da Antonio Iraci | Nov 20, 2018
(Complesso del Vittoriano- Ala Brasini – Roma, 10 ottobre 2018/24 febbraio 2019)
In mostra al Vittoriano un piccolo assaggio delle opere più significative di un gruppo di artisti che, insieme a Jackson Pollock, formarono a New York una vera e propria scuola, con l’intento di sovvertire gli stilemi imposti dalle correnti pittoriche che, negli anni immediatamente a ridosso della seconda guerra mondiale, si erano concentrate principalmente a Parigi. I pittori di quella scuola, definiti “irascibili” per aver contestato la loro esclusione da parte del Metropolitan Museun of Art ad una collezione d’arte contemporanea, diverranno i protagonisti di un vero e proprio Espressionismo Astratto che porrà le basi di un movimento anticonformista, capace di influenzare la cultura moderna e post moderna fino ai giorni nostri.
Il visitatore che si accinge a ispezionare questa piccola raccolta proveniente dal Whitney Museum di New York rimarrà sicuramente un poco deluso per l’esiguità delle opere esposte che, pur offrendo un significativo esempio di ciò che identifica l’astrattismo, non soddisfano appieno l’emozione di colui che si trova per la prima volta ad incontrare Pollock, il più importante rappresentante di quella corrente artistica. Si potrà almeno accontentare di ammirare il suo celebre Number 27 del 1950, certamente più che indicativo per farci comprendere la nuova tecnica pittorica del dripping, che partendo dalla pittura automatica surrealista riesce a creare, con la colatura del colore, una serie di immagini spontanee che trovano spazio sulla tela affrancandosi dall’uso del cavalletto per trovare invece singolare sistemazione sul pavimento, pronta a ricevere la creatività dell’artista. Altro termine coniato “ad hoc” è action painting che vede il coinvolgimento di tutto il corpo dell’artista con il suo gesto danzante intorno alla tela, una sorta di percorso di ricerca dell’inconscio effettuato attraverso la stesura sgocciolata del colore sulla superficie.
La fortuna, non casuale, spingerà Pollock ad entrare nel circolo culturale che ruotava attorno alla collezionista Peggy Guggenheim che, finanziando l’acquisto del suo studio, contribuirà concretamente a renderlo una delle figure più rappresentative tra le varie correnti avanguardiste di quegli anni.
Il percorso espositivo ci fa incontrare altre figure della Scuola di New York tra le quali l’olandese Willem De Kooning che, pur rimandando ad una matrice realista, mira a rappresentare una visione deformata e violenta della stessa realtà e l’americano Franz Kline i cui lavori in bianco e nero sono il risultato di una certa “spontaneità studiata”, ossimoro per indicare che il suo dipinto spontaneo era in effetti scaturito da diversi disegni preparatori. L’attenzione viene comunque catturata da due importanti dipinti di Mark Rothko che forse un poco si discostano dal tema proposto: pur partendo da una ricerca sull’astrazione e sull’espressionismo, le sue opere si concentrano su grandi tele con pochi e intensi colori dove ogni piccolo dettaglio sembra rivolto ad una visione metafisica del reale, una sua personale proiezione verso la morte.
L’incidente mortale di Pollock nell’agosto del 1956, causato dal suo perenne stato di ebbrezza, segnerà come uno spartiacque da quella che poi verrà definita la cultura pop moderna: la sua fine sarà l’inizio di un nuovo modo di concepire l’arte basato sull’anticonformismo, l’introspezione psicologica e la sperimentazione spontanea. Stessi elementi questi che ritroviamo ad esempio nella musica jazz di quegli anni, una nuova forma musicale basata sull’improvvisazione collettiva degli interpreti che non seguono alcuno percorso ragionato.
La mostra, con il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale è stata organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con The Whitney Museum of American Art, New York e curata da David Breslin, Carrie Springer e Luca Beatrice.
data di pubblicazione:20/11/2018
da Antonio Iraci | Nov 19, 2018
Oxford, inizi degli anni Sessanta. Durante una conferenza pacifista sul disarmo nucleare Florence e Edward si incontrano: ricca e promettente violinista lei, modesto e promettente storico lui. Un amore a prima vista con il prevedibile epilogo nel tanto agognato matrimonio. I due sposi si amano molto solo che la prima notte di nozze, in un romantico albergo davanti l’immensa distesa di Chesil Beach, tra di loro qualcosa non funziona, compromettendo seriamente quella vita di coppia appena iniziata.
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, il film ci parla di due giovani che si amano profondamente ma che sono incapaci di affrontare con leggerezza anche il più innocente contatto dei loro corpi, a causa del condizionamento pesante che il contesto sociale puritano vigente in quegli anni ha sulle le loro vite. Come molti della loro età sono ignari che di lì a poco sarebbero finalmente saltati quei castranti tabù sessuali che avevano reso infelici intere generazioni, grazie all’esplosione di quella che fu definita una vera e propria rivoluzione culturale.
Il regista Dominic Cooke, ben noto in Inghilterra per le sue performances teatrali, con la sua prima regia cinematografica si cimenta portando sul grande schermo Chesil Beach, attenendosi fedelmente al testo nel rappresentare il dramma di Florence (Saoirse Ronan) e di Edward (Billy Howle). In quella prima notte di nozze la giovane Florence cercherà in tutti i modi di lottare con un inspiegabile senso di vergogna e persino di disgusto forzando il proprio corpo ad accettare qualcosa che sente come innaturale, pur di non deludere le aspettative del marito. Edward, al contrario, incapace di contenere l’impazienza per il suo primo approccio sessuale, è fortemente impacciato per paura di non saper gestire correttamente il contatto con il corpo della consorte. Entrambi, sopraffatti da un reciproco imbarazzo nell’affrontare il proprio dovere coniugale, manifestano da subito la loro inadeguatezza nel tentare di allentare quella palpabile tensione emotiva, non riuscendo a trovare le parole appropriate per evitare che la frustrazione di quell’atto mancato si tramuti in fallimento, il fallimento in amarezza, l’amarezza in rabbia per non essere riusciti ad interpretare in tempo ognuno il silenzio dell’altro.
I continui flashback a cui ricorre il regista aiutano lo spettatore ad inquadrare i differenti contesti sociali di provenienza dei due giovani sposi e a distogliere lo sguardo da quel nervosismo che paralizza il loro primo rapporto. Il film, che a tratti può risultare lento per l’assenza di veri e propri colpi di scena, si sofferma tuttavia giustamente sui personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti, per aiutarci a comprendere quanto tutti fossero ancora molto restii ad accogliere quel vento di libertà che presto avrebbe soffiato su di loro.
La sceneggiatura, curata dallo stesso McEwan, si perde purtroppo sull’ultima parte rompendo l’incanto di quel finale sospeso, sia pur immaginabile, che era stato abilmente espresso dall’autore nel romanzo d’origine.
data di pubblicazione:19/11/2018
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da Antonio Iraci | Nov 8, 2018
(Museo di Roma in Trastevere, 20 ottobre 2018/3 marzo 2019)
Prima mostra fotografica a Roma tutta dedicata all’artista-fotografa Lisetta Carmi, oggi ultranovantenne. La Carmi con i suoi scatti ha voluto segnare una sorta di percorso personale, caratterizzato da una non casuale visione della realtà, dando essenzialmente “voce” a chi non ce l’ha: gente umile, emarginata e povera, ma con una tale ricchezza interiore da riuscire ad esprimere con rabbia la volontà di costruire un mondo migliore.
Nata a Genova nel 1924 da una famiglia borghese di origini ebraiche, Lisetta Carmi negli anni Sessanta abbandona la sua attività di pianista per dedicarsi interamente alla fotografia scoprendo improvvisamente l’essenza della vita da un semplice scatto. Inizia così ad andare oltre il rappresentato riuscendo a vedere quello che non c’è e imparando a percepire, da un semplice sguardo, il travaglio dell’intero genere umano. Proprio così nasce la sua vocazione fotografica, dal desiderio irrefrenabile di fissare con l’immagine il mondo interiore dell’individuo, entrare in perfetta empatia con esso per raccontare in un attimo il suo universo e inserirlo nella propria quotidianità.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso circa 170 immagini, tutte realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui si illustra inizialmente la realtà operaia del porto di Genova per passare poi ai particolari di tombe patrizie nel cimitero monumentale Staglieno, con i suoi gruppi scultorei a perenne memoria. Una specifica sezione viene dedicata al suo incontro con Ezra Pound: come Umberto Eco ebbe a commentare“le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono di più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria”. La mostra tende comunque a concentrare l’attenzione del visitatore su tre temi fondamentali concepiti inizialmente come progetti per varie pubblicazioni, con tematiche molto diverse tra di loro. Il primo del 1965 è Metropolitain dove per la prima volta vengono presentate al pubblico immagini dettagliate all’interno della metropolitana parigina accompagnate dal testo Instantanés dello scrittore e saggista francese Alain Robbe-Grillet. Il secondo del 1972 I travestiti è un importante reportage ricavato da immagini sulla comunità dei travestiti del centro storico di Genova durante un periodo di sei anni in cui lei stessa condividerà le loro problematiche legate all’identità di genere, convinta che non esistono gli uomini e le donne ma solo esseri umani. Il terzo progetto Acque di Sicilia del 1977, arricchito con testi di Leonardo Sciascia, partendo dalla ricerca dei corsi d’acqua in Sicilia intende avviare un discorso più profondo sugli abitanti dell’isola e sul loro rapporto con l’ambiente. Dopo una rapida carrellata su rinomati esponenti del mondo culturale di quel periodo (Lucio Fontana, Lele Luzzati, Carmelo Bene, Claudio Abbado, Alberto Arbasino, ecc.) il percorso si chiude con una sequenza fotografica di un parto realizzata nel 1968 all’Ospedale Galliera di Genova dove la Carmi, ignorando totalmente ogni retorica, riesce a ottenere immagini forti e dirette e quindi proprio per questo molto emozionanti.
Una mostra tutta da scoprire per catturare, con le immagini, un mondo che dal passato viene riportato alla contemporaneità per rimanere poi a futura memoria. La bellezza della verità, al Museo di Roma in Trastevere fino al 3 Marzo 2019, viene promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali a cura di Giovanni Battista Martini e con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. Da non perdere.
data di pubblicazione:08/11/2018
da Antonio Iraci | Ott 24, 2018
Matteo è un uomo di successo, circondato dal lusso e dagli eccessi, che ama la vita in tutte le sue manifestazioni più estreme. Ettore è più modesto, insegna in una scuola media di provincia dove vive un’esistenza tranquilla, quasi nell’ombra, ben cosciente dei propri fallimenti personali. Matteo e Ettore sono fratelli. Quando una grave malattia colpisce uno di loro, entrambi dovranno necessariamente confrontarsi, scoprendo il profondo sentimento d’affetto che li unisce.
Con questo film, presentato quest’anno a Cannes nella Sezione “Un Certain Regard”, Valeria Golino è alla sua seconda esperienza in veste di regista dopo Miele. In entrambi i film viene affrontato il tema della morte, ma nella sua opera prima come soluzione finale alla sofferenza, come dolce fine, in questo secondo film il tema della morte viene invece affrontato più come qualcosa che incombe ma che si vuole allontanare nel migliore dei modi possibile. Lo scontro fisico e psicologico tra i due fratelli, che non hanno mai saputo dialogare tra loro né tantomeno scoprire ed apprezzare le proprie diversità, rende la situazione quasi paradossale in quanto saranno costretti ad affrontare l’infermità esorcizzandola attraverso una sorta di dissonante “euforia”, un misto di gioia ed ansia per ciò che potrà accadere. Matteo in particolare, che vive di avventure occasionali con uomini e di cocaina, si vedrà costretto a giocare un ruolo più maturo a lui sino ad allora del tutto estraneo, dovendo gestire al meglio qualcosa con cui non si era mai misurato.
La Golino affronta con Euforia il problema dei rapporti interpersonali di fronte alla malattia in maniera quasi ironica, come un pretesto per fare prendere coscienza ai vari personaggi di ciò che si è, a dispetto di ciò che si vuol far credere di essere. Ognuno sembra avere un impedimento a rivelare la propria vera natura a causa di una forza superiore, una sorta di ingiustificato pudore per mascherare le proprie debolezze. Il vero punto di forza del film è che la tensione viene coscientemente alleggerita da situazioni al limite del grottesco, funzionali ad impedire alla narrazione di cadere altrimenti in qualche inevitabile cliché, ciò anche grazie all’utilizzo di un linguaggio fresco e graffiante come a voler minimizzare il dramma incombente.
Molto convincente la prova di Scamarcio, ma altrettanto bravo Mastandrea nella parte di Ettore, uomo oramai alla deriva al quale resta poco tempo per riscattarsi nei confronti della vita; entrambi i personaggi vengono tratteggiati con particolare cura, capaci di esprimersi con profondo realismo. Meno convincenti Isabella Ferrari nella parte della ex moglie di Ettore e Jasmine Trinca nel ruolo della sua nuova compagna. Ottima la fotografia, curata dall’ungherese Gergely Poharnok.
data di pubblicazione:24/10/2018
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da Antonio Iraci | Ott 24, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 13ma Edizione, 18/28 ottobre 2018)
Il 16 gennaio 1969 Jan Palach, studente alla Facoltà di filosofia dell’Università di Praga, si recò in piazza San Venceslao, si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco. Il suo fu un atto estremo di disperazione contro l’occupazione militare della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche e servì a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su ciò che stava realmente accadendo nel suo Paese.
Tra le mille prerogative del cinema c’è non solo quella di raccontare storie inventate, ma anche di portare a conoscenza del pubblico qualcosa che fa parte della storia universale come il fatto narrato in questo film, forse dimenticato, che invece merita di essere ricordato per il significato che ha trasmesso e che potrebbe trasmettere alle nuove generazioni che non hanno vissuto in pieno la dicotomia tra un paese occupato ed un paese occupante. Tuttavia Jan Palach, del regista ceco Robert Sedláček, appare eccessivamente didascalico nel voler raccontare gli ultimi mesi della vita di questo giovane studente, che divide il suo tempo tra i propri affetti e lo studio universitario. In un paese dove la presenza sovietica aveva annullato la libertà di espressione, la popolazione si era rassegnata al sopruso, la sua protesta, insieme a quella di tanti altri studenti impegnati politicamente all’interno dell’Università, fu un vero e proprio grido contro l’invasore.
Il film con la sua ambientazione riesce comunque a trasmettere quel clima grigio di tristezza che appesantiva gli animi e che contribuiva nel silenzio a spegnere ogni speranza di indipendenza, ponendo di fatto fine a quell’effimera stagione riformista che era stata indicata come la “Primavera di Praga”. Il protagonista Viktor Zavadil, con il suo sguardo smarrito, contribuisce a rendere l’atmosfera claustrofobica dove non c’è spazio neanche per una logica spiegazione del perché di quel gesto. Certamente un documento importante per i giovani che sconoscono la non libertà e che oramai hanno abbandonato quegli ideali a vantaggio di altri, forse meno nobili. Il film, a volte eccessivamente lento nel farci entrare negli ingranaggi della storia, desta qualche sporadico sbadiglio assieme ad un misto di interesse ed apprensione. Se ne suggerisce la visione a quei ragazzi ignari, che magari hanno incontrato il nome di Jan Palach per indicare una strada o una piazza della propria città: occasione buona per soddisfare magari una propria curiosità.
data di pubblicazione:24/10/2018

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