da Daniela Palumbo | Gen 29, 2026
di Giuseppe Montesano, con Toni Servillo, luci Claudio De Pace
(Teatro Biondo – Palermo, 28 gennaio/1 febbraio 2026)
Questo viaggio poetico e filosofico sceglie come stazione di partenza il teatro e conduce gli spettatori attraverso epoche distanti e diverse. A ciascuna sosta corrisponde un insieme di versi, accompagnati da una serie di riflessioni, mentre ad uno ad uno vengono evocati gli spiriti immortali di Baudelaire, di Dante e dei poeti greci. La destinazione ultima è un luogo ideale di bellezza autentica e di umanità vera, una fonte a cui attingere per salvarsi dalle brutture del mondo odierno.
Può un uomo solo, l’attore unico protagonista della scena, tenere il palco per oltre un’ora, catturando il pubblico, che rimane aggrappato a lui come al tronco d’un albero maestro in balìa dei venti? Riesce nell’impresa un magnifico Toni Servillo, con la sua singolare presenza sostenuta appena da un leggìo posto dinanzi, nella penombra rischiarata dalle luci dello sfondo, rosso sangue o azzurro cielo. Lo fa solcando i mari agitati delle passioni umane, oltre i limiti del tempo e dello spazio, declamando versi o recitando con toni pacati, accelerando o rallentando il ritmo, alternando il grave e l’acuto. Solo, ma non isolato, poiché in lui rivive la moltitudine dei propri simili, del passato e del presente (qui ed ora), mentre risuonano le voci perpetue dei Grandi e degli spiriti eletti. Ci conduce in un viaggio dentro la poesia, questa chimère attraente e temibile insieme, che si nutre tanto dell’eros quanto dell’istinto di morte e della sete di “nuovo”.
Come in un gioco di ombre cinesi, restituisce forma a quel “poeta maledetto”, che talora chiama per nome – Charles! – quasi un grido disperato verso un’anima sorella; altre volte, con un più distaccato “Monsieur Baudelaire”, in ossequio alla figura del maestro da interpellare e da cui avere responso. I versi dello “spleen” si rincorrono in una dizione volutamente trafelata, quasi una corsa contro il tempo e la sua tirannia, per concludersi con l’immagine, sapientemente attualizzata, dell’Angoscia che pianta vittoriosa il suo vessillo nero sul cranio dell’uomo.
La Speranza muore, così come è annunciato nella porta dell’Inferno dantesco (rievocati, tra gli altri, i versi Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate), e oggi più che mai messo in atto in quella “aiuola che ci fa tanto feroci” che è la Terra.
La gestualità dell’attore è ridotta all’essenziale, le espressioni del viso risultano pressoché impercettibili. Ma la voce è tutto, è corpo che si anima e prende vita, è pausa e respiro, sussulto e movimento. Talvolta è persino materializzazione di stati d’animo (la parola “noia”, pronunciata più volte, si espande in uno iato che ne dilata l’effetto a spirale).
Poi, sul finale, il registro cambia, si riaccendono le luci del teatro, si rischiarano palcoscenico e platea. Piantato come un vessillo sul proscenio, il leggìo avanza, conquista terreno. E lui, il sapiente “narratore”, erede di quel popolo greco che tanto investì nel teatro come fonte di liberazione emotiva, si fa più vicino, con il corpo e con lo stesso linguaggio, riservando al suo pubblico una disarmante sorpresa.
L’atmosfera si distende, e si dimenticano Inferno e Cielo (Enfer ou Ciel, qu’importe?), demoni e ombre, caverne e illusioni. Dei “tre modi per non morire” se ne custodisce uno, alla fine, che li riassume e li rappresenta. È lo scambio “amoroso”, di amore vero, tra le donne e gli uomini che sono in noi e nei quali noi tutti siamo, tutti viviamo.
data di pubblicazione:29/01/2026
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Dic 14, 2025
con Nello Mascia, Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani
(Teatro Biondo – Palermo, 13/21 dicembre 2025)
Adattamento di un testo drammaturgico di Italo Svevo, La rigenerazione vede protagonista un uomo ultrasettantenne in balìa di dubbi e incertezze che sfiorano la crisi d’identità. Malgrado la presenza costante della moglie Anna e di Emma, figlia devota, Giovanni Chierici si ritrova a fare i conti con un nuovo desiderio di vitalità e di ringiovanimento fisico e spirituale.
Il tema sempre attuale della ricerca dell’eterna giovinezza, in contrasto con la sopraggiunta coscienza della senilità, si fa spazio all’interno dello spazio scenico stesso, dove elementi statici – la poltrona, lo specchio – e dinamici – la porta, la finestra aperta sulla strada – si caricano di significati simbolici. Elemento di coesione e unità, il luogo entro cui si svolge l’intera rappresentazione è un ambiente unico (tutto avviene in un’unica stanza, dove si avvicendano i personaggi) in disarmonia con una percezione del tempo non sempre omogenea. È un tempo che si restringe e si dilata, cosicché un lutto “vecchio” di mesi suscita pianto e sconforto come se la perdita fosse appena avvenuta (è il caso di Emma, vedova di Valentino) e la precipitosa prospettiva di un nuovo legame coniugale è, in realtà, frutto di dieci anni di attesa (testimone ne è Biggioni, lo sfortunato spasimante). Ma è soprattutto il protagonista, l’anziano Giovanni Chierici, a mostrarci questa frammentazione del tempo, intermittente e sfilacciato come il ricordo. Vuoti di memoria, spesso motivo di comicità (e adesso? cosa dovevo fare adesso…), pretesto per una ripetizione che assume i tratti della litania (come si chiama lui? quello là…), si alternano a sovrapposizioni di identità e di epoche diverse. Così, il nome della cameriera Rita rievoca, per assonanza, “Margherita”, amore degli anni più verdi e donna dalla sensualità prorompente. Autentica apparizione, immagine onirica sulla scena improvvisamente buia, questa si muove come un’odalisca, paralizzando l’individuo e al tempo stesso risvegliando in lui un certo rimpianto. Ma sarà sufficiente una “operazione”, ultimo ritrovato della “medicina moderna”, a restituire virilità e vigore? A risolvere i dubbi, colmare il vuoto dell’esistenza, disciogliere nevrosi ed inquietudini… Come può l’uomo “rigenerare” sé stesso, anelando a un passato impossibile da trapiantare nel presente, o da innestare ad una realtà esistente e consolidata (il rapporto stabile e duraturo con la moglie Anna)? Il senso del tragico che da ciò deriva – stemperato dalla presenza sagace del protagonista, “padrone” indiscusso della scena – finirà per generare una nuova saggezza, che trasforma l’essere e l’ambiente a lui circostante. La “stanza”, abitacolo borghese trasfigurato in una sorta di Eden o paradiso perduto, alla fine mostra l’uomo posto di fronte alla sua reale condizione. Abdicando al ruolo di “giovine che fu” – e che mai più sarà – per accogliere quello di padre e nonno di un “fanciullo”, e di compagno della donna presa in sposa (con la sua totale assenza di gelosia e la sua propensione per le “bestie”), il nostro “eroe” non può che accettare il proprio destino. E attendere il “sipario”. Senza neppure un “ultimo bacio”.
data di pubblicazione:14/12/2025
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Nov 19, 2025
con Silvio Orlando, Blu Yoshimi, Francesca Botti, Francesco Brandi
(Teatro Biondo – Palermo, 18/23 novembre 2025)
I ciarlatani sono attori, commedianti; attori mancati in quanto interpreti fasulli di se stessi. Anna Velasco è una figlia d’arte che fatica a decollare tanto nel teatro quanto nella vita. Diego Fontana realizza serie “di successo”, destinate a un pubblico senza pretese. L’uno e l’altra, ispirandosi alla figura di Eusebio Velasco, padre di Anna e personaggio di spessore, cercheranno una via per dare un senso alla propria esistenza.
“Tutti mentono”, così esordisce la protagonista, Anna, nel monologo d’apertura, un racconto che funge da preludio a tutta la pièce. L’evento rivelatore, frammento di un passato lontano e oggetto della narrazione di lei, è un’eclissi solare. Congiuntura eccezionale che necessita di occhiali appositi. Protesi quasi farsesca, questi sono un filtro apparente attraverso cui la verità è svelata. Così, sin dall’inizio, comico e drammatico si mischiano.
Parallelamente, Diego il regista, sopravvissuto ad un incidente aereo, ci parla da una stanza d’ospedale. E con il suo occhio bendato mostra i segni del fulmine che gli ha “aperto lo sguardo” sul vero senso dell’arte e della vita.
Il talento multiforme di Silvio Orlando si presta ad incarnare personaggi differenti per età ed identità. Così, sulla scena, lui è padre e insieme bambino. Un padre morto e risuscitato all’occorrenza e un bambino prodigio di straordinaria saggezza. E bacchetta tanto l’attrice impostora che nel sogno si aggiudica un improbabile premio (la “statuina” del David di Donatello è riprodotta in versione gigantografia e mostra le terga!) quanto la “strega cattiva” che recita la propria parte in un teatrino per bambini. E che di “cattivo” ha solamente il modo di interpretare il personaggio.
E se il paradosso tipico del sogno e l’assurdo di certe situazioni si contendono il riso del pubblico in più d’una occasione, la poesia di alcune scene tocca corde intime, che nessuno, forse, osa scoprire. Un dialogo autentico tra due “persone” non solo personaggi, un semplice “come stai” (ma “come stai” davvero!), un abbraccio sincero. E se è vero – come afferma l’autore stesso in un intermezzo metateatrale – che ciascuno di noi è la “copia” di qualcun altro, il palcoscenico rivela allo spettatore che è possibile trovare un padre (“per finta”) in un barista d’eccezione, un amico in uno sconosciuto, un alter ego per transfert, o un’anima sorella.
data di pubblicazione:19/11/2025
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Nov 9, 2025
regia di Emilio Ajovalasit
(Teatro Atlante – Palermo, 8/9 novembre 2025)
Una ragazza, desiderosa di unirsi ad un gruppo di amiche ed amici, passa in rassegna i diversi capi del proprio guardaroba alla ricerca del “giusto outfit” per una festa. Il movimento frenetico dall’uno all’altro look – lasciapassare per l’integrazione – assume via via i tratti di una crisi di identità, qui correlata tanto al trasformismo teatrale quanto al processo di metamorfosi dell’Io.
Lo spettacolo di questa sera, annunciato e introdotto dalla viva voce del regista, è espressione di un teatro che nasce da “una necessità”. Ovvero “fare teatro” è dare spazio e respiro a qualcosa che si ha dentro e quasi spinge per uscire. Per lasciare che si manifesti e fare in modo che venga condiviso. Così, passando dall’indefinito alla forma, dal caos alla quieta armonia, su questo palco il soggetto rivela – o piuttosto “svela” – il suo essere crisalide senza più un involucro. Come pure esprime l’affannosa ricerca di una individualità definita. Dapprima attraverso “l’abito” e infine a prescindere da questo.
Presenza unica sulla scena, con un lungo monologo che a tratti simula lo scambio con un interlocutore “altro”, Miriam Palumbo “veste i panni” di Bianca, una donna giovanissima, sola ma traboccante di affetto (“Vi voglio bene!”: le parole con cui esordisce, quasi tremante). Disposta a spogliarsi di sé – e ansiosa di farlo, in una lotta simbolica contro il tempo – per aderire a un modello socialmente accettato.
Motivo ricorrente della tradizione anche cinematografica – che sia il “glow up” per mano di una “fata aiutante” o la conquista del perfetto look attraverso il convulso va e vieni dal camerino – il cambio d’abito può sembrare un gioco. Un gioco innocente come le bambole che alle bambine hanno insegnato a vestire. Buffo all’apparenza, come la goffa andatura su dei trampoli “a spillo”. Divertente, come certe battute che strappano il sorriso (la mise raffinata, da studiosa di filologia “romantica” si alterna al look aggressivo e fosco da patita di musica “trans”). Un gioco crudele, in realtà. Poiché richiede uno sforzo che snatura e falsifica, che deforma persino. Facendo della persona una caricatura di sé, o la copia di qualcun altro, o addirittura una pasta da modellare.
La “caccia all’abito” da indossare è al tempo stesso la ricerca di una “casa” da abitare. Ma la casa è “abitata”, a sua volta, da altre presenze o entità. Ora è infestata dagli spettri del passato, che hanno portato via con sé “pezzi di noi”, lasciandoci mutilati, seminudi. Ora è invasa dalle voci del presente, echi giudicanti impietosi (“Non sei come lei! Non sei abbastanza!”).
Al “centro” della scena – arredata con qualche vecchio mobile e un appendiabiti che funge talora da muto sostegno – una valigia, che rimane chiusa e misteriosa per gran parte della rappresentazione. Rivelandosi, alla fine, come fonte di pura saggezza; riscoperta di verità sepolte nella memoria personale e familiare. Una sorta di epifania, per ritrovare la via, rifiorire. E così, oltrepassando la soglia di ogni singola e limitante “dimora”, il messaggio, liberatorio come un canto spontaneo, si estende alla platea tutta. Su cui si irradia il sorriso di lei, Bianca/Miriam.
Eccezionale la prova di questa giovane interprete – che è anche autrice del testo, da lei stessa “concepito” -, per cinquanta minuti padrona assoluta della scena, del linguaggio e delle emozioni. Che vive insieme al suo pubblico.
data di pubblicazione:09/11/2025
Il nostro voto: 
da Daniela Palumbo | Ott 29, 2025
(Teatro Argentina – Roma, 28 ottobre/9 novembre 2025)
(Teatro Biondo – Palermo, 18/26 ottobre 2025)
La pièce conclude la trilogia ispirata ad alcune fiabe dello scrittore campano Giambattista Basile, ed è un libero adattamento di uno dei suoi “cunti”. Reduce da una battuta di caccia e in preda a un improvviso ed incontenibile bisogno fisiologico, re Carlo III, per pulirsi dopo l’evacuazione, decide di adoperare una gallina “dalle morbide piume” che giaceva in terra e che lui credeva morta. Errore fatale: questa, ancora viva, attraverso quel varco “proibito” e oscuro, si insinua dentro il suo corpo, prendendone possesso irrimediabilmente.
Carlo III d’Angiò, qui tristemente ribattezzato Re Chicchinella, è un sovrano. Possiede una corona, un mantello rosso e una sfilza di titoli da sciorinare. Ma il nome altisonante lascia il posto ad una buffa onomatopea. E su questo palcoscenico spoglio di orpelli e di suppellettili, il re è nudo. Coperto soltanto, dalla vita in giù, da un’ampia gonna a balze, che ricorda le ballerine di can can. I cortigiani invadono il palco, danzando, tra lustrini e paillettes, e la scena si apre allo spettacolo di un cabaret parigino, o meglio, alla sua parodia.
Francese e napoletano – lingue opposte e complementari -, così come passato e presente, si mischiano. In uno scambio di gesti, ora affettati ora istintivi, e di battute sagaci e insieme amare. Il tocco naïf è affidato ai due servitori, in calzamaglia intera color della pelle. Si mostrano anch’essi nudi, come il loro sovrano, che accudiscono sin dalle prime ore del giorno come fosse un bambino.
Il grottesco risiede in questa miscela di elementi visivi e narrativi – abilmente integrati all’interno di una scenografia originale e a tratti visionaria – in forte contrasto con il dramma della malattia e della morte incombente. Il re, cui per tradizione si addice la posa eretta e fiera, si ritrova qui accovacciato, piegato in avanti nel gesto di sottoporre alla vista altrui il proprio posteriore. Soggiogato dall’animale che credeva ormai inoffensivo, e che gli impone una metamorfosi degna di un bestiario medievale, Chicchinella sperimenta il disagio, la sofferenza, e anche il cinismo e l’avidità di coloro che lo circondano. Comprese la figlia e la consorte dai “nobili natali”.
Come nella celebre favola di Esopo, il re produce, dopo ogni pasto, delle uova d’oro. Divenute oggetto della cupidigia dei familiari. Ma in senso opposto rispetto alla versione originale, qui è proprio il protagonista a decidere di porre fine alla propria esistenza. Un ultimo tentativo da parte di uno dei tanti medici venuti apposta per visitare il suo “regale deretano”, e il re si accascia a terra privo di vita. È il momento più emozionante: sulle note struggenti della celebre aria di Händel – Lascia ch’io pianga -, si mette in atto l’estremo intervento per tentare di espellere la “creatura” dalle viscere del re. Con le mani nude di medici e infermiere, con le spinte vigorose, e alla fine, persino con un forcipe. Mentre si assiste a questa sorta di “parto al contrario” – parto fallito, che si chiude con l’inevitabile sacrificio umano -, la risata s’arresta e la platea quasi trattiene il respiro. Ci si commuove, per qualche momento, si prova compassione per l’uomo. Per poi tornare, ancora una volta, a ridere e a stupirsi, posando lo sguardo su di lui, “Sua Maestà/Sa Majestè”. In qualche modo e assurdamente redivivo.
data di pubblicazione:19/10/2025
Il nostro voto: 
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