KIDNAPPED: IL CASO ELISABETH SMART – Documentario Netflix, 2026

(Foto privata)

di Benedict Sanderson

Il film figura attualmente tra i più visti su piattaforma Netflix, dove è stato aggiunto di recente. Una ragazzina originaria dello Utah, di nome Elisabeth Smart, viene rapita alletà di quattordici anni, di notte, prelevata da uno sconosciuto nella sua stessa casa, nella sua stessa camera, che divide con la sorella minore, Mary Katherine. In questo documentario viene ripercorsa la storia di lei, e la storia di un’intera famiglia – la sua – profondamente segnata dal dramma, attraverso le voci dei protagonisti, dai propri cari agli investigatori del caso.

È un tema sempre molto doloroso quello che prende in esame, analizza, come sotto la lente d’ingrandimento di un investigatore, il crimine aborrito della violenza contro un minore. Nel caso particolare, quello che viene rievocato è un crimine – con rapimento, sevizie e violenze di ogni genere – ai danni di una ragazza appena adolescente, poco più che bambina. Da un lato, l’innocenza della fanciullezza, la freschezza spontanea degli anni più verdi, e l’intimità domestica, il calore familiare che le circonda, con l’intento di tutelarle e lasciarle fiorire. Dall’altro, il male assoluto, l’occulto, che penetra attraverso le mura di casa, violando spazi, immobilizzando corpi, neutralizzando pensieri e reazioni di ogni tipo. In questa rappresentazione, il Male, incarnato nella persona del “mostro”, un finto “profeta” mormone, è per lo più ridotto a un’ombra. Una sorta di macchia scura e informe che invade la stanza, e afferra la “prescelta” e la trascina via con sé, sotto gli occhi pietrificati della sorella più piccola. Lo spettatore si immedesima in quella creatura inerme, prima ancora che nella vittima, il proprio sguardo si fonde con quello di lei, e resta lì, impotente e col fiato sospeso. Come in ogni documentario che si rispetti, lo sguardo, evidenziato dai primissimi piani dei testimoni ripresi sotto luci e angolazioni diverse, svolge un ruolo di rilievo. Comunica ciò che le parole da sole non sono in grado di trasmettere, creando un legame empatico con chi guarda e ascolta, e amplificandone la suggestione emotiva. Interessante e particolarmente efficace si rivela la scelta di dare la precedenza a personaggi “altri”, ugualmente coinvolti anche se non in prima persona, come la sorella Mary o Ed, padre di Elisabeth, che qui compaiono per primi “sulla scena”. Scelta finalizzata ad accrescere l’attesa e con essa la tensione, in previsione di sentire la viva voce della vittima – ormai adulta e “consapevole” -, che solo in seguito prenderà la parola, raccontandosi. Proprio la voce costituisce il filo conduttore della storia, dall’evolversi delle prime ricerche alle supposizioni successive e alle ultimissime indagini. Nel buio della camera dove Elisabeth viene rapita, tutto ciò che la sorellina (lì presente benché paralizzata dalla paura) è in grado di cogliere è proprio una voce. Nulla di più. Un’entità astratta, inconsistente, quasi smaterializzata, da ricomporre faticosamente nella memoria per individuare il colpevole (arduo compito per una bambina!). Prima ancora di compatire la vittima per le violenze subite, oltre che per il senso di vergogna da lei stessa provato e per lo strazio della separazione (“Avrei fatto di tutto per scappare!”), lo spettatore condivide angoscia e patimento con coloro che hanno vissuto il calvario dell’incertezza, della sofferenza, dell’attesa senza fine. E soffre con loro.

La mappatura degli indizi e dei sospetti – dalla sedia appoggiata al muro sotto la finestra della camera all’identikit riprodotto su carta con le fattezze dell’uomo misterioso – si configura sempre più come una sorta di gioco crudele, a metà strada tra una macabra caccia al tesoro e una serie di enigmi da decriptare. In un tale contesto, l’impresa più difficile è sicuramente cercare di entrare nei recessi della mente criminale, scovarne le tortuosità al fine di poterle aggirare, come sarà rivelato in una delle battute finali e risolutive (“Tu lo dici”).

Raziocinio e istinto di sopravvivenza: chi giunge a salvare sé stesso impara a salvare altre vite umane. Oggi Elisabeth è un’attivista per la sicurezza dei bambini che lavora e si adopera in difesa delle persone scomparse.

data di pubblicazione:31/01/2026

1 commento

  1. …..il focus sulla voce e sul punto di vista della sorellina rende il racconto super coinvolgente e ti resta addosso. Grazie

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