da Antonio Iraci | Dic 5, 2019
(Teatro India – Roma, 3/15 dicembre 2019
Il racconto della tragedia che si ripete ciclicamente nel mare di fronte Lampedusa, dove si affronta una lotta per la sopravvivenza tra naufraghi e soccorritori. Sull’isola, battuta da venti implacabili, ci si è “abituati” alla morte e sovente i pescatori trovano nelle reti insieme ai pesci anche cadaveri di adulti e bambini. Una testimonianza in diretta che ci riporta al problema della migrazione che oggi, come non mai, è al centro del dibattito politico mondiale.
Davide Enia, drammaturgo e scrittore palermitano doc, “ci cunta ‘u cuntu” vale a dire ci racconta quello che ha visto a Lampedusa quando, per la prima volta, si è trovato a vivere l’esperienza di un salvataggio di migranti a seguito di un naufragio. Il linguaggio usato in questo monologo non è solo quello verbale ma soprattutto quello dei gesti, come si usa del resto nel meridione dove alle parole si accompagnano i movimenti delle mani, una forma arcaica che diventa onomatopeica e funzionale a colorire la narrazione. Gli appunti di Davide, scritti frettolosamente in circostanze a dir poco sconvolgenti, ci riportano ad un percorso circolare dove tutto ritorna al punto di partenza iniziale: persone e cose intrecciano le proprie esistenze in uno scontro continuo che ci ricordano come noi, che stiamo di qua, un giorno approdammo fuggendo da un luogo imprecisato che sta al di là di questo mare. Davide si commuove e ci commuove perché la sua testimonianza ci manda colpi bassi che ci colpiscono inesorabili, come se ci trovassimo insieme a lui sull’isola a raccogliere i corpi di uomini che non ce l’hanno fatta ad arrivare. Le sue mani non hanno un attimo di sosta, sono loro che parlano e accompagnano le preghiere dei pescatori, quasi dei mantra che si ripetono all’infinito seguiti da suoni striduli e deformati come di forze che si scontrano in mare aperto. L’abisso diventa quindi un messaggio forte a coloro che vorrebbero dimenticare la tragedia epocale dei migranti africani, un messaggio drammatico dove non vi è spazio per la retorica fine a se stessa, ma dove siamo richiamati tutti all’azione per restituire ad ogni essere umano la dignità che gli spetta. L’attore inserisce anche riferimenti di vita personale, coinvolgendo figure familiari come quella del padre detto “’u mutu” perché di poche parole, ma che non esita poi ad abbracciarlo trasgredendo quella regola, tutta siciliana, di pura reticenza tra padre e figlio che non prevede slanci assimilabili a mollezze di carattere. Tratto da Appunti per un naufragio, scritto dallo stesso Davide Enia, lo spettacolo si avvale delle musiche composte ed eseguite da Guilio Barocchieri, un susseguirsi di note che enfatizzano il contrappunto tra canto popolare e le invocazioni per quei corpi raccolti e destinati a rimanere anonimi.
data di pubblicazione:05/12/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Nov 20, 2019
(Teatro Quirino Vittorio Gassman – Roma,19 novembre/1 dicembre 2019 )
Antonio Salieri, compositore e maestro di cappella presso la casa imperiale asburgica di Vienna, gode di grande fama quale autore di musica sacra e operistica. Un bel giorno incontrerà il giovane Wolfgang Amadeus Mozart e rimarrà disorientato dalle perfezione stilistica delle sue partiture. La rivalità nei confronti dell’intruso a corte, sia pur ben celata, rovinerà per sempre le sue convinzioni religiose e da quel momento inizierà per lui un lento declino interiore che lo porterà alla totale autodistruzione.
Amadeus ritorna a teatro, per il quale originariamente era stato ideato da Peter Shaffer, drammaturgo e sceneggiatore inglese che nel 1979 aveva scritto questa pièce teatrale ispirandosi al testo Mozart e Salieri di Puškin. L’opera riscosse subito un grande consenso da parte del pubblico ma il suo successo a livello mondiale avvenne nel 1984 con l’omonimo film di Miloš Forman che vinse allora numerosi importanti premi tra i quali ben 8 Oscar.
La regia di questa nuova edizione, presentata in prima assoluta al Teatro Quirino, porta la firma del grande Andrei Konchalovsky, regista e produttore cinematografico russo che abbiamo avuto modo recentemente di apprezzare con il film Il Peccato, presentato a chiusura dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma e prossimamente distribuito nelle sale. La scena, continuamente in movimento con rapidi cambi da parte degli stessi interpreti, si presenta subito molto sobria sia pur rispettando i canoni classici del tempo, che prevedevano costumi raffinati e parrucche incipriate. I due ruoli principali, Salieri e Mozart, sono interpretati rispettivamente da Geppy e Lorenzo Gleijeses, padre e figlio nella vita reale, ma che sulla scena riescono a fronteggiarsi perfettamente rivelando l’essenza delle due contrapposte personalità. Alla figura pacata e riflessiva di Salieri, attraverso una recitazione dove ogni parola sembra essere scandita quasi a volerla fissare a futura memoria, fa da contrappunto il tratto sgangherato, a volte burlesco se non addirittura irriverente, del giovane e talentuoso Wolfgang.
Salieri riscuoteva grande successo a corte e le sue opere erano rappresentate nei più importanti teatri di Vienna; purtuttavia il suo nome rimarrà legato alla presunta rivalità nei confronti del grande compositore salisburghese, rivalità che aveva alimentato alcune voci, prive di qualsiasi fondamento storico, di averne persino causato la morte.
Merito, in parte della regia e in parte dell’interpretazione degli attori, è quello di farci quasi affezionare alla figura del vecchio maestro italiano. verso di lui ci si rivolge con tenerezza, quasi a volerne comprendere lo stato d’animo di un uomo tradito da un Dio ingiusto che non aveva mantenuto la promessa di fornirgli il giusto talento musicale a fronte della sua totale abnegazione. Mentre Mozart morirà in povertà, abbandonato persino dalla moglie, Salieri continuerà a riscuotere celebrità durante la sua lunga carriera ma ciò non gli restituirà la serenità di un tempo per essersi lui stesso reso conto della propria mediocrità.
Molto curati sono sia la scenografia di Roberto Crea che i costumi d’epoca di Luigi Perego, a cui vanno aggiunti un sottofondo di arie e concerti mozartiani, appena percepibili, che creano una magica atmosfera.
Amadeus è una produzione Gitiesse Artisti Riuniti in coproduzione con Teatro Nazionale della Toscana e con il contributo della Regione Lazio.
data di pubblicazione:20/11/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Nov 19, 2019
(Palazzo delle Esposizioni – Roma, 22 ottobre 2019/6 gennaio 2020)
Accanto a Sublimi Anatomie, il Palazzo delle Esposizioni offre la possibilità di visitare in contemporanea altri due eventi molto interessanti. Uno riguarda le cosiddette Tecniche d’Evasione attraverso testimonianze fotografiche che documentano i tentativi di alcuni artisti ungheresi che, in clandestinità, attuarono delle vere e proprie strategie sovversive nei confronti del potere imperante nel loro paese tra gli anni sessanta e settanta. L’altro evento riguarda la Meccanica dei Mostri in ambito cinematografico e precisamente la figura mitica di Carlo Rambaldi (1925-2012): maggior esponente tra coloro che hanno creato gli effetti speciali nel cinema e soprattutto precursore della meccatronica, Rambaldi ha saputo rendere realistico qualsiasi personaggio da lui inventato che, anche quando era un elemento secondario, è sempre diventato il vero protagonista del film. La mostra, curata da Claudio Libero Pisano, racconta la storia di questo artista italiano e di come sia riuscito ad arrivare alla realizzazione delle sue creature, partendo dai bozzetti fino alla definizione materiale del soggetto, di cui si possono studiare gli elementi meccanici della loro movimentazione. Rambaldi, laureatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, si specializzò successivamente nella tecnica propria dei macchinari, tecnica che iniziò ad imparare facendo pratica quando era ragazzo nella bottega del padre che vendeva biciclette. Questa sua particolare formazione gli ha consentito non solo di lavorare con i maggiori registi italiani del suo tempo ma anche di essere richiesto e apprezzato a Hollywood che gli ha conferito ben tre premi Oscar: due come migliori effetti speciali per Alien di Ridley Scott del 1979, e uno per E.T. l’extra-terrestre del 1982 di Steven Spielberg, oltre a quello speciale per gli effetti visivi di King Kong, film del 1976 diretto da John Guillermin. La mostra ci permette non solo di osservare da vicino le creature nate dalla fantasia di Rambaldi, ma spiega anche come gli effetti speciali di oggi siano riusciti ad associare le tecniche della meccatronica con quelle più sofisticate del digitale. A tal riguardo, il gruppo italiano Makinarium è tra i più importanti al mondo in questo settore, e la sua factory di Roma viene presentata assieme alle loro realizzazioni che hanno incredibili somiglianze con quelle di Rambaldi, creature tutte entrate nella storia della cinematografia mondiale.
data di pubblicazione:19/11/2019
da Antonio Iraci | Nov 19, 2019
Alexandre vive con la moglie e i suoi cinque figli a Lione. Per puro caso un giorno viene a scoprire che il prete, che aveva abusato di lui quand’era un giovanissimo boy scout, continua a dire messa vicino Lione e si occupa ancora di minori. I ricordi di quella terribile esperienza, per tanti anni rimossi, sembrano ora riaffiorare per chiedere giustizia non solo nei confronti di Padre Bernard Preynat, colpevole di aver molestato circa settanta ragazzi, ma anche verso il Cardinale Philippe Barbarin per non aver denunciato il fatto alle autorità competenti.
François Ozon è un regista e sceneggiatore francese che ha raggiunto il successo internazionale con 8 donne e un mistero, simpaticissima commedia interpretata da Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart e Virginie Ledoyen., con Grazie a Dio, attualmente in distribuzione nelle sale italiane, presentato in anteprima mondiale nell’ultima edizione della Berlinale, ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria.
Ozon non è la prima volta che tratta con spirito arguto e critico argomenti che riguardano la sessualità umana, non facendo mistero della propria omosessualità. Il film lascia poco spazio alla fiction per assumere la forma di un reportage su vicende realmente accadute in Francia tra gli anni ottanta e novanta, che investirono la società e il mondo ecclesiastico in particolare. Alexandre (Melvil Poupaud) non si darà pace fino a quando non riuscirà a convincere altre vittime di Padre Preynat (Bernard Verley) a denunciare alla polizia gli abusi subiti.
La pedofilia è problema che deve essere preso seriamente in considerazione dalla chiesa, ancora oggi restia a confessare le proprie colpe malgrado le raccomandazioni papali. Nonostante l’eccessiva verbosità, la pellicola riesce a coinvolgere emotivamente forse perché l’inchiesta che viene sviluppata riguarda un fatto di cronaca reale e che ha pesantemente toccato la sensibilità della gente comune. Anche il montaggio di Laure Gardette segue un ritmo veloce, intenso ed intrigante, mantenendo sempre una certa tensione. Risulta alquanto singolare il modo con cui il regista sia riuscito ad esaminare la reazione psicologica dei vari personaggi coinvolti ai quali, dopo tanti anni, è ancora tanto difficile ammettere ciò che hanno realmente patito.
Una pellicola ben costruita e soprattutto che riesce ad affrontare in maniera intelligente un tema purtroppo ancora tanto attuale.
data di pubblicazione.19/11/2019
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Nov 11, 2019
Il film racconta la storia di Peppino Torrenuova di Bagheria, città della provincia di Palermo, che negli anni trenta, ancora bambino, fu costretto a lasciare la scuola e a lavorare come pastore per aiutare la famiglia in gravi difficoltà economiche. Diventato adulto, si iscrive e milita con convinzione nel Partito Comunista Italiano; si innamora anche della bella Mannina costretta però dalla famiglia a fidanzarsi con un altro uomo che lei ovviamente non ama. I due, nonostante le avversità, si ameranno in segreto fino a quando decideranno di fare la classica “fuitina” e nessuno a quel punto potrà più opporsi alla loro unione, mentre intorno la vita prosegue tra varie vicende sociali come la repressione del regime fascista e la corruzione di cosa nostra.
Nonostante la colossale produzione che comportò la ricostruzione quasi totale di Bagheria in una periferia di Tunisi e nonostante l’impegno dei due protagonisti Francesco Scianna e Margareth Madé, affiancati da un cast di tanti bravi attori, il film fu al centro di vaste polemiche e la critica fu molto spietata verso il regista. Presentato in apertura alla 66esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia come evento e pur avendo ottenuto successivamente diverse nomination al Golden Globe, David di Donatello e Nastri d’Argento, il film non riscosse il successo aspettato tra il pubblico: gli incassi si limitarono a circa 10 milioni di dollari contro i 28 spesi per realizzarlo, e Tornatore dovette anche affrontare diverse vicende giudiziarie intentate anche dagli animalisti per alcune scene girate dal vero in un mattatoio. Premio Oscar nel 1996 per Nuovo Cinema Paradiso, Tornatore con Baarìa ha comunque tratteggiato un ritratto della sua città natìa che comunque difficilmente potrà essere dimenticato.
Il film ci suggerisce questa ricetta tipica del luogo: lo sfincione bagherese.
INGREDIENTI: per quattro persone sono sufficienti 500 grammi di farina, 50 grammi di lievito, 50 grammi di strutto, 250 dl circa di latte, 300 grammi ricotta fresca, 1 kg di cipolle bianche, 5 filetti di alici, 100 grammi di formaggio pecorino romano, 50 grammi circa di pan grattato, olio d’oliva, sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: Per prima cosa bisognerà preparate l’impasto aggiungendo alla farina il latte appena caldo dove è stato sciolto lo strutto e il lievito di birra oltre un pizzico di sale e uno di zucchero. Una volta preparata la pasta lasciare riposare al coperto per diverse ore. Intanto si può preparare la cipollata facendo imbiondire le cipolle in abbondante olio d’oliva (se si preferisce le cipolle possono essere prima lasciate bollire in acqua salata per una decina di minuti prima di ripassarle in padella). Alle cipolle vanno aggiunte le alici sott’olio che andranno sciolte nella padella insieme alle cipolle. Una volta che la pasta è ben lievitata si dovrà riprendere e impastare con un poco di olio e riporla nella teglia anch’essa ben unta di olio e lasciare riposare per altre due ore. Infine coprire l’impasto con fettine di ricotta fresca e sopra ancora la cipollata coprendo poi il tutto con il pecorino, il pan grattato e del pepe.
Spargere infine su tutto un poco di olio e infornare a 180 gradi per circa un’ora.
Lo sfincione va servito tiepido.
data di pubblicazione:11/11/2019
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