanza il remake diretto nel 1979 da Werner Herzog che trova un’ambientazione diversa e il conte Dracula diventa Nosferatu, il non estinto. Con questa terza edizione, Eggers riesce a dare un’interpretazione tutta propria del personaggio, trasferendo su di lui le proprie più profonde pulsioni. Rispetto ai precedenti, il film, tra scene di puro splatter, trasfonde un elemento nuovo che ha a che fare con il concetto di erotismo. Rimane tuttavia fedele ad alcune inquadrature originali, quali ad esempio quella relativa all’ombra che avanza in maniera inquietante verso la nuova vittima sacrificale. C’è da dire che in questo nuovo Nosferatu (Bill Skarsgård), si percepisce qualcosa di veramente sorprendente. A parte l’aspetto ripugnante con le mani deformate da artigli di una bestia vorace, dalla figura del mostro non traspare solo la sete di sangue. C’è anche l’espressione molto evidente del desiderio di amore verso una donna, un essere che appartiene al genere umano, genere a lui precluso. Il regista lascia allo spettatore il dubbio se sia proprio la donna ad evocare nei suoi incubi la figura orripilante ma seducente del vampiro. Un cast di ottimo livello che include anche Nicholas Hoult, Lily-Rose Depp, Aaron Taylor-Johnson e per finire l’immancabile Willem Dafoe nel ruolo dell’enigmatico Professor Albin. Eggers con il suo inconfondibile utilizzo della camera, accompagnato per la fotografia da Jarin Blaschke, fa di questa storia un vero capolavoro. Se ne  consiglia la visione anche per i non amanti della narrativa gotica.

data di pubblicazione: 01/01/2025


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VOLEVO FARE IL MUSICISTA di e con Riccardo Rossi

VOLEVO FARE IL MUSICISTA di e con Riccardo Rossi

complesso in scena composto da Riccardo Rossi (pianoforte), Stefano Sastro (tastiere e arrangiamenti), Max Bottini (basso), Marco Iacobini (chitarra), Fabrizio Fratepietro (batteria), Claudio Graziano e Gianluca Ciminelli (trombe), Ambrogio Frigerio (trombone), Riccardo Rinaudo (voce)

(Teatro il Parioli – Roma, 26 dicembre 2024/12 gennaio 2025)

Cento minuti di scoppiettante rivisitazione di cinquanta anni di memorie musicali. Senza malinconia. Con la ben nota simpatica stentorea affabulazione, Rossi ripercorre una sinergia irreversibile con le sette note. Partendo dalla classica, poi accantonata, assemblando un complesso evergreen tutti gusti che, come un juke box, può davvero suonare di tutto. Spettacolo ideale per le feste su cui i Gentile hanno investito per più di due settimane di tenuta in scena.

 

Non è un mitomane, non è un esaltato del selfie ma un tenace collezionista di memorabilia Riccardo Rossi che nella sua personalissima galleria di personaggi importanti incontrati nel dominio della musica usa prova testimoniali con le foto. E sfoggia una padronanza al pianoforte capace di svariare in una forbice esecutiva davvero molto vasta che spazia dalla ninna nanna dispensata agli infanti alle hit di Michael Jackson. Con l’esilarante narrazione del famoso presunto plagio ai danni di Al Bano. Anni di studio preparatorio ma anche paziente assemblaggio di una band che ricorda quella che si esibiva al Maurizio Costanzo Show, stessi metri quadrati. Dunque sfilano nelle cover molto personali Quincy Jones, Stevie Wonder, Burt Bacharach, gli Earth Wind and Fire, Michael Bublè e persino Leonard Bernstein. Dietro l’angolo c’è sempre uno scatto con la macchina fotografica originale, una stretta di mano, un divertente aneddoto reso ancora più suggestivo dal passare degli anni. La partecipazione emotiva alle sue imprese di aggancio dei Vip è solidale e alla fine ti accorgi che ti è passata davanti agli occhi e dentro le orecchie mezzo secolo di storia. E non solo musicale.

data di pubblicazione:27/12/2024


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TOFU IN JAPAN – La ricetta segreta del signor Takano di Mitsuhiro Mihara, 2024

TOFU IN JAPAN – La ricetta segreta del signor Takano di Mitsuhiro Mihara, 2024

Tatsuo, insieme alla figlia Haru, gestisce da anni un negozio per la produzione del tofu, seguendo scrupolosamente una ricetta tradizionale. Il suo tofu è molto richiesto da una clientela esigente e Tatsuo è molto orgoglioso di poterla accontentare. Inoltre rifiuta categoricamente che il suo prodotto possa essere venduto nei supermercati delle grandi città. Vedendosi oramai vecchio e malandato in salute si mette alla ricerca di un buon partito per la figlia, rimasta sola dopo il divorzio…

Il regista dirige un film dal sapore antico che ama soffermarsi su tutto ciò che parla del Giappone e delle sue antiche tradizioni. In Tofu in Japan si cerca essenzialmente il pretesto per parlare di un Paese che sta perdendo la sua millenaria cultura, anche in campo culinario. Tatsuo (Tatsuya Fuji) è anziano e non può andarsene senza sistemare la figlia Haru (Kumiko Aso), separata da tempo che rischia così di rimanere sola. Sotto la spinta di vari e stravaganti amici si metterà alla ricerca di un buon partito da farle sposare. I pretendenti non mancherebbero ma il vecchio è molto esigente e trova in ognuno un appiglio per bocciare in partenza ogni candidatura. Ma al di là delle forme in uso e del tradizionale rispetto generazionale vigente, la figlia ha già fatto la sua scelta. Poco importa se il prescelto sia brutto e basso, quel che le basta è che sia onesto, rispettoso e che soprattutto le voglia bene. Il film si concentra su uno scontro generazionale che vede contrapporre i desideri di entrambi che non coincidono, perché ognuno ha dalla vita aspettative diverse. Mitsuhiro Mihara sa confezionare un film garbato e rispettoso della tradizione nipponica dove ogni mossa è studiata anche nel quotidiano. Un velato ricordo anche degli orrori della bomba lanciata su Hiroshima visto che l’azione è ambientata in un piccolo centro di quella prefettura. Tofu in Japan introduce con sensibilità anche il tema dell’amore, un sentimento che non distingue le età e che arriva inaspettato anche per l’anziano Tatsuo. Un elemento che però decisamente stride con la delicatezza della narrazione è l’aver introdotto delle trovate spiritose ma a dir poco puerili. Se è vero che tutto questo rientra nella gestualità esageratamente ossequiosa di quel popolo, tuttavia alcuni espedienti risultano eccessivi e fuorvianti dall’essenza dell’intera storia. Una commedia leggera e senza pretesa che non lascerà parlare troppo di sé.

data di pubblicazione.22/12/2024


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UNA NOTTE A NEW YORK di Christy Hall – 2024

UNA NOTTE A NEW YORK di Christy Hall – 2024

Una giovane donna, di ritorno da un breve viaggio nell’Oklahoma delle proprie origini, sbarca all’aeroporto JFK di New York. Il tragitto in taxi, più lungo del previsto, sarà l’occasione per intraprendere una conversazione illuminante con Clark il tassista. Quasi un gioco della verità, favorito dall’iniziale anonimato e dalle ombre della notte, in quella che è annunciata da lui come la sua “ultima corsa”.

Immaginate, una notte qualunque, di scivolare dentro un taxi, convinti che questo vi riporterà a casa nel breve spazio di qualche chilometro. E di ritrovarvi, invece, a bordo di una sorta di macchina del tempo. Dove l’ora che vedrete scattare sul tassametro, al vostro ingresso, non è altro che l’inizio di un conto alla rovescia, verso un passato che riemerge per lasciarsi vivere ancora. Immaginate, alla guida, uno sconosciuto. Uno “del mestiere”. Di cui dovrete fidarvi, comunque. Al quale consegnerete alcune delle “cifre” della vostra vita, a cominciare dal numero della via dove abitate (tra la quarantaquattresima e la nona – dirà la ragazza; un incrocio che sembra quasi il convergere di due sinfonie). E poi, lungo tutto il percorso, un unico paesaggio: gli occhi, lo sguardo di lui, quasi sempre attraverso lo specchio retrovisore. Beffardo, ironico e provocatorio. Ma anche intenerito, addolorato, commosso.

Primissimi piani dell’uno e dell’altra protagonista – Sean Penn e Dakota Johnson, ispirati nelle loro rispettive parti – con inquadrature spesso al limite dell’invadenza, lasciano trasparire stati d’animo fugaci e svelti come le ruote sull’asfalto. I pensieri fluiscono, lungo tutto il film, inseguiti dalle parole, dalle tante domande. E l’abitacolo dell’auto diventa alcova di paure e desideri.

Quanto è difficile svelarsi ad uno sconosciuto? Quanto sospetto, quanta diffidenza o indifferenza  fanno il paio con quel gesto ormai troppo consueto di pagare con la carta, o digitando codici “senza mai aprire la borsa”?

Eppure è proprio l’incontro fortuito di due solitudini nella notte – uomo e donna, tassista e passeggera – a dare la misura di quella che è la dimensione umana. Guardarsi, chiamarsi per nome, raccontarsi, provare compassione. Senza vergogna né imbarazzo. Come in un gioco, si vince o si perde (da due a zero a due pari e poi oltre…), ma essendo comunque esentati dal giudizio.

E mentre i messaggi dell’anonimo (o innominato) “uomo sposato”, sul telefono di lei, incalzano con la loro ortografia difettosa, rivelatrice di ben più gravi “errori” (Your’re skin * your), le mani del tassista battono il tempo sul volante. Un tam tam quasi tribale, autentico, scandisce un qui ed ora che non ha alcunché di finto, né di virtuale. Sebbene spesso si richiami ad una surrealtà più prossima al sogno, o alla memoria – forse distorta – di quel passato lontano. Hai mai danzato per tuo padre? – chiederà lui, rabdomante metropolitano, quasi evocando quella “danza della pioggia” che ha del primitivo e del prodigioso insieme. Lui, disilluso dalla vita eppure ancora pieno di tenero vigore, verso se stesso e verso ogni sconosciuto compagno di viaggio, con una storia da raccontare.

E così scorre e si snoda  tutto il film, in un percorso che quasi vorremmo non finisse più, che non giungesse mai a destinazione. Per non separarci da loro, il tassista e la ragazza. Che sentiamo vicini, tra di loro e a noi stessi. Per ragioni diverse, simili a noi. Come fratelli che non sapevamo di avere.

data di pubblicazione:22/12/2024


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L’AVARO di Molière, con Ugo Dighero

L’AVARO di Molière, con Ugo Dighero

traduzione e adattamento di Letizia Russo, regia di Luigi Saravo

(Teatro Quirino – Roma, 17/22 dicembre 2024)

Ugo Dighero è in scena al Quirino di Roma nei panni di Arpagone, il vecchio avaro e strozzino ossessionato dal controllo delle sue ricchezze. Luigi Saravo ambienta la commedia di Molière ai nostri giorni, come a dire che il vizio di arraffare denaro non ha tempo e colpisce tutti. (foto di Federico Pitto)

Balli scatenati e sensuali su brani rock, selfie al cellulare e abiti moderni riportano ai nostri giorni il celebre dispositivo scenico dell’Avaro di Molière. E non è la prima volta che se ne fa una trasposizione contemporanea. Dopotutto il vecchio Arpagone, ossessionato dal pericolo che qualcuno gli porti via il suo denaro ben nascosto in giardino, è il perfetto ritratto dell’avarizia, vizio che appartiene agli uomini di ogni tempo e di tutte le epoche. Maniaco del controllo, vuole esercitare la sua volontà anche sui figli, Elisa e Cleante, per cui programma un matrimonio che gli assicuri un tornaconto. Lo scontro generazionale, inevitabile e attuale quanto quello che separa i ricchi dai poveri, porta i giovani a macchinare dietro le spalle del padre. Complice una sensuale quanto divertente Mariangeles Torres – fantastica spalla comica per Dighero protagonista – nei panni di Frosina, la mezzana dal pantalone leopardato un po’ sensale e un po’ wedding planner.

La riscrittura del testo adattato da Letizia Russo è un buon restauro dell’originale molieriano. I pezzi ci sono tutti (personaggi, scene e intreccio) resi più vibranti da una mano di vernice fresca di un linguaggio più moderno che pesca il vocabolario dalla materia finanziaria. Tutt’altro che un pezzo di antiquariato da proteggere in vetrina è l’Avaro di Molière. Spolverato e lustrato a dovere fa ancora la sua bella figura. Semmai chiusi in teche museali ci finiscono i mobili e le suppellettili della casa di Arpagone, perché nessuno li rubi o l’uso li consumi. Così vede la scena il regista Luigi Saravo, che ne cura l’allestimento insieme a Lorenzo Russo Rainaldi.

Ma è Ugo Dighero il vero perno attorno al quale gira tutta la rappresentazione. Nel ruolo di Arpagone – accumulatore, spilorcio, arraffone e strozzino – è protagonista privo di fastidiosi protagonismi. Divertente perfino nel delirio animalesco e bestiale a cui lo conduce la disperazione di aver perso il tesoro sepolto in giardino. Fa venire fuori il risibile del personaggio senza farne una caricatura. Dighero è certamente uno degli attori comici di più spiccato talento del nostro teatro, geniale nel risolvere il meccanismo comico e scenico. Insieme a lui sul palco anche Fabio Barone, Stefano Dilauro, Cristian Giammarini, Paolo Li Volsi, Elisabetta Mazzullo, Rebecca Redaelli e il regista Luigi Saravo.

data di pubblicazione:21/12/2024


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FREUD – L’ULTIMA ANALISI di Matt Brown, 2024

FREUD – L’ULTIMA ANALISI di Matt Brown, 2024

Da un anno Sigmund Freud è in esilio a Londra, da quando l’Austria è stata annessa alla Germania nazista. Giunto all’ultimo stadio di un cancro alla mandibola, viene curato amorevolmente dalla figlia Anna, anche lei destinata a diventare famosa nel campo della psicoanalisi infantile. Sotto morfina, tra atroci sofferenze, accetta di incontrare nella sua casa a Hampstead il prof. C.S.Lewis, noto accademico e teologo anglicano. Un incontro che presto si trasformerà in una vera e propria seduta analitica, forse l’ultima visto che Freud morì dopo appena tre settimane… 

Matt Brown fa un adattamento cinematografico da un dramma di Mark St. Germain in cui si immagina un incontro tra due celebri personaggi. Il primo per essere già considerato il padre della psicoanalisi, l’altro perché illustre scrittore, riconosciuto come precursore della narrativa fantasy. Un colloquio abbastanza turbolento in quanto Freud, oramai in fin di vita, non gradiva molto le asserzioni di Lewis sull’esistenza di Dio. Oramai imbottito di morfina, il grande Sigmund, agnostico per natura, risponde con lucido sarcasmo all’interlocutore che con ostinazione lo affronta su questioni di pura teologia. La discussione è interrotta da un falso attacco della Luftwaffe visto che dopo l’invasione della Polonia dai nazisti, Churchill aveva dichiarato guerra a Hitler. Il ruolo del principale protagonista di questa interessante storia, peraltro lontana dalla realtà dei fatti, è affidato al premio Oscar Anthony Hopkins. Accanto a lui l’attore britannico Matthew Goode, reso famoso da Woody Allen per il film Match Point del 2005. L’interpretazione dell’ultra ottantenne Hopkins è perfetta in ogni scena anche perché la sua fisiognomica lo avvicina in maniera sorprendente a quella di Freud. Nel film, una vera e propria pièce teatrale, non troviamo traccia della famiglia dello psicoanalista ad accezione della figlia Anna (Liv Lisa Fries). In Freud -l’ultima analisi si parla inevitabilmente della sua relazione con l’americana Dorothy Burlingham, relazione al tempo scabrosa che alla fine ottenne l’approvazione del genitore. Un film certo verboso che non troverà facile collocazione tra il pubblico amante degli action movies ai quali siamo sempre più assuefatti. Tranne poche scene, tutto si svolge nello studio dell’analista dove troneggia il famoso divano che aveva assistito, negli anni, agli sfoghi isterici dell’alta borghesia viennese.

data di pubblicazione:21/12/2024


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MISS MARPLE, GIOCHI DI PRESTIGIO, traduzione e adattamento di Edoardo Erba da Agatha Christie

MISS MARPLE, GIOCHI DI PRESTIGIO, traduzione e adattamento di Edoardo Erba da Agatha Christie

con Viviana Toniolo, Francesca Draghetti, Chiara Bonome, Andrea Carpiceci, Chiara David, Stefano Flamia, Mattia Marcucci, Maurizio Greco, regia di Stefano Messina , scene di Alessandro Chiti, costumi di Isabella Rizzi, musica del maestro Pino Cangialosi, disegno e luci di Francesco Barbera.

(Teatro Vittoria – Roma, 19 dicembre 2024/6 gennaio 2025)

Un classico ripresentato un anno dopo sull’abbrivio di innumerevoli versioni cinematografiche e televisive. Ma un unicum nella stagione del Teatro di Testaccio con una compagnia affiata e dai tempi drammatici perfetti. Viviana Toniolo va sulla scia delle più credibili Miss Marple, partendo dalla capostipite Margaret Rutheford.

Di un giallo ovviamente non si può rivelare il finale anche se l’espediente apparentemente magico della donna tagliata per assonanza può far arrivare alla soluzione dell’enigma. Un mistero che potremo definire logistico dato che l’assassino non può avere il dono dell’ubiquità essendo tutti i personaggi dell’intrico facilmente identificabili in un luogo che fornisce loro l’alibi. L’ingegnosità di Agatha Christie è pari solo alla sua macchinosità ma la versione teatrale ottunde la farraginosità e va dritto al sodo nella rievocazione d’ambiente. Qualche battuta funeraria alleggerisce la tensione. Ideale spettacolo di Capodanno, di concentrata evasione ma di assidua partecipazione nell’ovvio desiderio del pubblico di scoprire il colpevole. Appunto seminale è il gioco di prestigio. Non c’è orrore, non c’è sgomento anche se alla fine le vittime sono quattro, compresi gli acclarati colpevoli. Il grande rispetto del testo originale si fonde con una scena accurata, molto british e adeguate caratterizzazioni. Con Miss Marple invariabilmente al centro della scena, signora centrale per il disvelamento finale. Non c’è neanche bisogno che arrivi la polizia tanta è la sua sagacia anche visiva. Rappresentazione evergreen di sicura presa per tutte le età.

IO E TE DOBBIAMO PARLARE di Alessandro Siani, 2024

IO E TE DOBBIAMO PARLARE di Alessandro Siani, 2024

Il destino ha fatto incontrare Antonio e Pieraldo. Sono entrambi agenti di polizia, hanno entrambi una donna e una figlia, e le loro carriere lavorative sono parallele. I casi che gli vengono affidati hanno purtroppo sempre esito negativo e gli stessi trovano soluzione grazie all’intervento di un’altra coppia di colleghi. Vuoi per pura intuizione, vuoi per pura casualità alla fine riusciranno i nostri eroi a incastrare e sgominare una banda di trafficanti…

Alessandro Siani e Leonardo Pieraccioni, due icone della commedia all’italiana, per la prima volta insieme in un film leggero e divertente. Un comico napoletano e uno toscano si incontrano quindi sulla scena per imbastire una storia tutto sommato ingenua ma a tratti anche profonda. I singolari poliziotti non ne azzeccano una e sono sempre rimproverati dai superiori per la loro superficialità nell’affrontare i casi che gli vengono sottoposti. Oltre al lavoro, i due devono fronteggiare anche una situazione affettiva non sempre facile. Pieraldo (Pieraccioni) ha una relazione con la ex moglie di Antonio (Siani) ed entrambi sono impegnati a proteggere Maria (Gea Dall’Orto) la figlia adolescente di cui entrambi i padri si sentono molto responsabili.  Una storia un poco pasticciata in cui i due bravi comici sanno destreggiarsi con grande talento. Il regista segue il percorso dei film precedenti intrisi di puro sentimentalismo che riesce a sdrammatizzare attraverso una serie di gag a dir poco esilaranti. Le due comicità riescono a miscelarsi alla perfezione e il risultato è questa nuova commedia nata da una spiazzante intuizione. La scelta di un umorismo tutto sommato pulito, senza volgarità e con la scelta di un cast confezionato ad hoc. Io e te dobbiamo parlare affronta con ironia e con una punta di malinconia il tema profondo dei sentimenti e dell’amore. Una storia quindi comica che sa gestire i problemi in maniera leggera e mai superficiale. Siani si ripropone di rinnovare il genere, trasformando la commedia all’italiana in qualcosa che possa sdrammatizzare per rendere divertente quello che non lo è. Solo così riesce in pieno a raccontare le cose più complicate con quella sottigliezza che lo contraddistingue. Lo spettatore non deve aspettarsi grandi cose, solo divertirsi e ridere per un film di poche pretese, pensato per dare un messaggio tutt’altro che banale.

data di pubblicazione:20/12/2024


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