ISIDORO di e con Enrico Ianniello, regia di Pau Miró

ISIDORO di e con Enrico Ianniello, regia di Pau Miró

(Teatro Biondo – Palermo, 24/26 aprile 2026)

Liberamente tratto dal romanzo La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, questo monologo vivace e commovente racconta la tragedia dell’Irpinia – il terremoto del novembre 1980 – vista attraverso gli occhi di un ragazzino straordinario, capace di “urlafischiare”, e di farsi amare da tutti.

Ci sono tanti modi per raccontare una tragedia. Questa pièce sceglie di farlo attraverso la narrazione di un bimbo, inventore di una nuova lingua che va oltre le parole. Un bambino fuori dal comune. Prende in prestito il linguaggio degli animali, degli uccelli in particolare, quasi fosse un novello san Francesco in miniatura. Sceglie come migliore amico Alì, un merlo indiano dal nome esotico, compagno fedele oltre ogni ragionevole aspettativa di vita. Esprime e coltiva con gesti semplici il senso di fratellanza tra gli uomini, nella comunità come nel privato. All’interno del piccolo paese come al di là delle frontiere (Sifflotin, dal francese siffler, fischiare, uno dei tanti nomi cuciti addosso a lui). Suscitando in ogni occasione la sana meraviglia, quella che rinsalda i legami buoni e disarma persino le intenzioni più cattive.

La scena è umile e quasi spoglia, solo una seggiola di paglia e un quadrato di mattonelle intercambiabili che ricordano i tasselli di un puzzle o i pezzi di certe costruzioni per bambini. E un odore di paglia misto a polvere antica che giunge fino alla platea, a completare il “quadro”. Così appare la casa che rivive nei ricordi di lui, Isidoro. Una casa povera, dove l’unica ricchezza è la pasta modellata dalla madre, Stella Di Mare, generosa nelle dimensioni ed estrosa nelle forme. Nella “casa di pasta” – trasposizione realistica delle dimore delle fiabe – fioriscono “centrini di pasta, tende di pasta”, tagliatelle che vengono giù dal soffitto come i fili di un ricco lampadario. Tutto quanto “buono come il pane” e tutto quanto allegro, pieno di vita. Effervescente come l’acqua che il papà usava dentro al bidet, al mattino, per “energizzarsi” – curioso e colorito aneddoto che strappa il sorriso. Il ritratto è quello di un’infanzia felice, con un papà e una mamma che “ogni mattina si baciavano sulla bocca”, e tanta gente intorno, ad affollare i quarantasette metri quadrati calpestabili tra cucina soggiorno e camera da letto. Dove letti, tavolini e vasca da bagno, persino, fungevano da divani, sedie e poltrone. E si era felici.

Una casa piccola ma solida, “che nessuno la butta giù”, una casa piena di vita. Ma che dopo il boato, le scosse, i tuoni di quel ventitré novembre “che però il cielo era sereno e pareva già primavera”, viene inghiottita come tomba e quasi sparisce, come la strada che vi conduce (“per dove si va a casa mia?”). E si riduce a un cumulo di pietre, di mattonelle staccate, sbrecciate, ammassate l’una sull’altra come i corpi sotto le macerie, che le mani troppo piccole di un bambino non riescono a tirare fuori. Solo la voce, il fischio, unico filo per restare aggrappati alla vita. Per qualche ora soltanto, tutta la notte e fino a un’alba tardiva, come gli aiuti che giungeranno. E malgrado tutto, la voglia di continuare a cantare, e a cercare l’amore, ricordando gli insegnamenti del padre: “Chi non ha sofferto canticchia. Ma chi ha sofferto, figlio mio, CANTA!”

data di pubblicazione:26/04/2026


Il nostro voto:

L’INVERNO PIÙ DURO di Thordur Palsson – Netflix, 2026

L’INVERNO PIÙ DURO di Thordur Palsson – Netflix, 2026

Horror psicologico aggiunto di recente su piattaforma Netflix, compare attualmente tra i dieci film più visti e apprezzati. Inquietante e misterioso fino agli ultimi istanti, per la storia, l’ambientazione e le musiche, cattura e a tratti quasi ipnotizza lo spettatore.

Siamo in Islanda, a fine Ottocento. In un villaggio sperduto, nel cuore gelido di una natura inospitale. Qui, una stazione di pesca è gestita da una donna, Eva (interpretata da Odessa Young). Vedova malgrado la giovane età e “capobranco” in una piccola comunità di uomini, pescatori e marinai. Che lei cercherà di preservare, mantenere in vita, malgrado le avversità e la scarsità di cibo. Un evento improvviso spezza la staticità dello scenario. Occhi increduli, sgomenti, fissano un punto fermo all’orizzonte: è la sagoma di una barca incagliata sugli scogli, che lentamente affonda. Da quegli stessi occhi scaturiscono impulsi contrastanti. Uscire in mare, per soccorrere i naufraghi, e al tempo stesso, sulla terraferma, accendere fuochi per scaldarne i corpi, una volta messi in salvo. Oppure rimanere immobili, inerti, restare a guardare. Per timore di chi, venendo accolto, potrebbe sottrarre il poco nutrimento a disposizione, già insufficiente, segnando la propria fine.

È lo slancio dello spirito contro la carne (“Potremmo esserci noi là fuori!”), ed è la bestia che prende il sopravvento sull’uomo (“Ma non siamo noi!”). Tutto in un unico vortice, di coraggio e paura. Istanti infiniti, poi la scelta: gli “altri” dovranno morire. Loro, gli estranei, gli “stranieri”. Saranno abbandonati alle acque impietose e al loro destino.

Così si manifesta “l’inverno più duro”, che ci era stato annunciato. L’inverno, uno stato mentale più che una stagione. Duro, monolitico come un pezzo di ghiaccio, e irremovibile come una condanna a morte. Di contro, il titolo originale, The Damned, evocando la visione infernale dove il fuoco è protagonista assoluto, punta i riflettori sugli abitanti del villaggio e sulla loro dannazione, conseguente alla colpa. Il paesaggio, immortalato da una fotografia più che suggestiva, appare immacolato, limpido, tra la neve e l’azzurro quasi irreale del cielo del Nord. Ma l’innocenza è ormai perduta, e così pure la compattezza del gruppo, che giorno dopo giorno si sfalda, viene meno. Come le corde delle barche lasciate marcire a riva, o come la carne dei cadaveri in decomposizione, trascinati dalla corrente.

Il ritmo della narrazione è pesante, è lento. Di una lentezza funzionale all’attesa angosciosa di qualche orrenda rivelazione, che attinge alle leggende di quei luoghi, e al soprannaturale. “Guardati dal Draugr”, ripeterà una cantilena, cercando di esorcizzare il demone vendicatore, capace di insinuarsi nella mente di ciascuno e di infondervi la pazzia. Ma chi è veramente il Draugr? E soprattutto, esiste davvero? È fuori o dentro di noi? È l’incubo che alloggia nella mente di chi ha rinunciato alla propria umanità o una minaccia che giunge dall’esterno, qualcosa da combattere affinché non intacchi l’integrità, psichica e morale, del nostro essere? Nel dubbio, nella costante esitazione, mantenuta sino alle ultimissime scene, risiede l’anima del fantastico. Alla fine, il dénouement rivela una verità atroce. Dolorosa e incredibilmente struggente. Come una lingua sconosciuta, come una presenza nuova, disarmata e disarmante, uno sguardo autentico. E un grido disperato, riconosciuto per ciò che è realmente. Troppo tardi.

data di pubblicazione:14/04/2026


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MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE di Arthur Miller

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE di Arthur Miller

regia di Carlo Sciaccaluga; con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti, Michele De Paola, Giovanni Cannata, Riccardo Livermore, Silvia Biancalana, Sergio Basile, Andrea Nicolini, Giovanni Arezzo, Domenico Bravo, Eletta Del Castillo, Chiara Sarcona; Produzione Teatro Biondo Palermo

(Teatro Biondo – Palermo, 11/19 aprile 2026)

Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller debutta a Broadway nel 1949, nel cuore del boom economico del dopoguerra. Ma lungi dal trasmettere “sentimenti” positivi come ottimismo e fiducia nel futuro, l’opera mostra il “lato oscuro della luna”. E la competizione, in campo finanziario più che nello sport, la corsa al “successo”, a costo di ogni sacrificio, diventano una lunga marcia verso il patibolo.

Un progetto di vita comune “comprato a rate” è un progetto fallimentare. Così come un programma di crescita sociale – ciò che si dice “progresso” – basato sulla produttività di ciascuno è ugualmente destinato al fallimento. Questo, in sostanza, il messaggio dell’opera di Miller, in perfetta sintonia con l’epoca contemporanea, i “tempi moderni”.

Elementi apparentemente accessori della scenografia fanno la propria comparsa nel corso della rappresentazione. Sono l’indispensabile frigorifero domestico, sorta di nume tutelare di casa Loman oltre che marcatore di status, e l’incredibile magnetofono, “verità rivelata” ed esibita come una specie di ostensorio sulla scrivania del boss dell’azienda di New York. Volutamente “piazzati” in un angolo della scena ma ben visibili, emblematici di un’epoca, di una “prospettiva”.

Materia inumana e disumana, come disumanizzata è quella terra d’America, da Boston alla Florida, che il nostro Willy Loman, commesso viaggiatore, è costretto a percorrere in auto, malgrado l’età avanzata. Più di mille chilometri per più di dodici ore al dì. Pena l’esclusione dal lavoro, il disastro economico, la disgregazione fisica e morale della propria famiglia. Questo il dramma di Willy il venditore, dopo anni di duro lavoro che lo hanno reso “un tantino stanco”.

Di quest’uomo che non riesce più a fare fronte alle spese di gestione della casa, amministrate dalla moglie con equilibrio e assennatezza. Che non è più in grado di tenere dritto e saldo il volante dell’automobile su strada, idealmente il “timone” della famiglia. Che non è riuscito e non riesce a guidare i propri figli, il primogenito Biff soprattutto, verso una realizzazione personale, nella scelta di una professione come nelle condotte di vita. E che, assorbito dalle proprie ossessioni, non sa “farsi bastare” l’amore della propria sposa, Linda (una straordinaria Pia Lanciotti). Che da sempre lo ama per sé stesso, per ciò che lui è come uomo.

Alla domanda rivoltagli da altri – “Cosa sei?” – lui risponde “Io vendo”. Non con un nome, un’identità, ma con un verbo d’azione, che assimila l’essere ad una “operazione commerciale”. Con un unico “bagaglio”: un campionario di merce da cedere per ricavare denaro, o da barattare con un’illusione fugace (la giovane amante gli concederà i suoi favori in cambio di calze di nylon).

I volti delle comparse che sin dall’inizio si manifestano sulla scena, coperti da un panno di colore chiaro, rievocando i soggetti di certi dipinti – da Magritte a De Chirico – emergono come simulacro di questa umanità negata. Disumanità anonima, come anonimi e disumani sono la città, la strada, il condominio. In una visione che si percepisce attraverso lo sguardo del protagonista, proteso verso l’esterno reale, ma desideroso di guardare oltre, “altrove”. Verso gli olmi della casa del passato, verso un orto dove piantare carote. Verso le giungle dell’Africa o le gelide terre d’Alaska persino, là dove pare volerlo dirottare lo spettro del fratello Ben, partito tantissimi anni prima, a “fare fortuna”.

E il sogno americano evolve verso l’incubo, mentre passato e presente si intrecciano, come le diverse fasi della morte, sotto varie forme, nel corso della vita.

data di pubblicazione:12/04/2026


Il nostro voto:

STORIA DI UN CINGHIALE – Qualcosa su Riccardo III

STORIA DI UN CINGHIALE – Qualcosa su Riccardo III

scritto e diretto da Gabriel Calderón, con Francesco Montanari, scene Paolo Di Benedetto

(Teatro Biondo – Palermo, 08/12 aprile 2026)

(Teatro India – Roma, 22/26 aprile 2026)

Il lungo monologo di Francesco Montanari, diretto dal regista e drammaturgo uruguayano, reinterpreta il Riccardo III di Shakespeare in chiave moderna e personale. In un perenne parallelismo tra opera d’arte ed autobiografia, e fra teatro e vita.

L’attore, unico protagonista di questa pièce, coadiuvato appena da una scenografia palpitante e a tratti sbilenca, recita la parte di un attore. “Qualcuno” che rivendica il diritto di essere “qualcosa”. Dopo anni di estenuanti attese, finalmente un ruolo importante, degno di nota. Finalmente la possibilità di un riscatto, a lungo agognato, un riconoscimento pubblico, all’altezza del proprio talento. Sarà Riccardo III, ma non “l’originale”, quello nato dalla penna del celebre drammaturgo inglese. Poiché Shakespeare “è morto”, e con lui il “pentametro giambico” e l’impalcatura dei valori d’un tempo. Sarà “qualcosa” di simile o affine. Qualcosa di Riccardo III.

Bestia antropomorfa o piuttosto uomo dalle sembianze animalesche, sbuca dal sipario con la testa soltanto, come quei cervi impagliati appesi al muro, macabri trofei di caccia. Quindi si lancia sulla scena, con la voce e la gestualità invadente, dando in pasto alla platea uno charabia che egli stesso definisce “incomprensibile”. Duro da “masticare” e spesso indigesto, una sorta di “intossicazione da versi”.

Della compagnia teatrale che lo affianca e del regista che lo dirige, in questo modello perfetto di mise en abyme, non si vede traccia. Se non attraverso la stessa recitazione di lui, fatta di una mimica variegata e di voci diverse, in continuo sdoppiamento tra il proprio ruolo da protagonista-sovrano e le parti degli altri attori. Dalla regina Margherita con le sue solenni maledizioni alla madre dello stesso Riccardo, figlio aborrito. Parti invidiate (“Un attore ucciderebbe per un monologo come quello!”), quindi usurpate come si usurpa un trono, un regno, una corona.

E ancora si viaggia lungo i binari dell’analogia. Francesco, che racconta sé stesso, è un attore in una famiglia di chirurghi e istruttori di guida. Una “bestia rara” e ridicola, che non sapendo usare le proprie mani per dirigere gli altri o salvare vite, non può far altro che agitare i lunghi artigli, sotto una coltre di pelo disordinato e folto. Quasi un Minotauro esiliato tra le quinte di un teatro, all’ombra d’un palco, “gobbo, losco, torvo”, perso in un labirinto di parole febbrili e di inutili rime.

Cambiando pelle come un serpente, o mutando il mantello (le setole del cinghiale, animale con cui si identifica), Francesco l’attore è dominato dall’ira, dall’intolleranza e dal livore, frutto di sogni inappagati e di ambizioni irrisolte. Fino a collassare sotto il peso delle proprie zavorre, e spogliandosi di tutti gli orpelli, complice lo “spettatore pietoso”, ritrovare la nudità pura e semplice. E con essa l’umanità vera, che è l’essenza del teatro, quello autentico. Il resto è aneddoto, è storia.

data di pubblicazione:11/04/2026


Il nostro voto:

ROMEO E GIULIETTA regia di Franco Zeffirelli

ROMEO E GIULIETTA regia di Franco Zeffirelli

Netflix ripropone in catalogo il capolavoro di Franco Zeffirelli, trasposizione cinematografica della celebre tragedia di Shakespeare e grande successo internazionale.

Di Romeo e Giulietta conosciamo trasposizioni diverse, sia teatrali che cinematografiche, più o meno fedeli all’opera shakespeariana. Questa versione, o visione, firmata Franco Zeffirelli e risalente al 1968, oltre a fornire un esempio di perfezione formale, può dirsi “fedele”. Non soltanto al testo originale ma, aggiungerei, all’interpretazione che ne dà la critica più accreditata. Secondo la quale questa non sarebbe una vera tragedia, specie se messa a confronto con la storia di Otello e Desdemona, ad esempio. I due giovani, innamorati e sposi a dispetto del proprio nome, muoiono per la crudeltà del Fato, nutrita dall’odio degli uomini (“Dove sono questi nemici?!” – tuonerà il Principe di Verona). Ma non prima di aver realizzato il loro “desiderio d’amore”. E conosciuto l’amore stesso come dono di sé e insieme come fonte inesauribile (“Più te ne do, più mi sembra di possederne!”). Gli amanti vivono la pienezza, fino in fondo; destino che non è riservato a chiunque, su questa terra.

La famosa “scena del balcone” vede una giovanissima Olivia Hussey (sarà Maria nel Gesù di Nazareth dello stesso Zeffirelli) nel ruolo di Giulietta, capace di armonizzare con estrema naturalezza l’aspetto trasognato e l’ardore del sentimento che si svela. Senza finzioni, senza pudori. Mentre Romeo (Leonard Whiting) traduce l’impeto della passione nello slancio fisico, nel protendersi a più riprese verso di lei, oltre che negli sguardi smaniosi, “voraci”. I primi piani restituiscono intatta la limpidezza degli sguardi, e la trasparenza del sorriso, tanto più seducente quanto privo di malizia o di ricercata sdolcinatezza. Ed è subito poesia. Poesia che è data anche, in questo film, dalla splendida fotografia, dalla recitazione degli attori, impeccabile come la scenografia tutta. E dalle musiche di Nino Rota, struggenti, che da sole sanno suscitare emozioni e compassione autentica.

La voce narrante, quella del grande Vittorio Gassman, finisce per esaltare la commozione, che lo spettatore fa propria, con coinvolgimento pieno. L’alba livida della scena conclusiva sembra invadere lo spazio oltre lo schermo, spingersi fino alla mente e al cuore di chi ha visto e sentito. Testimone nei secoli. Perché, come recita il coro con i toni dell’addio, “mai storia fu più dolorosa di quella di Giulietta. E del suo Romeo”.

Da non perdere.

data di pubblicazione:07/04/2026