aiuto regia Federico Punzi, testi di Beatrice Piscopo, con Raquel Romeo, Silvia Trigona, Martina Cassenti, Irene Manno, Tommaso Gioietta, Alessia Roccaforte e con musiche eseguite dal vivo da Alfonso Moscato e Fabiano Di Majo
(Teatro Don Bosco Ranchibile – Palermo, 21 febbraio 2026)
Il tema è scomodo, è duro, inospitale. Ma necessario. E quantomai attuale. Tocca corde dolenti, scorre lungo vene per metà ostruite da placche di silenzio, preme sui lividi della memoria della storia antica e recente, e del quotidiano. La rappresentazione passa in rassegna le storie brevi (troppo brevi) delle donne vittime di abusi e uccise per mano di chi non può dirsi “uomo”. Mette in scena Lei, nuda e cruda e senza pudori né riserve: la Violenza.
La mano del regista, Ugo Bentivegna, affiancato da Federico Punzi, si muove abilmente su una partitura complessa, fatta di sonorità diverse, di chiaroscuri, di movimenti – catartici o esiziali – spesso ambivalenti ma sempre riconducibili ad una stessa realtà di sopraffazione. Dirige i suoi artisti – e le interpreti, protagoniste di ieri e di oggi – in una serie di dialoghi e di monologhi “toccanti”. Questi compaiono, affiorano, ora amplificati da immagini riprodotte su grande schermo ora smorzati dall’arpeggio di una chitarra, o dal lamento di un violoncello, mentre la voce sinuosa di Raquel Romeo intona piano un canto consolatorio. Raccontano storie, anche attraverso il corpo e le sue movenze (straordinario il contributo della danzatrice e coreografa Irene Manno).
La valigia dell’attore (questo il nome della compagnia) questa sera si apre come una ferita su quanto di più sordido e disumano (il non umano, il Non Uomo) la nostra società abbia conosciuto, e ancora conosce. E tira fuori, brutalmente, i “panni sporchi” di un aberrante viaggio, su un palcoscenico che deborda fino a lambire le file della platea, interamente rapita. Questo bagaglio massiccio, pesante al punto da gravare sulle coscienze, si dilata progressivamente come una bocca spalancata, in un urlo che diventa quasi insostenibile.
Il linguaggio è volutamente aspro, per nulla edulcorato (una nota di merito a Beatrice Piscopo, autrice di testi “coraggiosi”), e non concede attenuazioni né attenuanti. Il possesso, il controllo del corpo altrui è violenza. La manipolazione che sfrutta le fragilità e il “bisogno” è violenza (“Senza il suo sguardo, io non esisto!” – dirà Agatina). La colpevolizzazione a monte (“Togli la canottiera e metti il reggiseno che ti ho comprato”) è violenza. E questa violenza viene messa in scena senza filtri, gettata lì, scaraventata contro ogni singolo spettatore. Si mostra in tutta la sua “integralità menomata” (la mano criminale schiaffeggia il vuoto apparente, la guancia colpita si rivolta indietro quasi per opera di una forza invisibile), che sia una tragica pantomima o una sorta di danza macabra. All’apparenza i corpi non si toccano, ma solo perché siano visibili con maggiore evidenza, come sotto una lente d’ingrandimento, su un ipotetico tavolo di vivisezione, gli effetti concreti della furia, spesso omicida.
Che nessuno dica “non ho visto, non sapevo” è l’auspicio e insieme l’obiettivo che sembra porsi questo progetto teatrale, dove nessun elemento è lasciato al caso: musiche e immagini, parole e luci. E persino uno struggente ed allusivo “sound of silence”.
data di pubblicazione:22/02/2026
Il nostro voto: 







Quando il teatro non si sottrae al suo compito di mettere in scena la creudenza della realtà. Bella recensione che prepara o conclude la visione dello spettacolo senza intervenire in modo eccessivo o al contrario troppo evanescente