(Teatro Argentina – Roma, 28 ottobre/9 novembre 2025)
(Teatro Biondo – Palermo, 18/26 ottobre 2025)
La pièce conclude la trilogia ispirata ad alcune fiabe dello scrittore campano Giambattista Basile, ed è un libero adattamento di uno dei suoi “cunti”. Reduce da una battuta di caccia e in preda a un improvviso ed incontenibile bisogno fisiologico, re Carlo III, per pulirsi dopo l’evacuazione, decide di adoperare una gallina “dalle morbide piume” che giaceva in terra e che lui credeva morta. Errore fatale: questa, ancora viva, attraverso quel varco “proibito” e oscuro, si insinua dentro il suo corpo, prendendone possesso irrimediabilmente.
Carlo III d’Angiò, qui tristemente ribattezzato Re Chicchinella, è un sovrano. Possiede una corona, un mantello rosso e una sfilza di titoli da sciorinare. Ma il nome altisonante lascia il posto ad una buffa onomatopea. E su questo palcoscenico spoglio di orpelli e di suppellettili, il re è nudo. Coperto soltanto, dalla vita in giù, da un’ampia gonna a balze, che ricorda le ballerine di can can. I cortigiani invadono il palco, danzando, tra lustrini e paillettes, e la scena si apre allo spettacolo di un cabaret parigino, o meglio, alla sua parodia.
Francese e napoletano – lingue opposte e complementari -, così come passato e presente, si mischiano. In uno scambio di gesti, ora affettati ora istintivi, e di battute sagaci e insieme amare. Il tocco naïf è affidato ai due servitori, in calzamaglia intera color della pelle. Si mostrano anch’essi nudi, come il loro sovrano, che accudiscono sin dalle prime ore del giorno come fosse un bambino.
Il grottesco risiede in questa miscela di elementi visivi e narrativi – abilmente integrati all’interno di una scenografia originale e a tratti visionaria – in forte contrasto con il dramma della malattia e della morte incombente. Il re, cui per tradizione si addice la posa eretta e fiera, si ritrova qui accovacciato, piegato in avanti nel gesto di sottoporre alla vista altrui il proprio posteriore. Soggiogato dall’animale che credeva ormai inoffensivo, e che gli impone una metamorfosi degna di un bestiario medievale, Chicchinella sperimenta il disagio, la sofferenza, e anche il cinismo e l’avidità di coloro che lo circondano. Comprese la figlia e la consorte dai “nobili natali”.
Come nella celebre favola di Esopo, il re produce, dopo ogni pasto, delle uova d’oro. Divenute oggetto della cupidigia dei familiari. Ma in senso opposto rispetto alla versione originale, qui è proprio il protagonista a decidere di porre fine alla propria esistenza. Un ultimo tentativo da parte di uno dei tanti medici venuti apposta per visitare il suo “regale deretano”, e il re si accascia a terra privo di vita. È il momento più emozionante: sulle note struggenti della celebre aria di Händel – Lascia ch’io pianga -, si mette in atto l’estremo intervento per tentare di espellere la “creatura” dalle viscere del re. Con le mani nude di medici e infermiere, con le spinte vigorose, e alla fine, persino con un forcipe. Mentre si assiste a questa sorta di “parto al contrario” – parto fallito, che si chiude con l’inevitabile sacrificio umano -, la risata s’arresta e la platea quasi trattiene il respiro. Ci si commuove, per qualche momento, si prova compassione per l’uomo. Per poi tornare, ancora una volta, a ridere e a stupirsi, posando lo sguardo su di lui, “Sua Maestà/Sa Majestè”. In qualche modo e assurdamente redivivo.
data di pubblicazione:19/10/2025
Il nostro voto: 







Puntuale e accattivante, la recensione coglie i punti salienti dell’opera teatrale e descrive, con maestria, le sensazioni ed emozioni provate in sala dal pubblico. Brava l’autrice.
Complimenti