da Daniela Palumbo | Apr 7, 2026
Netflix ripropone in catalogo il capolavoro di Franco Zeffirelli, trasposizione cinematografica della celebre tragedia di Shakespeare e grande successo internazionale.
Di Romeo e Giulietta conosciamo trasposizioni diverse, sia teatrali che cinematografiche, più o meno fedeli all’opera shakespeariana. Questa versione, o visione, firmata Franco Zeffirelli e risalente al 1968, oltre a fornire un esempio di perfezione formale, può dirsi “fedele”. Non soltanto al testo originale ma, aggiungerei, all’interpretazione che ne dà la critica più accreditata. Secondo la quale questa non sarebbe una vera tragedia, specie se messa a confronto con la storia di Otello e Desdemona, ad esempio. I due giovani, innamorati e sposi a dispetto del proprio nome, muoiono per la crudeltà del Fato, nutrita dall’odio degli uomini (“Dove sono questi nemici?!” – tuonerà il Principe di Verona). Ma non prima di aver realizzato il loro “desiderio d’amore”. E conosciuto l’amore stesso come dono di sé e insieme come fonte inesauribile (“Più te ne do, più mi sembra di possederne!”). Gli amanti vivono la pienezza, fino in fondo; destino che non è riservato a chiunque, su questa terra.
La famosa “scena del balcone” vede una giovanissima Olivia Hussey (sarà Maria nel Gesù di Nazareth dello stesso Zeffirelli) nel ruolo di Giulietta, capace di armonizzare con estrema naturalezza l’aspetto trasognato e l’ardore del sentimento che si svela. Senza finzioni, senza pudori. Mentre Romeo (Leonard Whiting) traduce l’impeto della passione nello slancio fisico, nel protendersi a più riprese verso di lei, oltre che negli sguardi smaniosi, “voraci”. I primi piani restituiscono intatta la limpidezza degli sguardi, e la trasparenza del sorriso, tanto più seducente quanto privo di malizia o di ricercata sdolcinatezza. Ed è subito poesia. Poesia che è data anche, in questo film, dalla splendida fotografia, dalla recitazione degli attori, impeccabile come la scenografia tutta. E dalle musiche di Nino Rota, struggenti, che da sole sanno suscitare emozioni e compassione autentica.
La voce narrante, quella del grande Vittorio Gassman, finisce per esaltare la commozione, che lo spettatore fa propria, con coinvolgimento pieno. L’alba livida della scena conclusiva sembra invadere lo spazio oltre lo schermo, spingersi fino alla mente e al cuore di chi ha visto e sentito. Testimone nei secoli. Perché, come recita il coro con i toni dell’addio, “mai storia fu più dolorosa di quella di Giulietta. E del suo Romeo”.
Da non perdere.
data di pubblicazione:07/04/2026
da Daniela Palumbo | Mar 28, 2026
con Agnese Fallongo e Tiziano Caputo
(Teatro Biondo – Palermo, 25- 29 marzo 2026)
Letizia la siciliana, Lina detta Letizia della casa “di tolleranza” e suor Letizia di Latina sono le tre protagoniste di altrettante storie italiane tra le due guerre. È la storia privata di tre donne del popolo che si interseca con la grande Storia, tra sorrisi e lacrime, ricordi e rimpianti.
Le donne non vanno in guerra. Ossia normalmente non vanno incontro “alla guerra”, come suggerisce il titolo della pièce. Rimangono in attesa, in una condizione sospesa, dove tempo e spazio sembrano diventare fittizi, irreali. Come le voci “di metallo” degli annunci radiofonici durante il conflitto. Come la posta impossibile da recapitare nei “non-luoghi” del fronte, e che implacabile torna al mittente. E quasi si riducono a ritratti, queste donne, copie di sé stesse, fissate in ruoli predefiniti: la suora, la sposa e la puttana. A ciascuna di esse idealmente è assegnata, sulla scena, una cornice di forma diversa. Una verticale per la figura intera, quella della sposa vestita di bianco che compare come uno spettro nella notte. Un’altra, orizzontale, come predisposta per accogliere un corpo che “scivola”, in posa lasciva, provocante. L’ultima, posta in alto, piccola e quadrata e coperta da una grata, quasi esiliata dal mondo. Tre cornici e tre vuoti da riempire, palcoscenici in miniatura dove ciascuna racconta, qui ed ora, ciò che fu scritto dal Fato, ciò che avvenne allora. Eppure, filo conduttore – oltre la guerra divoratrice di vite umane e di sogni in embrione – è l’immagine reale della donna, nella sua essenza profonda. Lei, capace di andare incontro alla vita oltre ogni barriera linguistica o confine geografico, dalle terre del Sud ai monti del Friuli. Si triplica, la donna (interpretata da una straordinaria Agnese Fallongo), mantenendo intatto il nome, e univoca l’identità propria. Canta, grida e sussurra, “saltella” da una lingua all’altra, dal siciliano al padovano passando per il romanesco “burino”. Modula accenti diversi nel giro di poche battute, in uno scambio armonioso e complice con il proprio “compagno”, protagonista maschile altrettanto eclettico, multiforme. Felice è lui, l’innamorato fedele, come Letizia sarà sempre e comunque lei, “con gli angoli delle labbra in su”, in ciascuno dei suoi ruoli e nelle diverse epoche vissute. A insegnare cos’è l’amore nel suo ostinato ritorno, che come in un girotondo, gioco innocente dell’infanzia perduta, esce e rientra e si fa beffe della morte. E della guerra.
data di pubblicazione:28/03/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Mar 23, 2026
regia Luca De Fusco, con Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma e con Alessandro Balletta, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra, Mersilia Sokoli
(Teatro Biondo – Palermo, 21 – 29 marzo 2026)
Luca De Fusco porta in scena una commedia di Eduardo De Filippo del 1959 che tuttavia risulta attuale, quasi contemporanea. È il ritratto di una famiglia “normale” in un dì di festa – una domenica come le altre, all’apparenza – che d’improvviso “esplode” in una tempesta di malumori e ambiguità covate da tempo.
Sette porte, sette coppie di persiane – ben più che un semplice sfondo scenico – si aprono e si chiudono a intervalli regolari su questo ritratto di famiglia, a rappresentare l’alternarsi del quotidiano tra pubblico e privato. Intreccio di molteplici fili in un’unica tela, raffigurazione dei legami di sangue e non. Padri, figli e nipoti, così come madri, figlie e sorelle si avvicendano sulla scena, portatori di energie vitali e di fragilità umane, ciascuno con un proprio bagaglio di sogni, paure ed emozioni. Attingendo al patrimonio dei classici di Eduardo De Filippo, il regista sceglie di dare vita a un quadro più che verosimile, grazie a personaggi autentici, interpretati da attori di talento, come autentico appare il loro “sentire”. Vi farà da contraltare, nelle sue brevi apparizioni in perfetto stile “teatro nel teatro”, la maschera di Pulcinella della tradizione napoletana. Riconoscibile e fedele a se stessa nella forma esteriore ma non altrettanto alla sostanza dei sentimenti: impossibile distinguere chiaramente il riso dal pianto, l’amore dalla rabbia, la supplica e il piglio audace. Di contro, nella realtà della natura umana, umori e stati d’animo diversi coesistono e si confondono. Si sciolgono, come gli ingredienti miscelati ad arte e “con pazienza” nel ragù di cui si disquisisce fin dall’esordio, eredità culinaria tramandata da generazioni.
La tradizione, nella sua rigidità di costumi ed abitudini, si dilegua. Emblematico è il personaggio di Don Antonio, capostipite e iniziatore del commercio di famiglia con un negozio di cappelli artigianali, che ancora piange l’antica attività ormai cambiata dal proprio genero in “Priore e Piscopo abbigliamento E cappelli”. Mentre la giovane Giulianella si rammarica di non essere stata presa come annunciatrice televisiva a causa di una “dizione troppo dialettale”, e la zia Memè ostenta velleità letterarie in contrasto con la consuetudine popolare (“Compratevi un Gattopardo!”).
Ma il vero dramma è quello che si scatena dalla gelosia di Peppino Priore, la cui moglie, Rosa, è oggetto delle attenzioni del vicino di casa, il ragionier Ianniello. Una gelosia frutto di incomprensioni, per mancanza di dialogo e di autentica “intimità” tra i due sposi. Sintomo di insoddisfazioni “altre”. Il susseguirsi di equivoci e la crescente insofferenza di Peppino, nel corso dei preparativi del sabato e dello stesso pranzo domenicale, è un’altalena che oscilla tra la risata e il sorriso. Risata bonaria di chi – lo spettatore, nel caso specifico – conosce e riconosce le debolezze umane; sorriso che precede e accompagna lo “spettacolo” della riconciliazione. Questa avviene, alla fine, insieme alla ritrovata intimità di coppia, non al chiuso della camera coniugale, dove la sera si finiva per parlare di “inutili sciocchezze”, ma nello “spazio comune” della sala da pranzo. Insieme agli altri, amici e familiari che “vanno e vengono”, simili ad aghi della bussola in grado di riorientare il cammino. Perché da soli è difficile salvare qualsiasi cosa, anche un amore grande. Da soli ci si può perdere nel classico bicchiere d’acqua. O in una pentola di “purpitelli” affogati, misti a carboni.
data di pubblicazione:23/03/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Mar 20, 2026
Debutta sulla Rai la quinta stagione della serie di successo dal titolo originale Haut potentiel intellectuel, che ha ispirato il remake americano High potential. Ideata da Alice Chegaray- Breugnot, Stéphane Carrié e Nicolas Jean.
Di detective esperti di indagini e risolutori di casi “oscuri” è piena la storia delle fiction televisive. Dal tenente Colombo, italo americano astuto sornione, al commissario Montalbano, fascinoso mediterraneo verace. In questa serie franco-belga, il detective è una donna, e per di più una donna “singolare”. Stravagante, fuori dal comune. Si concentrano nel suo personaggio intuito e sesto senso, arguzia e perspicacia. Ovunque affiora, per di più, la femminilità disarmante e travolgente di lei, Morgane/ Audrey Fleurot, candidamente incantatrice. Non a caso il nome, particolarmente evocativo, è quello di una maga, la fata Morgana delle tradizioni celtiche, creatura dall’aspetto “iridescente” e generatrice di “miraggi”. La sua immagine, esibita con abiti eccentrici, acconciature e bijoux vistosi, è un caleidoscopio di colori. Una fata “geniale” – come anticipato dal titolo italiano della serie – quanto basta per essere ingaggiata dalla polizia come collaboratrice nelle investigazioni criminali. E al tempo stesso poco razionale, istintiva, nel senso migliore del termine. Effetti digitali che ricordano il fumetto – richiamando alla memoria alcune suggestioni de Il favoloso mondo di Amélie – evidenziano, e materializzano, le brillanti intuizioni dell’eroina, in armonia col suo temperamento “esplosivo”. Mentre, di contro, il composto, misurato e a tratti impacciato commissario Karadec (interpretato da Mehdi Nebbou), le fa da spalla, invertendo i ruoli abituali. Suo superiore sul lavoro, Adam Karadec – a cui lei darà curiosamente del “vous”- si rivela anche padre del suo quarto figlio, il piccolo Léo, ancora lattante. Ironia vuole che sia lui, il “comandante” della squadra, a vestire i panni della “mère poule”: mamma chioccia, o meglio papà. Portatore delle più esilaranti inquietudini proprie del genitore al primo bébé. Mentre lei, pratica e disinvolta, si precipita come un paracadutista lanciato nel vuoto sul presunto colpevole in fuga. O istruisce aspiranti rapitori a fare richieste “sensate” al negoziatore di turno (“Serve una macchina, innanzitutto! E della benzina!”). Purché si chiarisca tutto in fretta. E rapidamente, come rapida è la montata lattea che le causa tormento più di un caso irrisolto.
Infarcito di elementi surreali e realistici insieme, ciascun episodio è gustoso, saporito come un cartone animato che si anima davvero. E uno dei migliori.
data di pubblicazione:20/03/2026
da Daniela Palumbo | Mar 11, 2026
musiche di Ennio Morricone con le danzatrici e i danzatori del Centro Coreografico Nazionale /Aterballetto
(Teatro Biondo – Palermo, 10/15 marzo 2026)
Tributo al musicista Ennio Morricone ad opera del regista spagnolo Marcos Morau e del Centro Coreografico Nazionale /Aterballetto. Una notte per sognare, sulle colonne sonore della nostra vita.
C’era una volta… un musicista, un artista, un uomo. Un uomo che voleva sapere “che suono ha” un altro uomo “quando nessuno lo sente”. Capire e carpire i rumori, le armonie e le musiche segrete della natura fuori e dentro la creatura, e nel profondo.
Questo spettacolo straordinario, visionario evocativo, ripercorre le tappe essenziali della vita e della carriera del Maestro, senza seguire un plot definito né un ordine cronologico.
Un personaggio sconosciuto, forse un “addetto ai lavori”, pochi minuti prima del “debutto” esibisce una lenza, con una sorta di lampara al posto dell’amo, che porta in giro per la platea; strumento ibrido, per pescare sogni. E sul bordo del palco, un altro sistema un metronomo, per scandire il battito del tempo reale. È proprio questo dilagare del sogno nella realtà – sia pure la realtà illusoria del cinema (“perché gli uomini amano essere ingannati?”) – il filo conduttore dell’intera rappresentazione. Dove la sagoma di lui, il genio Morricone, viene mostrata ora al suo “tavolo da lavoro”, all’interno di uno studio di registrazione che ha quasi del surreale, ora seduta al pianoforte. Un pianoforte “ribaltabile”, o reversibile, e a tratti persino sostenuto da funi, come una giostra.
Ma può un genio creatore bastare a se stesso? Può un solo essere umano dare vita a una molteplicità di composizioni, suggestioni diverse, e originali pur attingendo al mare magnum delle opere esistenti, e rimanere “uno”? La risposta, qui rappresentata in concreto, è nella duplicazione e nella moltiplicazione dell’essere, frammentato e riprodotto in una quantità di altre entità “danzanti”, che gremiscono la scena dall’inizio alla fine. Si muovono simultaneamente come burattini sospesi a fili invisibili, si sorreggono l’un l’altro, premono e spingono, con scatti e sussulti che si traducono d’un tratto in gesti fluidi, “accompagnandosi” a vicenda. Un corpo di ballo che è al tempo stesso un’orchestra. Una raffigurazione scenica della musica, che con le sue melodie ineffabili esprime l’inesprimibile, incanta e sorprende. E sorprendere sarà il desiderio dell’autore stesso, lo scopo della sua ricerca, sullo spartito come nella scacchiera da gioco, altra sua passione.
Sonorità “spezzate”, captate come sintonizzandosi su reti radio misteriose, preludono al diffondersi delle arie più celebri del Maestro, cui la memoria di ciascuno fa eco, nel buio della sala. È il cosmo che procede dal caos iniziale, l’ordine armonioso in cui ci si ritrova, mantenendo intatta la voglia di perdersi, abbandonarsi, naufragare. In questa notte piena di stelle.
data di pubblicazione:11/03/2026
Il nostro voto: 
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