di Giuseppe Montesano, con Toni Servillo, luci Claudio De Pace
(Teatro Biondo – Palermo, 28 gennaio/1 febbraio 2026)
Questo viaggio poetico e filosofico sceglie come stazione di partenza il teatro e conduce gli spettatori attraverso epoche distanti e diverse. A ciascuna sosta corrisponde un insieme di versi, accompagnati da una serie di riflessioni, mentre ad uno ad uno vengono evocati gli spiriti immortali di Baudelaire, di Dante e dei poeti greci. La destinazione ultima è un luogo ideale di bellezza autentica e di umanità vera, una fonte a cui attingere per salvarsi dalle brutture del mondo odierno.
Può un uomo solo, l’attore unico protagonista della scena, tenere il palco per oltre un’ora, catturando il pubblico, che rimane aggrappato a lui come al tronco d’un albero maestro in balìa dei venti? Riesce nell’impresa un magnifico Toni Servillo, con la sua singolare presenza sostenuta appena da un leggìo posto dinanzi, nella penombra rischiarata dalle luci dello sfondo, rosso sangue o azzurro cielo. Lo fa solcando i mari agitati delle passioni umane, oltre i limiti del tempo e dello spazio, declamando versi o recitando con toni pacati, accelerando o rallentando il ritmo, alternando il grave e l’acuto. Solo, ma non isolato, poiché in lui rivive la moltitudine dei propri simili, del passato e del presente (qui ed ora), mentre risuonano le voci perpetue dei Grandi e degli spiriti eletti. Ci conduce in un viaggio dentro la poesia, questa chimère attraente e temibile insieme, che si nutre tanto dell’eros quanto dell’istinto di morte e della sete di “nuovo”.
Come in un gioco di ombre cinesi, restituisce forma a quel “poeta maledetto”, che talora chiama per nome – Charles! – quasi un grido disperato verso un’anima sorella; altre volte, con un più distaccato “Monsieur Baudelaire”, in ossequio alla figura del maestro da interpellare e da cui avere responso. I versi dello “spleen” si rincorrono in una dizione volutamente trafelata, quasi una corsa contro il tempo e la sua tirannia, per concludersi con l’immagine, sapientemente attualizzata, dell’Angoscia che pianta vittoriosa il suo vessillo nero sul cranio dell’uomo.
La Speranza muore, così come è annunciato nella porta dell’Inferno dantesco (rievocati, tra gli altri, i versi Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate), e oggi più che mai messo in atto in quella “aiuola che ci fa tanto feroci” che è la Terra.
La gestualità dell’attore è ridotta all’essenziale, le espressioni del viso risultano pressoché impercettibili. Ma la voce è tutto, è corpo che si anima e prende vita, è pausa e respiro, sussulto e movimento. Talvolta è persino materializzazione di stati d’animo (la parola “noia”, pronunciata più volte, si espande in uno iato che ne dilata l’effetto a spirale).
Poi, sul finale, il registro cambia, si riaccendono le luci del teatro, si rischiarano palcoscenico e platea. Piantato come un vessillo sul proscenio, il leggìo avanza, conquista terreno. E lui, il sapiente “narratore”, erede di quel popolo greco che tanto investì nel teatro come fonte di liberazione emotiva, si fa più vicino, con il corpo e con lo stesso linguaggio, riservando al suo pubblico una disarmante sorpresa.
L’atmosfera si distende, e si dimenticano Inferno e Cielo (Enfer ou Ciel, qu’importe?), demoni e ombre, caverne e illusioni. Dei “tre modi per non morire” se ne custodisce uno, alla fine, che li riassume e li rappresenta. È lo scambio “amoroso”, di amore vero, tra le donne e gli uomini che sono in noi e nei quali noi tutti siamo, tutti viviamo.
data di pubblicazione:29/01/2026
Il nostro voto: 






Mi sa che hai superato te stessa! Commento, nella sua perfezione, esattamente corrispondente alla bellezza dello spettacolo teatrale.
Bellissima descrizione dello spettacolo teatrale, ti fa proprio sentire di essere accanto al palcoscenico e provare le emozioni dello spettatore.