da Rossano Giuppa | Ago 31, 2019
(76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia)
Una personale e profonda evoluzione del testo di Eduardo de Filippo, Il sindaco del rione Sanità trasposta in chiave cinematografica da Mario Martone e presentato a Venezia dopo la forte e innovativa esperienza teatrale di due stagioni fa. Un ulteriore confronto, una necessità di espandere il meraviglioso testo di Eduardo oltre lo spazio scenico per incontrare i suoni, gli odori, i volti della Napoli dei vicoli e della povertà, della violenza, dell’ignoranza e del riscatto.
Stesso titolo, stessa identica trama con “qualche piccolo taglio” e nuova scommessa vinta. Ancora una volta Martone si affida ad un gruppo di straordinari ed intensi interpreti di quella terra che fanno capo al NEST – Napoli Est Teatro di San Giovanni a Teduccio, ubicato in uno dei quartieri più popolari e difficili di Napoli, dove un gruppo di giovani, attori, registi, scenografi e drammaturghi hanno ristrutturato una palestra e creato uno spazio per le arti.
Scritta nel 1960, Il sindaco del Rione Sanità è una commedia in tre atti anche interpretata da Eduardo De Filippo nella quale il protagonista, Antonio Barracano (Francesco Di Leva), è “il sindaco” della Sanità. Qui amministra da signorotto illuminato le problematiche del rione, secondo principi da “uomo d’onore” decisamente bordenline rispetto alla legge, ma certamente efficaci. Si avvale dell’aiuto di un medico che cura clandestinamente i feriti da sparatorie e regolamenti di conti che avvengono nel quartiere. Chi non ha santi e protettori si rivolge a da Don Antonio da sempre. Quando però gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello (Salvatore Presutto), il figlio del fornaio, deciso ad ammazzare il padre Arturo (Massimiliano Gallo), Don Antonio, cogliendo nel giovane la stessa determinazione che lo spinse all’omicidio in gioventù, si propone come mediatore finendo poi col pagare tragicamente di persona il suo intervento.
Niente spettacolarizzazioni e violenza gratuita. Nella sua visione ancora strettamente aderente al testo originale Martone rende il protagonista Antonio Barracano da anziano settantenne a ragazzo di nemmeno quarant’anni, giovane come i boss di quartiere, decisionista e autoritario, esibizionista e consumista, segnato dagli errori e dalla rabbia di una giovinezza mai vissuta che lo hanno portato a mettere da parte gli impulsi ed ad usare di più la riflessione.
Antonio Barracano è certamente un padre-padrone, ma è anche un predicatore, unico punto di riferimento per una comunità di disperati cui trasferire principi di giustizia e convivenza non sempre ortodossi ma nella sostanza egualitari. Una storia con una forte connotazione sociale che Martone traspone ai nostri giorni arricchendolo di quella complessità che oggi caratterizza le attuali generazioni, abbastanza distanti da quelle raccontate da Eduardo.
Il film uscirà in sala per tre giorni come film evento dal 30 settembre al 2 ottobre. Un film che mantiene la densità e la forza del testo di Eduardo andando però a cogliere le contraddizioni di oggi, tra rapper con felpa e cappuccio in testa ad agguati violenti nel quartiere per costruirsi inutili identità, ad una casa fatta di cristalli, sovraccarica di benessere, trasferita nella campagna alle pendici del Vesuvio, circondata da aggressivi e fedeli rottwailer, plexiglas e acciaio, nella quale vanno e vengono individui palestrati, dove si curano ferite e liti, popolata da una famiglia allargata, nella quale i pranzi si alternano a processioni di questuanti del quartiere. Questo il principato del giovane e forte Don Antonio, apparentemente immortale, che amministra e salva a modo suo quella piccola umanità, amministrando con la forza e regalando speranza. Ma la casualità o forse un destino segnato scoprirà il suo tallone d’Achille portandolo ad immolarsi poi paradossalmente per una buona azione compiuta.
Una evoluzione sul grande schermo che spiazza e cattura, dove tutto ha un senso e che ha il proprio punto di forza nelle sonorità e gestualità proposte, nelle immagini che dilatano il racconto, espressione fedele del degrado metropolitano di oggi, nella musica del dolore e della speranza.
data di pubblicazione:31/08/2019

da Rossano Giuppa | Lug 17, 2019
(Teatro India – Roma, 10 luglio 2019)
Il 10 luglio il Teatro India di Roma ha ospitato la compagnia Balletto Civile con lo spettacolo Concerto Fisico nell’ambito di Fuori programma, Festival Internazionale di Danza Contemporanea, alla sua quarta edizione, sotto la direzione artistica di Valentina Marini. Concerto Fisico è il nuovo progetto creato e performato da Michela Lucenti che è anche la fondatrice della Compagnia, costruito attorno al precario equilibrio che esiste tra sanità e pazzia tra esperienza e conoscenza in un convulso mix di musica, canto, danza, recitazione e filosofie orientali.
Una composizione che esplora il concetto tibetano di BAR-DO dove BAR significa TRA e DO significa ISOLA, il punto di riferimento quindi che si trova tra due cose come un’isola in mezzo ad un lago, il momento di passaggio tra passato e futuro, un intervallo dinamico e sofferto che risveglia gli accenti emotivi di un ricordo che è ancora il presente. E’ il racconto di come ci si trasforma e si evolva, prima che tutto scompaia come non fosse mai esistito.
L’approccio creativo sviluppato nella performance si basa sui canoni classici di Balletto Civile, ovvero una ricerca basata sul movimento che emerge dalla profonda relazione scenica tra spazio, mezzi e artisti attraverso l’utilizzo di un linguaggio totale dove il teatro, la danza e il canto originale interagiscono naturalmente. Ecco allora che l’ingresso della regista e coreografa nonché unica interprete, Michela Lucenti, tra coperte termiche e il disegno sonoro live a cura di Tiziano Scali e Maurizio Camilli, porta con sé tutto il bagaglio di esperienze, studi, teatro, danza, inevitabilmente interrelato al contesto storico, sociale, politico e culturale di riferimento.
Una danza irrequieta e chiusa, a volte distaccata unita a una voce che è un monito fuori dal coro, decisamente interessanti ma forse un po’ troppo astratte per essere interiorizzate pienamente.
data di pubblicazione:17/07/2019
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da Rossano Giuppa | Giu 2, 2019
(Teatro dell’Opera di Roma, 23 maggio/1 giugno 2019)
In scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 23 maggio al 1° giugno L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev, opera complessa e poco nota, che esplora il mondo dell’esoterismo e della magia, temi cari all’avanguardia russa del primo Novecento, in una nuova produzione che annovera come direttore d’orchestra Alejo Pérez e come regista Emma Dante e tra gli interpreti Leigh Melrose, Ewa Vesin, Sergey Radchenko, Maxim Paster, Mairam Sokolova e Petr Sokolov, Anna Victorova e Goran Jurić.
Rappresentato a Roma solo un’altra volta nel 1966 diretto da Bruno Bartoletti per la regia di Virginio Puecher, L’angelo di fuoco è la storia di una tragica ossessione fra superstizione e razionalità che ruota intorno alla figura della protagonista, Renata, tratta dal celeberrimo romanzo di Brjusov, ed ambientata nella inquietante Germania del ʼ500, tra duelli, premonizioni e stregonerie. Renata, fin da bambina veniva guidata dal suo angelo custode Madiel per essere avviata ad una vita casta e di santità, ma poi si invaghisce dello stesso che, furente, si trasforma in una colonna di fuoco. La vicenda della protagonista avanza tra le solitudini di un convento e visioni demoniache, fino alla condanna al rogo da parte dell’Inquisizione per essersi congiunta carnalmente con il Demonio. Prokof’ev compose questa visione musicale in ritiro sulle Alpi, tra il 1922 e il 1927. Opera quasi impossibile da rappresentare, con una lunga e complessa gestazione ebbe poi una storia particolarmente tormentata. Il libretto di Brjusov fu considerato troppo inquietante e simbolista tanto che L’angelo di fuoco fu rappresentato ben 30’anni dopo la composizione, a due anni dalla morte del compositore.
Bene e male, reale e sovrannaturale si scontrano continuamente. Due sono i demoni che vede Renata, uno bianco e uno nero, in una doppia percezione dei fenomeni che avvengono sul palco, ovvero se gli spiriti sono visibili anche gli altri personaggi, se il tavolo che si solleva, i colpi battuti dallo spirito, esistono davvero o sono solo nella testa della protagonista.
Renata è combattuta tre castità e passione ma non riesce a capirlo: per lei Madiel è solo uno spirito buono, uno spirito d’amore, pur trattandosi di un amore carnale. È circondata dalla morte, è una donna osteggiata da un mondo maschilista che non le permette di esprimersi. E così, distrutta dal dolore del suo desiderio sessuale impuro, sbagliato, Renata viene punita per le proprie visioni, tanto sante, quanto demoniache. Quando sul finale si ritirerà in convento, alla ricerca di pace, troverà invece ancora dolore e sofferenza. Verrà esorcizzata senza successo dall’inquisitore che tenta di estirpare il male che c’è in lei e che sta contagiando tutto il convento. Le suore intorno a lei, però, si pongono in sua difesa, la notte cala su di lei mentre viene trasformata in una Madonna, con in testa un velo nero e sul petto un enorme Sacro Cuore di Maria perforato da pugnali.
La costruzione visiva è di altissimo impatto: la cripta albergo e la cripta monastero, la camera piena di libri e di sapere si ergono a protagonisti grazie allo splendido lavoro di Carmine Maringola ed ai costumi feticcio di Vanessa Sannino, dagli stracci inquietanti delle visioni e dei mendicanti, alle tonache rosse dei religiosi, ai cani cani/demoni dello studio del filosofo Agrippa.
Emma Dante compie un’operazione straordinaria in grado di sovrapporre il suo immaginario personale, fatto di Sicilia, di cattolicesimo, di superstizione e di morte all’immaginario grottesco, esoterico e simbolista del Prokof’ev di inizio Novecento. Ma l’Angelo di fuoco è uno spettacolo vincente per la maestria di Alejo Pérez. Una direzione musicale estrema, esagerata, che bene ha reso le atmosfere demoniache dell’opera.
data di pubblicazione:02/06/2019
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Mag 13, 2019
(Teatro Argentina – Roma, 7/12 maggio 2019)
Dal 7 al 12 maggio in scena al Teatro Argentina di Roma due originali rivisitazioni dei capolavori shakespeariani, a firma di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa, Tito e Giulio Cesare, presentati uno dopo l’altro, in uno spettacolo unico, nati nell’ambito del progetto Glob(e)al Shakespeare, per il Napoli Teatro Festival, premiato dall’Associazione Nazionale dei Critici come “migliore progetto speciale” 2017.
In Tito Michele Santeramo riscrive Tito Andronico smontando la struttura epica e tragica a favore di un timbro certamente drammatico, ma sorprendentemente ironico e crudo splatter. Tito Andronico è semplicemente un eroe stanco, provato dagli anni trascorsi a fare la guerra. È un padre di famiglia che si ritrova dei figli cresciuti ma immaturi, oberato dal peso della responsabilità e con un gran desiderio di normalità, di casa e famiglia. Ma la guerra semina rancori, ingiustizie e vendette. La spirale che si accende è la causa della tragedia, la sete di vendetta è ineluttabile ed inevitabile e coinvolge tutti: il sangue deve scorrere, le parti sono scritte, non possono ribellarsi neppure gli attori stessi. La struttura di Gabriele Russo punta sui giochi di ruolo degli attori, ora interni, ora esterni alla tragedia, per riportare anche un’altra verità, l’assurdità e l’inutilità di tutto Tito è un uomo che dopo tanti anni di guerra vorrebbe godersi le sue piccole cose; suo malgrado è costretto a vendicarsi e rispondere al ruolo cui è destinato.
Andrea De Rosa, insieme al drammaturgo Fabrizio Sinisi, riscrive il testo shakespeariano Giulio Cesare (Uccidere il tiranno), cercando una risposta al grande dubbio: si vuole, si può, si deve uccidere il Tiranno? Il tipo di narrazione scelta privilegia l’aspetto politico e filosofico dell’opera originale: il regista realizza un allestimento asciutto in cui Bruto, Cassio e Casca a metà tra terra e aria, cercano le ragioni profonde del loro omicidio, si interrogano ed alla fine soccombono. Nel frattempo Antonio cerca di ricomporre l’ordine delle cose dando sepoltura a Cesare e cercando di guidare il cambiamento: chi, o cosa può venire dopo Cesare? Se tornare alle antiche forme o assecondare il nuovo corso degli eventi. Tutto in una notte: le arringhe e le giustificazioni dei tre congiurati e la terra che ricopre il corpo del tiranno. È vero che Cesare ha aggredito la struttura democratica di Roma per farsene unico interprete e dopo Tarquinio il superbo, un uomo solo ha accentrato nella propria persona un immenso potere. Convinti di agire per il bene della res publica Bruto, Cassio e Casca decidono di uccidere l’uomo che si è trasformato, davanti ai loro occhi, in Tiranno. Ma si accorgono presto che l’identificazione tra Cesare e Roma è ormai profonda e irreversibile. Il rapporto fra popolo e Cesare è un rapporto ambiguo, di amore, violenza e sottomissione: Cesare oramai impersona lo Stato, lo ha plasmato e modificato nel Dna. Non si può sconfiggere un potere che risiede proprio nella comunità che lo subisce e niente potrà tornare come prima.
Un allestimento unico per le due tragedie che condividono identità, spazio scenico e attori per un linguaggio potente e fortemente contemporaneo fatto di voci e di cose, di pause e di azioni, che insieme, diventano due parti di una riflessione unitaria sul concetto di potere, o ancor di più un’intensa e beffarda riflessione sulle “conseguenze del potere”.
data di pubblicazione: 13/5/2019
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Mag 6, 2019
(Teatro Argentina – Roma, 2/5 maggio 2019)
Una sfida complessa, il Macbeth di Shakespeare recitato in sardo e, come nella tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini, vestiti nei completi tradizionali isolani, con la Sardegna che anima con propri suoni, usi e costumi le figure e le atmosfere shakespeariane. Un progetto e un risultato straordinario il Macbettu di Alessandro Serra, regista e fondatore della compagnia Teatropersona, che ha allestito la tragedia per Sardegna Teatro. Uno spettacolo tornato a Roma dopo aver fatto il giro del mondo ed avere raccolto premi e consensi, dal 2 al 5 maggio 2019 al Teatro Argentina, che già lo aveva ospitato lo scorso anno.
Emergono sorprendenti e forti analogie tra la tragedia scozzese e i riti e le maschere della Sardegna: i suoni cupi prodotti da campanacci e lamiere, le pelli e le maschere e poi il sangue, il vino, la terra, tutto in una dimensione materica ancestrale.
La riscrittura in lingua sarda da Giovanni Carroni, trasforma anzi l’originale in canto arcaico e potente, che risuona in uno spazio scenico vuoto, attraversato di continuo dai corpi e dalle voci degli attori che interagiscono e si amalgamano a pietre, terra, ferro, pane carasau, coltelli. La scelta poi di porre solo figure maschili in scena, comprese le streghe ripensate nella tradizione contadina della Barbagia e Lady Macbeth, sembra coerente con questo scopo. Lady Macbeth mantiene la virilità dell’attore ma con una sete di potere ed una presenza scenica incredibilmente femminile. Così come le streghe che si prendono in giro, si sputano e si rincorrono, sempre presenti perché il gioco è nelle loro mani.
Nell’assoluto buio una parete di ferro avanza tra la polvere e da tale struttura come insetti famelici iniziano a discendere losche figure; e quella parete nel corso della narrazione si smembrerà diventando tavoli dove banchettare e celebrare il potere, letti dove dormire. Una parete metallica che alla fine di tutto propagherà un rumore che ben presto si trasforma in rombo assordante.
Appare Macbettu (lo straordinario Leonardo Capuano), che non conosce, fino a quel momento, desideri o invidia, al servizio del buon re Duncan ma che esce piuttosto inquieto e tormentato dall’incontro con le streghe: è l’inizio del suo destino, della sua debolezza di fronte al proprio desiderio di potere. E così il male inizia a diffondersi.
Lavoro splendido, completo, leggero e gravoso, rigoroso e tagliente, geniale per le intuizioni registiche, la forza dei movimenti, l’efficacia di luci e ombre. Un teatro essenziale ricco di idee, pieno di allucinazioni e apparizioni, un incubo pieno di insegnamenti.
data di pubblicazione:06/05/2019
Il nostro voto: 
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