Munir è uno scrittore arabo esiliato da anni in Germania. L’unico contatto che gli rimane con il suo paese è attraverso le telefonate con la madre che soffre di demenza e pertanto neanche lo riconosce. A seguito di frequenti attacchi di panico, su suggerimento del suo medico, si allontana da Amburgo per una breve vacanza su un’isola sperduta al nord. In verità nel bagaglio porta con sé una pistola per porre fine alla sua vita. L’incontro con la donna che lo ospita nella sua guest house cambierà radicalmente il suo destino…
Ameer Fakher Eldin è un regista nato in Ucraina, ma di origini siriane. Oramai tedesco per naturalizzazione con Yunan, suo secondo lungometraggio, ritorna alle sue tematiche che riguardano il mondo arabo in generale e la ricerca di una propria identità da parte di chi è andato forzatamente in esilio. Munir, interpretato dall’attore libanese Georges Khabbaz, mostra una palese insoddisfazione per la sua vita, inevitabilmente lontana dalla sua casa e dai suoi affetti. Nella sua mente riecheggiano i racconti della madre, racconti che non si stancava mai di ascoltare e che ora si ripetono all’infinito come un mantra. Lui stesso lavora con l’immaginazione e si ritrova testimone di una coppia di pastori che vivono isolati e che non riescono più a comunicare.
L’uomo ignora le attenzioni della moglie perché, seguendo la narrazione, non può esprimersi non avendo una bocca, un naso e neanche le orecchie. Ovviamente si tratta di una metafora che il protagonista fa sua per descrivere lo stato d’animo di un uomo isolato nel nulla e privato di qualsiasi manifestazione d’amore. Quando ormai sembra tutto perduto, lo scrittore sentirà la solidarietà di Valeska (Hanna Schygulla), un’anziana donna che vive con il figlio e che con la sua semplicità e con le sue piccole attenzioni gli darà una nuova speranza. Il regista vuole parlare di un ritorno al luogo d’origine ma in effetti, nel suo caso, si tratta di attraversare un confine simbolico verso una patria che vive solo nella sua immaginazione. Un film fatto di gesti semplici e di sentimenti delicati, di una lotta senza fine per un futuro incerto e un profondo rammarico per ciò che si è lasciato dietro. In cerca di posti incontaminati, molte scene sono state girate nella campagna pugliese che sembrava evocare paesaggi biblici.
La sostanza del film sta proprio nell’indagare cosa rimane di una persona quando si sente persa e fino a quando il contatto umano potrà ancora esserle d’aiuto. Yunan esplora il non detto e i silenzi che si è costretti a lasciarsi dietro quando si abbandona il luogo d’origine. Per il protagonista ritirarsi su quell’isola remota sarà come avventurarsi fino ai confini del mondo per ritrovare in sé un percorso di rinascita e di resurrezione. Tutto quello che accade nel film rimane nel piccolo, in movimenti impercettibili che alimentano il suo isolamento nel modo di osservare la vita.
Il film, presentato in concorso alla Berlinale di quest’anno, non ha ottenuto alcun riconoscimento, nonostante le aspettative da parte del pubblico e della critica presente.
data di pubblicazione: 9/08/2025
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