da Antonio Jacolina | Gen 19, 2025
Inizio Anni ’60. Walter (A.Pieradossi), timido ragioniere di Vigevano, va a lavorare in una grande Ditta di Milano. Per accontentare il Presidente appassionato di calcio è costretto ad entrare nella squadra aziendale. Pur incapace si spaccia per abile portiere. Incontrerà però un ex grande N°.1 (N. Marcorè) che…
Per chi insiste e persiste a voler vedere i film soltanto in sala, le piattaforme possono però essere un’opportunità per rivedere qualche successo del Passato o per recuperare film che non si è riusciti a vedere al cinema. Éil caso del piacevole e garbato esordio alla regia di Neri Marcorè: ZAMORA uscito sugli schermi ad aprile 2024. Una gradevole sorpresa! Un debutto semplice ma di qualità con un tocco personale di signorilità e tenerezza. Un film con un taglio lineare classico che sa piacevolmente di qualcosa di già visto e già apprezzato.
Al centro della vicenda il Calcio come metafora della Vita ed il confronto fra due personalità miti e disagiate. Il provinciale serio, metodico, impacciato, catapultato nella realtà sociale e lavorativa della grande città e l’ex portiere alla deriva esistenziale che trova nel giovane allievo il riflesso della sua perduta serietà e l’occasione di riscatto e recupero della propria dignità. Attorno a loro, quasi vera protagonista, la provincia lombarda e Milano. Una realtà ancora semplice, bonaria e avvolta dalla nebbia, in cui si intravedono già tutti i segnali del boom economico e del cambiamento umano, comportamentale e culturale. La sceneggiatura, i dialoghi, le location sono come dovrebbero essere. La messa in scena restituisce correttamente e delicatamente, senza mai scadere in nostalgia, gli aspetti, le abitudini, i costumi, i vezzi, gli oggetti e le atmosfere di tutta un’epoca. Marcorè si conferma attore di qualità ed è preciso nella sua interpretazione dolente ed ironica. Dirige con mano salda e con i giusti tempi in una sapiente alternanza di momenti seri e spunti comici un film corale con un cast perfetto in tutti i ruoli, compresi i caratteristi. Un’apprezzabile commedia retrò che fa tanto “buon vecchio Cinema”. Una favola per adulti che si segue con piacere, un po’ desueta ma graziosa. Marcorè infatti affronta con misura i cliché senza mai ricorrere per far ridere ad inutili volgarità. ZAMORA è una piccola commedia dolceamara che diverte e fa riflettere. Un film molto umano, efficace e leggero che proprio nella sua stessa leggerezza ha la sua forza.
data di pubblicazione:19/01/2025
Scopri con un click il nostro voto: 
da Paolo Talone | Gen 19, 2025
con Livia Amatucci, Andrea Casanova Moroni, Sara Giacopello, Stefano Annunziato, Giorgia Brunori e Andrea Carpiceci
(Teatro Lo Spazio – Roma, 17 e 18 gennaio 2025)
Livia Amatucci porta in scena e dirige insieme a uno degli interpreti, Andrea Carpiceci, la vicenda di due coppie, in apparenza distanti, accomunate dal fatto di avere la stessa età anagrafica, il vivere nella stessa città, Roma, e la notizia di aspettare un bambino.
Stefano Annunziato e Sara Giacopello sono Paolo e Laura, una coppia cementata e felice. Laura è una donna in carriera, in attesa della risposta a un impiego che probabilmente la porterà molto lontano da Roma. Tuttavia, quando scoprono di aspettare un figlio la notizia viene accolta con entusiasmo e euforia. Dall’altra parte invece vivono Tommaso e Viola (sulla scena Andrea Carpiceci e Giorgia Brunori), che ricevono la stessa lieta notizia. Ma la loro è una coppia difficile, problematica. Tommaso è un disegnatore, al momento senza impiego. Trascorre il tempo tra i giochi della Play e le partite di calcio. Viola, più responsabile, si trova quindi da sola a gestire la gravidanza.
Da questo quadro di opposti prende avvio la vicenda narrata da Livia Amatucci. Il suo Sotto quale stella si è aggiudicato il secondo posto nell’edizione 2024 di Idee nello Spazio, il contest di corti teatrali ideato dal direttore del teatro Lo Spazio, Manuel Paruccini.
Il registro è quello della commedia, ma c’è un lato drammatico che viene fuori in entrambe le storie. Le situazioni si evolvono, si capovolgono portando le coppie a somigliarsi molto di più di quanto non fossero all’inizio. Vengono fuori gli egoismi e le frustrazioni. A farne le spese sono i due feti che, per funzionante soluzione drammaturgica (a teatro trova spazio l’impossibile), ritroviamo in scena interpretati dalla stessa Amatucci e da un bizzarro quanto eccezionale Andrea Casanova Moroni. Ancora nello stato larvale, subiscono gli scossoni e gli sconvolgimenti a cui li sottopongono i futuri genitori. Se per una suonano le note scanzonate di La La Land, per l’altro quelle tetre e oscure del Fantasma dell’opera. Ma il meccanismo teatrale non è ancora esaurito e c’è spazio ancora per lo sviluppo di personaggi e vicende. E un finale, ovviamente, sorprendente e inaspettato. Ottima prova di scrittura per Livia Amatucci.
data di pubblicazione:19/01/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Gen 19, 2025
con Francesco Alberici e Astrid Casali
(Teatro Basilica – Roma, 16/19 gennaio 2025)
Realtà e finzione. Vita vissuta e teatro. Come si rappresenta sulla scena il dolore? Il progetto di Francesco Alberici, realizzato insieme a Astrid Casali, Ettore Iurilli e Enrico Baraldi, ragiona sugli effetti provocati dalla perdita di una persona amata, attraverso le parole dell’autore de Le cronache di Narnia e la personale esperienza dell’attrice Astrid Casali.
Tutto vero quello che Astrid Casali racconta di sé stessa in scena. Figlia d’arte, la madre attrice e il padre, Renzo Casali, regista fondatore di una sua compagnia. Una seconda famiglia per Astrid, cresciuta credendo alla magia del teatro. Un destino più che una scelta per lei il palcoscenico. Quindi la decisione di iscriversi a una scuola di recitazione. Ma non quella del papà, che nel frattempo si ammala fino ad andarsene per sempre. Fu Astrid a ricevere la telefonata che ne annunciava la morte una mattina a colazione, mentre si preparava per la scuola. L’incredulità, la negazione, la rabbia, la confusione sono solo aspetti di un processo doloroso che cerca dei modi per esprimersi.
Il dato biografico è il materiale su cui Francesco Alberici, in scena nei panni di autore e regista, costruisce la drammaturgia. Anche lui ha un dolore da esprimere, più mentale che fisico. Lo racconta attraverso l’autoritratto di Franz Ecke, dove l’artista austriaco appare con il volto incerottato e tumefatto. A volte non si hanno parole per descrivere quello che si prova. Oppure quello che si prova non è abbastanza doloroso se paragonato ad altro. Ma come quantificare il dolore? Esiste una misura per classificarlo in intensità o gravità? E come si rende sulla scena? La classifica è inutile e lo spettacolo – che ha debuttato nel 2020 al Romaeuropa festival, prodotto da SCARTI – Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione – mostra la funzione del teatro di essere prova, tentativo di rappresentazione della realtà. Gioca un ruolo importante l’improvvisazione che mantiene gli attori ancorati alla verità che vogliono trasmettere, ovvero sé stessi.
Siamo nel territorio dell’indagine, dove si studia e ci si pongono domande. A segnare il percorso della riflessione – come un canovaccio o una mappa da cui estrapolare pensieri e direzioni – il libro autobiografico di Lewis. Quattro quaderni, che diventano altrettante tappe dell’itinerario drammaturgico, in cui lo scrittore annota le riflessioni e i ragionamenti intorno alla malattia e alla morte dell’amata moglie. Non esiste un unico modo per reagire e manifestare il dolore. Ognuno scrive il suo diario.
data di pubblicazione:19/01/2025
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Gen 17, 2025
Dal genocidio, riletto senza estenuazioni e compiacimenti con gli occhi di un bambino di quattro anni (il nonno dell’autore), fino alla transizione sovietica dell’Armenia. Torna in patria un americano nato in Armenia per conoscere realmente il proprio Paese ma finisce in carcere per la gelosia di un militare di regime. Dunque il film si trasforma in un movie carcerario abbassando un po’ la temperatura del climax.
Levità e leggerezza. Il protagonista ha sempre il sorriso sulle labbra nonostante l’escalation drammatica della propria detenzione. Il limite del film è non riuscire a trovare un graduale approdo in un genere preciso. I sovietici sono grotteschi, lo sviluppo è drammatico, il finale è sentimentale. Così, scrollandosi di dosso qualche esagerazione caricaturale, fa pensare a La finestra sul cortile ovvero la vita scrutata attraverso le sbarre del carcere vivendo e soffrendo per le vicende della famiglia, spiata da lontano unico motivo di attrazione della giornata. In effetti questo legame indiretto avrà un senso nel finale ad avvenuta liberazione. La situazione che apre le porte alla libertà, schivando la Siberia, tra l’altro, è la morte del grande dittatore Stalin. Un grande senso di orgoglio armeno trapela nelle intenzioni anche se il regista vive in America, come si intuisce dal suo accento. Dopo i primi ciak all’altezza del marzo 2020 (in piena escandescenza di Covid) l’opera trovo sbocco in Italia. E grande merito va alla piccola sala romana del Delle Province che l’ha presentata in anteprima alla presenza dell’onnivoro autore e dell’attrice principale. Segnalazione per gli Oscar di due anni fa e stupore anche nel plot per l’incredibile accusa di cosmopolitismo che costa la perdita della libertà al protagonista, complice una cravatta, simbolo del capitalismo.
data di pubblicazione:17/01/2025
Scopri con un click il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Gen 17, 2025
(Teatro Argentina – Roma, 9-18 gennaio 2025)
Tre modi per non morire è il titolo dello spettacolo andato in scena dall’8 al 19 gennaio 2025 al Teatro Argentina, un lavoro scritto appositamente per Toni Servillo dal drammaturgo Giuseppe Montesano, che esplora come la poesia possa diventare una guida verso la vita, attraverso le opere di Baudelaire, Dante e i Greci (foto di Masiar Pasquali).
Un palco essenziale con microfono e leggio che celebra la parola e l’essenza della narrazione, un percorso che si snoda tra Baudelaire, Dante e i Greci, accompagnando lo spettatore in un viaggio culturale e spirituale, un excursus che si propone di contrastare l’appiattimento del pensiero e la progressiva alienazione indotta dalla dipendenza tecnologica, un invito potente sulla necessità di riappropriarsi del pensiero critico e della bellezza poetica.
Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte? descrive la bellezza come medicina contro la depressione e l’ingiustizia, offre una visione lucida e poetica della resistenza dell’anima. La notte, metafora dell’oscurità interiore e sociale, termina solo quando si trova il coraggio di “levare l’ancora e partire verso l’ignoto”, un invito all’audacia del pensiero e dell’azione. Il secondo segmento è dedicato a Dante Alighieri, pilastro della cultura italiana e universale. Attraverso le diverse voci, Servillo ci conduce negli abissi dell’Inferno, dove le anime prendono vita con una potenza evocativa straordinaria. Paolo e Francesca, innamorati e condannati a una pena eterna, narrano del libro galeotto, che li unì in un bacio che fu la loro rovina. Ulisse, con il suo invito a “non vivere come bruti, ma a seguir virtute e canoscenza”, ammonisce l’umanità sull’importanza della conoscenza e del coraggio. Il finale, con l’emblematica uscita “a riveder le stelle”, è un gesto di speranza che illumina l’oscurità dell’esistenza. L’ultima tappa si immerge nel pensiero greco, celebrando il teatro e la filosofia come strumenti supremi di liberazione. “I Greci hanno inventato tutto”, dichiara Servillo, enfatizzando la grandezza di una civiltà che ha saputo aspirare all’eternità attraverso l’arte e il pensiero.
Servillo è straordinario nell’uso della parola e della voce, che cesella e diversifica, alternando toni sussurrati e momenti di intensità drammatica. La poesia, la filosofia e il teatro nelle sue mani, intrecciati in un dialogo serrato, permettono di celebrare la profondità dell’esistenza e la bellezza dell’umanità.
data di pubblicazione:17/01/2025
Il nostro voto: 
da Salvatore Cusimano | Gen 17, 2025
(Immagine tratta da THE BAD GUY-seconda stagione PRIME VIDEO)
The Bad Guy 2, diretta da Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, è la serie tv italiana per Prime Video che prosegue nel solco della prima e riprende da dove eravamo rimasti: Nino Scotellaro, magistrato incastrato e accusato di essere mafioso, evade e con una nuova identità, diventa egli stesso un mafioso.
La seconda stagione di The Bad Guy, su Prime Video dal 5 dicembre, continua la storia di Nino Scotellaro che diventa Balduccio Remora, infiltrato nel sistema mafioso per abbatterlo (in teoria) da dentro. Siamo perfettamente in linea con la prima stagione, forse anche con un livello ancora più alto. Luigi Lo Cascio, l’attore tradizionale italiano, viene preso e totalmente ribaltato in un ruolo in stile Breaking Bad, facendo emergere la sua natura criminale. Claudia Pandolfi, regina della fiction italiana, viene anch’essa ribaltata con un ruolo nero, ambiguo e vigorosissimo. Bebo Storti, presente in questa stagione, attribuisce al ministro una personalità sprezzante e priva di qualsiasi morale. Stefano Accorsi nel ruolo del mega iper agente segreto è sempre in bilico tra la sua meticolosità noir e la sua goffaggine nelle relazioni umane. E non ultime, le famiglie mafiose, di solito ritratte in modo che il pubblico possa vederle per quello che sono, sono rese anche loro in duplice versione, con personaggi chiari da un lato e meschini dall’altro. Infatti, nella nuova famiglia che Remora forma, composta quasi esclusivamente da donne, vengono fuori delle istanze semplicemente grottesche e spassosissime: una suora che vuole dire messa, una che vuole andare a Domenica In e un’altra che vuole l’abolizione del 41-bis.
Last but not least Antonio Catania nel ruolo del boss che la fa perennemente franca (vi ricorda qualcuno?) nella prima stagione, qui nella seconda è qualcosa di davvero unico.
E lo possiamo senz’altro dire: la mafia qui fa veramente ridere, a partire dai posti (il quartier generale si trova in un parco acquatico sequestrato, “uno dei posti più sicuri in assoluto”), dalle movenze, delle contrapposizioni e delle facce. Lo scenario del parco acquatico in disuso, con orche, pieno di polvere, topi e ragnatele, è il simbolo stesso di tutto The Bad Guy: estremamente squallido, ma grottesco allo stesso tempo. Ecco la chiave del successo: rappresentare il tutto in maniera così grottesca, rendendo l’opera letale ed esplosiva.
Il tono di commedia mischiato alla suspense è la formula perfetta, con dei colpi di scena continui e con quel tocco di dialetto siciliano che dona a questa seconda stagione un tocco ancor di più caratteristico rispetto alla prima, dimostrandoci che quando si osa anche la serialità italiana produce eccellenza.
data di pubblicazione:17/01/2025
da Antonio Jacolina | Gen 17, 2025
Montreal. Un anziano e celebrato documentarista (R. Gere) ormai prossimo alla fine accorda un’ultima intervista. Presente sua moglie (U. Thurman) rievoca le ragioni della sua fuga in Canada nel 1968 per evitare il Vietnam e svela le sue Verità nascoste…
Schrader a 78 anni appartiene ormai alla Storia del Cinema Americano. Sceneggiatore leggendario e regista discontinuo è passato dai successi ai piccoli film a basso costo. Le sue storie vertono costantemente sulla solitudine, la colpa, l’espiazione e la redenzione. Pur confrontandosi sempre con gli stessi temi non è però mai ripetitivo perché ogni volta ne esamina nuove e diverse sfaccettature.
OH, CANADA è una riflessione sull’imminenza della morte e sui ricordi. Un film crepuscolare ed introspettivo, tanto malinconicamente umano quanto anche politico. Il ritratto di una figura simbolo dei progressisti americani. Un anziano ormai fragile che affronta il proprio declino, le colpe ed i tormenti interiori. La confessione liberatoria ed espiatoria di chi sa di aver abusato della propria immagine pubblica di uomo integro e che è cosciente di aver invece sempre ingannato e mentito e di essere solo un opportunista ed un mediocre. Un egoista che è fuggito davanti alle proprie responsabilità. Sullo sfondo l’America e la generazione degli anni ’60. I movimenti giovanili, le ribellioni culturali e sociali. Gli ideali e le scelte morali ed etiche affrontate o eluse. Il racconto/confessione è articolato su un alternarsi fra Presente e Passato che si fondono, si confondono in modo incoerente. Immagini a colori e poi in bianco e nero. Luci e tonalità che mutano unitamente al formato dello schermo a seconda delle epoche evocate. Volti di oggi che si scambiano con volti di ieri. Un mosaico di immagini non lineari perché molteplici sono i punti di vista, incerti i ricordi e lacunosi i momenti di lucidità dell’intervistato, ripreso nella sua fragilità fisica e mentale.
Il regista trova in Gere il suo giusto alter ego. L’attore è perfetto nel ruolo e ci regala una magnifica e dolente interpretazione. Bravi la Thurman e J. Elordi. Un film classico, falsamente modesto ma anche un film impietoso e difficile, purtroppo monocorde e non privo di difetti. I troppi flash back disorientano il pubblico e non agevolano certo la comprensione del film. Manca la giusta profondità narrativa per dare sostanza alla vicenda. Gli effetti restano troppo in superficie, frammentano il ritmo, non emozionano più di tanto e non consentono allo spettatore di legarsi ai personaggi e di empatizzarne il dramma. OH, CANADA è quindi un piccolo film di breve durata, un autoritratto intimo del regista, di certo ben recitato ma imperfetto. Un’opera minore ma un prodotto minore di un grande cineasta americano.
data di pubblicazione:17/01/2025
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniele Poto | Gen 15, 2025
regia di Luca Ferrini, con Giovanni Prosperi, Alessandra Mortelliti, Paola Rinaldi, Andrea Verticchio, Antonia Di Francesco, Luca Ferrini, Marianna Menga, Veronica Stradella, disegno e luci Cristiano Milasi, musiche Giulio Ricotti
(Teatro De’ Servi – Roma, 14/26 gennaio 2025)
Pirandello comme il faut. Con rispetto per il testo ma adattamento ragionato e contemporaneo con la suggestiva scena iniziale, raccordo per il finale, foglie al vento. Due tempi calibrati con omaggio al patriarcato nell’ideologia della scrittura del tempo. Una denuncia di adulterio sfuma nel perbenismo borghese. Per cui chi ha denunciato è pazzo per soffocare lo scandalo. Attori al posto giusto con caratterizzazioni adeguate e ovvio risalto per la figura di Ciampa, marginale apparentemente ma essenziale nel drammatico finale.
Corda civile e corda pazza. La dialettica richiede un ragionato equilibrio tra le due ma alla fine prevale la seconda, mutuata dal classico repertorio pirandelliano. Un fosco clima di provincia, un complotto per svelare un tradimento che può costare il carcere viene annullato dalla forza del rientro nella norma. Tutto si deve ricomporre nell’ipocrita scenario del matrimonio borghese. Tutti i tasselli del puzzle devono tornare a posto. É il politicamente scorretto di un’ideologia molto siciliana ma anche molto italiana. Ricordiamo che l’adulterio costò il carcere al grande campione di ciclismo Fausto Coppi. Qui, anni prima, il clima è ancora più pesante ma la capacità di recupero della catena protettiva è forte. E lo scandalo sarà deviato sulla solo presunta e fallace insanità mentale di chi ha denunciato, L’esterrefatto sguardo della moglie (Beatrice Fiorica) nel convulso finale è uno dei momenti più alti di uno spettacolo in cui un teatro abitualmente dedito al comico mostra di saper deviare dalla propria vocazione. Attori di interpretazione imperfettibile con citazione di spicco per il delegato, pieno di tic e di deviazioni dalla logica nell’intento di non scontentare nessuno.
data di pubblicazione:15/01/2025
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Gen 13, 2025
New England. La storia di un luogo dalla Preistoria ai giorni nostri, raccontata attraverso le vite e gli avvenimenti delle persone e delle famiglie che vi sono vissute…
Zemeckis ha già il suo nome fra i grandi del Cinema Americano. Dagli Anni ’80 al 2000 ha inanellato una lunga serie di successi di critica e di pubblico. Ha giocato abilmente con i paradossi temporali, le innovazioni tecnologiche e gli effetti speciali. Poi per lui è iniziata una fase sempre meno convincente.
Con HERE affronta oggi un progetto che sulla carta è molto interessante e degno del suo talento: adattare cinematograficamente un graphic novel, con un concept narrativo davvero originale. Osservare sempre dallo stesso ed unico punto di vista un piccolo spazio e tutto quello che vi avviene nel Tempo. Per realizzarlo ha ricostituito dopo 30 anni la squadra di Forrest Gump: Tom Hanks e Robin Wright, lo sceneggiatore, il direttore della fotografia e l’autore della colonna sonora. Però – diciamolo subito – l’idea è rimasta solo un intrigante obiettivo. La cinepresa resta sempre nello stesso angolo, con la stessa prospettiva visuale e riprende il riquadro di terra nei millenni. Prima selvaggia e incontaminata, poi habitat dei Nativi Americani, poi proprietà della famiglia Franklin, infine stanza di una casa posseduta da diverse famiglie, ognuna con la sua storia dal ‘900 a oggi. Una stanza da cui non usciremo più se non nel finale, dopo 1h 40’.
L’intenzione era mostrare le vite che scorrono in quell’angolo di mondo ma il risultato è solo parzialmente positivo. Più che un film HERE sembra quasi una “installazione” con il Sogno Americano in filigrana. Lo spettatore resta passivo testimone dei frammenti di vita che si succedono e si intersecano con un continuo avanti e indietro nel Tempo. La tecnica cinematografica è sicuramente apprezzabile, l’uso della IA per ringiovanire o invecchiare gli attori è riuscito. Ben altre sono però le carenze! Il film sembra un puzzle, molte scene sono troppo brevi e non ben collegate fra loro, quasi degli sketches. La struttura generale è molto contorta e genera confusione ed effetti claustrofobici, le situazioni drammatiche non sono sempre coinvolgenti. I personaggi sono troppi e poco sviluppati, lo spettatore non ha modo di investire emotivamente su di loro e quindi non generano interesse né empatia. Le interpretazioni attoriali, infine, per effetto del de-aging e del piano lungo, sono quasi smaterializzate e non sempre si riesce a coglierle e ad apprezzarle. La coppia Hanks/Wright, pur confermando la buona chimica, non riesce infatti a dare il dovuto spessore ai ruoli.
HERE è in sostanza un ambizioso film che resta sperimentale, un’esperienza interessante ma un’occasione non del tutto sfruttata.
data di pubblicazione:13/01/2025
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Gen 12, 2025
(Immagine tratta dal film Ad Vitam- Netflix)
Franck e la moglie Léo sono due agenti speciali del GIGN. Decidono di avere un figlio, incoraggiati dai colleghi del gruppo, che per loro costituiscono già una famiglia. Coinvolti in un losco affare di Stato, i due rischiano la vita. E soprattutto, vengono separati l’uno dall’altra: lei rapita, lui ricercato per un omicidio che non ha commesso.
È un film d’azione, ma à la française. Non mancano gli “effetti speciali”, dalla motocicletta lanciata in una folle corsa al volo col parapendio, passando attraverso le acrobazie del parkour sui tetti di Parigi. Né si fanno attendere sparatorie ed inseguimenti su strada. E complotti e sotterfugi ad ogni angolo. Il tocco francese è dato piuttosto da una certa malinconia, che sfiora l’anima. Quel mal de vivre che, nonostante un dinamismo spesso senza pause o freni, non risparmia nessuno. Per ragioni diverse.
Così, man mano che il protagonista – braccato – ascende ai cieli sopra Versailles o volteggia tra i comignoli delle case, noi spettatori ci caliamo nel profondo delle emozioni tra le più oscure. Perdere un amico, sentire il peso di una colpa senza rimedio, guardare negli occhi il bambino cui è stato sottratto il padre. E ancora, andare via – per non farvi ritorno – dal luogo cui sentivamo di appartenere. Che non ci vuole più, e ci respinge. Ormai a noi estraneo. Tutto questo lo “viviamo”, lo sentiamo, insieme a lui, il protagonista della storia. Eroe ed antieroe insieme, interpretato dall’ottimo Guillaume Canet, perfetto tanto nel ruolo del “duro” (come da manuale) quanto in quello di compagno premuroso e tenerissimo padre. Apprezzabile anche la prova di Stéphane Caillard, nel ruolo di Léo, coraggiosa con naturalezza, ora nella lotta ora nella resistenza. Ad vitam. Per la vita.
data di pubblicazione:12/01/2025
Scopri con un click il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…