RICCARDO III regia di Andrea Chiodi

RICCARDO III regia di Andrea Chiodi

con Maria Paiato e con Riccardo Bocci, Tommaso Cardarelli, Francesca Ciocchetti, Ludovica D’Auria, Giovanna Di Rauso, Giovanni Franzoni, Igor Horvat, Emiliano Masala, Cristiano Moioli, Lorenzo Vio, Carlotta Viscovo.

(Teatro Biondo – Palermo, 14/22 febbraio 2026)

Adattamento ad opera di Angela Dematté della tragedia storica di Shakespeare che narra la scalata al potere e la rovinosa caduta di Riccardo, duca di Gloucester e ultimo re Plantageneto. La conquista del trono avviene attraverso una serie di piani machiavellici e gesti crudeli, tra cui l’assassinio del fratello maggiore, e il “sacrificio” dei nipoti, eredi legittimi, rinchiusi nella Torre di Londra e poi uccisi.

Ora l’inverno del nostro scontento è diventata gloriosa estate sotto questo sole di York”, recita il celebre incipit dell’opera shakespeariana, fedelmente riprodotto nel monologo d’esordio. Ma il sole di York qui è solo un pallido riflesso delle luci della ribalta. Mentre tutt’intorno alla grande tavola ovale, unico arredo scenico – forse espressione figurata di un planisfero – è buio, oscuro come la cospirazione, onnipresente, che in ogni momento adombra il reale. Analogamente, appare evocativa la simbologia cromatica nei costumi di scena, che alterna il porpora o il violaceo di certe vesti regali al grigio “topo”- una sorta di “non colore” opaco e pressoché uniforme – degli abiti di Riccardo. A orchestrare il tutto – spostandosi da un’estremità all’altra del palcoscenico, balzando sulla sedia o sul tavolo come un jongleur istruito ad arte – una straordinaria Maria Paiato nei panni di Lui, perfetta incarnazione del villain del teatro elisabettiano. Quintessenza del Male, senza dubbio alcuno, ma un male dissimulato dietro un aspetto menomato, di cui l’incedere claudicante è il segno più manifesto. La disabilità, “disarmante” all’apparenza, unita a una fisionomia caricaturale e ad un’oratoria accattivante nel tono e nei vocaboli spesso fioriti, discosta il personaggio dal carattere mefistofelico che gli viene attribuito ora dall’uno ora dall’altro personaggio. Ciascuno con le proprie invettive o con le proprie lamentazioni, richiamando alla memoria tanto le forme del teatro politico quanto i lamenti funebri (prothesis) della tradizione greca.

Nel corso della rappresentazione, la scena si anima ora con suppliche accorate (commuove il mite Giorgio, incredulo di dover morire per volere del fratello “amato”) ora con spaventose maledizioni, che sono tanto quelle della vedova privata dello sposo quanto quelle della regina esiliata (Anna e Margherita, due donne che condividono un medesimo pathos). E lui, Riccardo, pacato e ironico, apparentemente monocorde nell’espressione delle proprie “emozioni”, lascia che il senso di rivalsa domini su qualsiasi altro sentire. Rivalsa sulla Natura ingannatrice che, facendolo zoppo e deforme, lo ha privato delle gioie dell’amore e finanche dell’amicizia di esseri umani e di animali persino (“i cani abbaiano se gli vado accanto”). Così come nei confronti della propria madre – la sua stessa genitrice – la quale, anch’ella, sin dal principio lo disconosce e lo ripudia come aborto del suo stesso ventre. Particolarmente significativa, a tal riguardo, è la scena d’apertura, in cui un Riccardo ancora bambino reclama a più riprese un nome nuovo e una diversa e più rilevante identità, di fronte alla madre che, algida e impassibile, gli nega l’uno e l’altro riconoscimento:

Come mi chiamerò IO quando sarò re?

Tu NON sarai re!

Dalle stesse note di regia si ricavano interrogativi lanciati allo spettatore come altrettante chiavi di lettura dell’opera: “Riccardo giocava da bambino? Era amato?”

Il sipario si apre e si chiude su un tavolo oblungo in primo piano, dove un corpo piccino – o rachitico – gioca alle giostre – o alla guerra – con cavallini finti e soldatini di piombo. Per poi finirvi lungo disteso, implorando di barattare un regno finto con un cavallo in carne ed ossa. E questo dà il senso che forse era cercato.

data di pubblicazione:15/02/2026


Il nostro voto:

KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

di Benedict Sanderson

Il film figura attualmente tra i più visti su piattaforma Netflix, dove è stato aggiunto di recente. Una ragazzina originaria dello Utah, di nome Elisabeth Smart, viene rapita alletà di quattordici anni, di notte, prelevata da uno sconosciuto nella sua stessa casa, nella sua stessa camera, che divide con la sorella minore, Mary Katherine. In questo documentario viene ripercorsa la storia di lei, e la storia di un’intera famiglia – la sua – profondamente segnata dal dramma, attraverso le voci dei protagonisti, dai propri cari agli investigatori del caso.

È un tema sempre molto doloroso quello che prende in esame, analizza, come sotto la lente d’ingrandimento di un investigatore, il crimine aborrito della violenza contro un minore. Nel caso particolare, quello che viene rievocato è un crimine – con rapimento, sevizie e violenze di ogni genere – ai danni di una ragazza appena adolescente, poco più che bambina. Da un lato, l’innocenza della fanciullezza, la freschezza spontanea degli anni più verdi, e l’intimità domestica, il calore familiare che le circonda, con l’intento di tutelarle e lasciarle fiorire. Dall’altro, il male assoluto, l’occulto, che penetra attraverso le mura di casa, violando spazi, immobilizzando corpi, neutralizzando pensieri e reazioni di ogni tipo. In questa rappresentazione, il Male, incarnato nella persona del “mostro”, un finto “profeta” mormone, è per lo più ridotto a un’ombra. Una sorta di macchia scura e informe che invade la stanza, e afferra la “prescelta” e la trascina via con sé, sotto gli occhi pietrificati della sorella più piccola. Lo spettatore si immedesima in quella creatura inerme, prima ancora che nella vittima, il proprio sguardo si fonde con quello di lei, e resta lì, impotente e col fiato sospeso. Come in ogni documentario che si rispetti, lo sguardo, evidenziato dai primissimi piani dei testimoni ripresi sotto luci e angolazioni diverse, svolge un ruolo di rilievo. Comunica ciò che le parole da sole non sono in grado di trasmettere, creando un legame empatico con chi guarda e ascolta, e amplificandone la suggestione emotiva. Interessante e particolarmente efficace si rivela la scelta di dare la precedenza a personaggi “altri”, ugualmente coinvolti anche se non in prima persona, come la sorella Mary o Ed, padre di Elisabeth, che qui compaiono per primi “sulla scena”. Scelta finalizzata ad accrescere l’attesa e con essa la tensione, in previsione di sentire la viva voce della vittima – ormai adulta e “consapevole” -, che solo in seguito prenderà la parola, raccontandosi. Proprio la voce costituisce il filo conduttore della storia, dall’evolversi delle prime ricerche alle supposizioni successive e alle ultimissime indagini. Nel buio della camera dove Elisabeth viene rapita, tutto ciò che la sorellina (lì presente benché paralizzata dalla paura) è in grado di cogliere è proprio una voce. Nulla di più. Un’entità astratta, inconsistente, quasi smaterializzata, da ricomporre faticosamente nella memoria per individuare il colpevole (arduo compito per una bambina!). Prima ancora di compatire la vittima per le violenze subite, oltre che per il senso di vergogna da lei stessa provato e per lo strazio della separazione (“Avrei fatto di tutto per scappare!”), lo spettatore condivide angoscia e patimento con coloro che hanno vissuto il calvario dell’incertezza, della sofferenza, dell’attesa senza fine. E soffre con loro.

La mappatura degli indizi e dei sospetti – dalla sedia appoggiata al muro sotto la finestra della camera all’identikit riprodotto su carta con le fattezze dell’uomo misterioso – si configura sempre più come una sorta di gioco crudele, a metà strada tra una macabra caccia al tesoro e una serie di enigmi da decriptare. In un tale contesto, l’impresa più difficile è sicuramente cercare di entrare nei recessi della mente criminale, scovarne le tortuosità al fine di poterle aggirare, come sarà rivelato in una delle battute finali e risolutive (“Tu lo dici”).

Raziocinio e istinto di sopravvivenza: chi giunge a salvare sé stesso impara a salvare altre vite umane. Oggi Elisabeth è un’attivista per la sicurezza dei bambini che lavora e si adopera in difesa delle persone scomparse.

data di pubblicazione:31/01/2026

TRE MODI PER NON MORIRE – Baudelaire, Dante, i Greci

TRE MODI PER NON MORIRE – Baudelaire, Dante, i Greci

di Giuseppe Montesano, con Toni Servillo, luci Claudio De Pace

(Teatro Biondo – Palermo, 28 gennaio/1 febbraio 2026)

Questo viaggio poetico e filosofico sceglie come stazione di partenza il teatro e conduce gli spettatori attraverso epoche distanti e diverse. A ciascuna sosta corrisponde un insieme di versi, accompagnati da una serie di riflessioni, mentre ad uno ad uno vengono evocati gli spiriti immortali di Baudelaire, di Dante e dei poeti greci. La destinazione ultima è un luogo ideale di bellezza autentica e di umanità vera, una fonte a cui attingere per salvarsi dalle brutture del mondo odierno.

Può un uomo solo, l’attore unico protagonista della scena, tenere il palco per oltre un’ora, catturando il pubblico, che rimane aggrappato a lui come al tronco d’un albero maestro in balìa dei venti? Riesce nell’impresa un magnifico Toni Servillo, con la sua singolare presenza sostenuta appena da un leggìo posto dinanzi, nella penombra rischiarata dalle luci dello sfondo, rosso sangue o azzurro cielo. Lo fa solcando i mari agitati delle passioni umane, oltre i limiti del tempo e dello spazio, declamando versi o recitando con toni pacati, accelerando o rallentando il ritmo, alternando il grave e l’acuto. Solo, ma non isolato, poiché in lui rivive la moltitudine dei propri simili, del passato e del presente (qui ed ora), mentre risuonano le voci perpetue dei Grandi e degli spiriti eletti. Ci conduce in un viaggio dentro la poesia, questa chimère attraente e temibile insieme, che si nutre tanto dell’eros quanto dell’istinto di morte e della sete di “nuovo”.

Come in un gioco di ombre cinesi, restituisce forma a quel “poeta maledetto”, che talora chiama per nome – Charles! – quasi un grido disperato verso un’anima sorella; altre volte, con un più distaccato “Monsieur Baudelaire”, in ossequio alla figura del maestro da interpellare e da cui avere responso. I versi dello “spleen” si rincorrono in una dizione volutamente trafelata, quasi una corsa contro il tempo e la sua tirannia, per concludersi con l’immagine, sapientemente attualizzata, dell’Angoscia che pianta vittoriosa il suo vessillo nero sul cranio dell’uomo.

La Speranza muore, così come è annunciato nella porta dell’Inferno dantesco (rievocati, tra gli altri, i versi Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate), e oggi più che mai messo in atto in quella “aiuola che ci fa tanto feroci” che è la Terra.

La gestualità dell’attore è ridotta all’essenziale, le espressioni del viso risultano pressoché impercettibili. Ma la voce è tutto, è corpo che si anima e prende vita, è pausa e respiro, sussulto e movimento. Talvolta è persino materializzazione di stati d’animo (la parola “noia”, pronunciata più volte, si espande in uno iato che ne dilata l’effetto a spirale).

Poi, sul finale, il registro cambia, si riaccendono le luci del teatro, si rischiarano palcoscenico e platea. Piantato come un vessillo sul proscenio, il leggìo avanza, conquista terreno. E lui, il sapiente “narratore”, erede di quel popolo greco che tanto investì nel teatro come fonte di liberazione emotiva, si fa più vicino, con il corpo e con lo stesso linguaggio, riservando al suo pubblico una disarmante sorpresa.

L’atmosfera si distende, e si dimenticano Inferno e Cielo (Enfer ou Ciel, qu’importe?), demoni e ombre, caverne e illusioni. Dei “tre modi per non morire” se ne custodisce uno, alla fine, che li riassume e li rappresenta. È lo scambio “amoroso”, di amore vero, tra le donne e gli uomini che sono in noi e nei quali noi tutti siamo, tutti viviamo.

data di pubblicazione:29/01/2026


Il nostro voto:

LA RIGENERAZIONE regia di Valerio Santoro

LA RIGENERAZIONE regia di Valerio Santoro

con Nello Mascia, Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani

(Teatro Biondo – Palermo, 13/21 dicembre 2025)

Adattamento di un testo drammaturgico di Italo Svevo, La rigenerazione vede protagonista un uomo ultrasettantenne in balìa di dubbi e incertezze che sfiorano la crisi d’identità. Malgrado la presenza costante della moglie Anna e di Emma, figlia devota, Giovanni Chierici si ritrova a fare i conti con un nuovo desiderio di vitalità e di ringiovanimento fisico e spirituale.

Il tema sempre attuale della ricerca dell’eterna giovinezza, in contrasto con la sopraggiunta coscienza della senilità, si fa spazio all’interno dello spazio scenico stesso, dove elementi statici – la poltrona, lo specchio – e dinamici – la porta, la finestra aperta sulla strada – si caricano di significati simbolici. Elemento di coesione e unità, il luogo entro cui si svolge l’intera rappresentazione è un ambiente unico (tutto avviene in un’unica stanza, dove si avvicendano i personaggi) in disarmonia con una percezione del tempo non sempre omogenea. È un tempo che si restringe e si dilata, cosicché un lutto “vecchio” di mesi suscita pianto e sconforto come se la perdita fosse appena avvenuta (è il caso di Emma, vedova di Valentino) e la precipitosa prospettiva di un nuovo legame coniugale è, in realtà, frutto di dieci anni di attesa (testimone ne è Biggioni, lo sfortunato spasimante). Ma è soprattutto il protagonista, l’anziano Giovanni Chierici, a mostrarci questa frammentazione del tempo, intermittente e sfilacciato come il ricordo. Vuoti di memoria, spesso motivo di comicità (e adesso? cosa dovevo fare adesso…), pretesto per una ripetizione che assume i tratti della litania (come si chiama lui? quello là…), si alternano a sovrapposizioni di identità e di epoche diverse. Così, il nome della cameriera Rita rievoca, per assonanza, “Margherita”, amore degli anni più verdi e donna dalla sensualità prorompente. Autentica apparizione, immagine onirica sulla scena improvvisamente buia, questa si muove come un’odalisca, paralizzando l’individuo e al tempo stesso risvegliando in lui un certo rimpianto. Ma sarà sufficiente una “operazione”, ultimo ritrovato della “medicina moderna”, a restituire virilità e vigore? A risolvere i dubbi, colmare il vuoto dell’esistenza, disciogliere nevrosi ed inquietudini… Come può l’uomo “rigenerare” sé stesso, anelando a un passato impossibile da trapiantare nel presente, o da innestare ad una realtà esistente e consolidata (il rapporto stabile e duraturo con la moglie Anna)? Il senso del tragico che da ciò deriva – stemperato dalla presenza sagace del protagonista, “padrone” indiscusso della scena – finirà per generare una nuova saggezza, che trasforma l’essere e l’ambiente a lui circostante. La “stanza”, abitacolo borghese trasfigurato in una sorta di Eden o paradiso perduto, alla fine mostra l’uomo posto di fronte alla sua reale condizione. Abdicando al ruolo di “giovine che fu” – e che mai più sarà – per accogliere quello di padre e nonno di un “fanciullo”, e di compagno della donna presa in sposa (con la sua totale assenza di gelosia e la sua propensione per le “bestie”), il nostro “eroe” non può che accettare il proprio destino. E attendere il “sipario”. Senza neppure un “ultimo bacio”.

data di pubblicazione:14/12/2025


Il nostro voto:

CIARLATANI testo e regia di Pablo Remon

CIARLATANI testo e regia di Pablo Remon

con Silvio Orlando, Blu Yoshimi, Francesca Botti, Francesco Brandi

(Teatro Biondo – Palermo, 18/23 novembre 2025)

I ciarlatani sono attori, commedianti; attori mancati in quanto interpreti fasulli di se stessi. Anna Velasco è una figlia d’arte che fatica a decollare tanto nel teatro quanto nella vita. Diego Fontana realizza serie “di successo”, destinate a un pubblico senza pretese. L’uno e l’altra, ispirandosi alla figura di Eusebio Velasco, padre di Anna e personaggio di spessore, cercheranno una via per dare un senso alla propria esistenza. 

Tutti mentono”, così esordisce la protagonista, Anna, nel monologo d’apertura, un racconto che funge da preludio a tutta la pièce. L’evento rivelatore, frammento di un passato lontano e oggetto della narrazione di lei, è un’eclissi solare. Congiuntura eccezionale che necessita di occhiali appositi. Protesi quasi farsesca, questi sono un filtro apparente attraverso cui la verità è svelata. Così, sin dall’inizio, comico e drammatico si mischiano.

Parallelamente, Diego il regista, sopravvissuto ad un incidente aereo, ci parla da una stanza d’ospedale. E con il suo occhio bendato mostra i segni del fulmine che gli ha “aperto lo sguardo” sul vero senso dell’arte e della vita.

Il talento multiforme di Silvio Orlando si presta ad incarnare personaggi differenti per età ed identità. Così, sulla scena, lui è padre e insieme bambino. Un padre morto e risuscitato all’occorrenza e un bambino prodigio di straordinaria saggezza. E bacchetta tanto l’attrice impostora che nel sogno si aggiudica un improbabile premio (la “statuina” del David di Donatello è riprodotta in versione gigantografia e mostra le terga!) quanto la “strega cattiva” che recita la propria parte in un teatrino per bambini. E che di “cattivo” ha solamente il modo di interpretare il personaggio.

E se il paradosso tipico del sogno e l’assurdo di certe situazioni si contendono il riso del pubblico in più d’una occasione, la poesia di alcune scene tocca corde intime, che nessuno, forse, osa scoprire. Un dialogo autentico tra due “persone” non solo personaggi, un semplice “come stai” (ma “come stai” davvero!), un abbraccio sincero. E se è vero – come afferma l’autore stesso in un intermezzo metateatrale – che ciascuno di noi è la “copia” di qualcun altro, il palcoscenico rivela allo spettatore che è possibile trovare un padre (“per finta”) in un barista d’eccezione, un amico in uno sconosciuto, un alter ego per transfert, o un’anima sorella.

data di pubblicazione:19/11/2025


Il nostro voto: