regia di Danilo Capezzani
(Teatro della Città di Roma/Teatro Greco – Roma, 3/8 febbraio 2026)
Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, smette i panni del commediante e diventa il personaggio di un dramma che ne ripercorre la vita artistica e i tormenti privati. La drammaturgia di Maria Teresa Berardelli si stacca con originalità dal solco biografico tracciato da Bulgakov e Fausto Paravidino ne fa un capolavoro interpretativo. Accanto a lui sul palco Barbara Giordano e Aurora Spreafico nei ruoli fissi delle attrici-amanti Madeline e Armande. In tutti gli altri ruoli la bravura cangiante di Paolo Faroni, Diego Giangrasso e Paolo Madonna. Una produzione della Compagnia Mauri Sturno e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
Ridurre uno scrittore al silenzio è decretarne la morte. Il prologo risuona come un monito brutale, introducendo lo spettatore nel cuore di una narrazione che fonde due epoche e due destini. L’opera, liberamente ispirata al romanzo di Michail Bulgakov Vita del signor de Molière scritto nella Russia sovietica degli anni Trenta, non è solo un omaggio al drammaturgo francese, ma un grido di resistenza artistica. Bulgakov avvertiva vicino al suo il destino che aveva colpito Molière. Le affinità tra i due autori sono infatti diverse. Il difficile rapporto con il potere che, invece di proteggere, concedeva spazio solo per soddisfazione egoistica o propaganda. Da questo le battaglie estenuanti contro la censura. E ancora il bigottismo e l’invidia di una società di omuncoli, sempre pronta a interferire con il loro lavoro. Ma li faceva somigliare anche la dedizione totale al teatro che era, allo stesso tempo, ragione di vita e condanna.
Il lavoro drammaturgico di Maria Teresa Berardelli compie un lavoro eccellente. Se l’ossatura narrativa rimane ancorata alla biografia di Bulgakov – seguendo Molière dall’adolescenza ribelle rispetto al padre, che lo voleva tappezziere come lui, alla morte, avvenuta emblematicamente durante la recita de Il malato immaginario – il testo si stacca dall’originale per approdare a un racconto stratificato e moderno. L’ambientazione barocca della corte del Re Sole viene sostituita da una contemporaneità scarna. Si concentra sul triangolo affettivo e scandaloso tra Molière, Madeline e Armande (presunta figlia del commediante), che perde però i merletti del passato per mostrare la carne viva di un sentimento che sfida le convenzioni sociali.
La regia di Danilo Capezzani abbatte ogni barriera. Le quinte sono assenti e lo spettatore si trova davanti allo scheletro nudo di un palcoscenico in allestimento. La quarta parete è abbattuta: lo spazio privato e sacro del dietro le quinte viene continuamente invaso da personaggi che entrano e escono dalla platea. È una scelta scenografica non solo estetica, ma funzionale a mettere in evidenza le ingerenze esterne che hanno avvelenato il lavoro dell’artista. E soprattutto riflette il programma didattico di Molière e della recitazione di Paravidino: la ricerca della verità dei sentimenti umani.
In questa sala prove di un teatro ancora non aperto al pubblico, dove le luci disegnano ambienti che mutano con il ritmo serrato delle scene, la vita degli attori si mescola infatti agli impegni del mestiere. È un teatro che mostra i suoi meccanismi, i suoi dubbi e i suoi attriti, rifiutando lo sfarzo delle false prospettive per abbracciare l’essenza dell’essere umano.
Il Re, figura ambigua e imperante, sembra difendere il genio ma non lo difende mai davvero. Lo lascia da solo contro La cabala dei bigotti e l’invidia dei mediocri. Il testo attinge anche al dramma bulgakoviano del 1929, evocando l’oscurità dei camerini e lo scandalo pubblico. Evidente perfino nella citazione finale dei medici che circondano il commediante moribondo, ormai alla sua ultima apparizione sulla scena.
Lo spettacolo è così un giardino di tracce narrative dove la letteratura classica (si attinge anche a L’Avaro e a Il Malato immaginario) si intreccia a una ricerca biografica rigorosa. Ne esce un Molière dal carattere difficile, ma determinato e profondamente umano. Un’opera che ci ricorda come, nonostante le ingerenze del potere e la mano pesante della censura e delle malelingue, la verità dell’arte sia l’unica forza capace di sopravvivere al tempo.
data di pubblicazione:08/02/2026
Il nostro voto: 







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