da Rossano Giuppa | Ott 27, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)
Un padre separato, premuroso e concentrato sulla figlia Sofia, anni 10 reincontra una sua vecchia fiamma che non vede da tempo. È il colpo di fulmine tra Gabriele (Fabio De Luigi) e Mara (Micaela Ramazzotti). Lui è proprietario di un negozio di strumenti musicali ed ex musicista che ha abbandonato il sogno di sfondare nel rock per prendersi cura della figlia Sofia (Caterina Sbaraglia), una bambina di 9 anni che in camera insieme ai peluches ha i poster di Deborah Harry. Lei fotografa affermata che viaggia in giro per il mondo, indipendente, single e senza nessun desiderio di maternità.
L’amore sembrerebbe trionfare ma c’è un grosso ostacolo da superare: lei non vuol sentire neanche parlare di bambini. Gabriele decide quindi di nasconderle la presenza di Sofia. L’impresa però non sarà per niente facile e Gabriele finisce per impelagarsi in un pasticcio di bugie e sotterfugi per nascondere la presenza dell’una all’altra.
Dopo Classe Z Guido Chiesa torna dietro alla macchina da presa per dirigere De Luigi e la Ramazzotti in Ti presento Sofia fortemente ispirato alla sceneggiatura del riuscito film argentino Sin Hijos, uscito in Italia col titolo Se permetti non parlarmi di bambini.
Chiesa, che firma la sceneggiatura con Nicoletta Micheli e Giovanni Bognetti, manifesta l’intento di provare andare al di là dei cliché con l’inversione dei ruoli tra l’uomo che rinuncia alla carriera per mettere la figlia al centro della propria vita e viceversa una donna che di figli non ne ha voglia non solo per dedicarsi appieno al lavoro, ma anche perché i bambini non li può sopportare.
Tra tante tematiche forti e dense un tocco di leggerezza ad Alice nella città.
Il film è a tratti divertente, da domenica pomeriggio, la coppia di protagonisti funziona e Sofia, interpretata dalla bravissima Caterina Sbaraglia, per la prima volta sullo schermo, intenerisce anche per una naturale vis comica che le appartiene , ma risulta poco credibile quello che ruota attorno ai protagonisti. Un tocco più ironico e grottesco probabilmente avrebbe reso il film più interessante.
data di pubblicazione:27/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 24, 2018
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 18/28 ottobre 2018)
Una sala stracolma di sorrisi e di etnie, di abbracci e applausi per l’italianissimo Go Home – A casa loro, lo zombie movie di periferia, fortemente voluto da Alice nella città nella sezione ‘Panorama Italia’.Si parla e si parlerà a lungo di Go Home – A casa loro, opera prima di Luna Gualano, scritto da Emiliano Rubbi.
Siamo davanti a un centro d’accoglienza, una violenta manifestazione di militanti di estrema destra ne vuole impedire l’apertura. Arrivano dei manifestanti di sinistra, divampa una lotta. La tensione sale, le facce si trasformano in preda alla rabbia, alla follia razzista, alla volontà di sopraffazione. C’è una tv di quartiere e c’è tutto il razzismo del nulla cui purtroppo siamo oggi abituati. Enrico, interpretato da Antonio Bannò,un ragazzo di estrema destra è intento a manifestare con il suo gruppo. Ma, all’improvviso, si diffonde un virus. E sul piazzale davanti al centro di accoglienza tutti cominciano a trasformarsi in zombie, a rincorrere le persone per morderle.
Enrico trova riparo nel centro di accoglienza tra i rifugiati politici che improvvisamente diventano i suoi salvatori. Mentre fuori i morti camminano sulla terra, il giovane cerca in tutti i modi di farsi accettare dai migranti mentre il pericolo dilaga.
Go Home – A Casa Loro porta avanti una lucida accusa contro l’involuzione della società; l’esasperazione del quotidiano diventa un horror sulla discriminazione e sull’odio razziale che sta dilagando in Italia, soprattutto fra i più giovani. Il sentimento d’odio che dilaga soprattutto in quelle periferie dove il conflitto sociale rischia di esplodere più facilmente.
E’ la saga della società ignorante, spaventata e aggressiva nei confronti del diverso.
Il film è una bellissima babele culturale fatta di occhi e lingue diverse: i dialoghi sono in italiano, inglese, francese, arabo, dialetto africano, quello che è poi oggi la comunicazione in un centro di accoglienza. Una intelligente allegoria su quale deriva culturale e politica sta perseguendo il nostro paese.
Ma è soprattutto la storia della realizzazione di questo piccolo grande film che incanta e che è testimoniata da tutti coloro che appaiono nei titoli, una lista infinita di nomi, una vera favola a lieto fine perché frutto della determinazione di un gruppo di persone che ha creduto e fattivamente contribuito alla realizzazione di un progetto e di un’idea. E questo è un grande insegnamento per tutti.
data di pubblicazione:24/10/2018

da Rossano Giuppa | Ott 22, 2018
(Teatro Vitttoria – Roma, 11/20 ottobre 2018)
Un uomo siede da solo davanti a un’enorme prigione in un paesaggio desertico. Chi è? E perché si trova in questo luogo? È una sua libera scelta oppure sta scontando una qualche forma di punizione?
Si apre con questi interrogativi The prisoner, ultimo lavoro di Peter Brook diretto insieme a Marie-Hèlène Estienne e presentato in prima italiana per il Roma Europa Festival al Teatro Vittoria, dall’11 al 20 ottobre.
La storia è quella del giovane e irrequieto Mavuso che uccide suo padre dopo averlo sorpreso a letto insieme a sua sorella. Mavuso in realtà ama la propria sorella Nadia e uccide il loro padre per gelosia. Lo zio Ezekiele diventa giudice di questa situazione, che è frutto di grande amore ma che ha portato a un assassinio, e condanna Mavuso a una punizione esemplare: dovrà rimanere sulla collina di fronte alla prigione, da solo a guardare le mura per un tempo indefinito, aspettando una presunta redenzione, mentre a farlo prigioniero, più che le sbarre, sono i suoi fantasmi.
Brook ed Estienne mettono in scena una parabola sul tempo della pena, uno spettacolo stupefacente che affronta i temi della punizione, della giustizia e del crimine con quel consueto tocco vibrante e poetico che caratterizza la sua scrittura scenica.
Il cast è formato da un eccezionale gruppo di attori di varie nazionalità, Hiran Abeysekera, Hayley Carmichael, Hervé Goffings, Omar Silva e Kalieaswari Srinivasan.
Gli autori antepongono la meditazione al dramma, partendo da una scenografia sospesa e immobile che racconta soprattutto il percorso tutto intimo e personale di Marvuso verso la salvezza, dal piano della redenzione a quello della consapevolezza.
Uno spettacolo rarefatto, assolutamente asciutto e essenziale. Tutto viene appunto semplicemente messo in scena, con un sapiente uso delle luci, senza interpretazioni, rivelando nodi, interrogativi, umanità cui è lo spettatore a dover dare un senso. E sono spesso i corpi, gli sguardi, i volti, la fisicità a essere assolutamente espressivi. L’umanissimo teatro antropologico del grande regista.
data di pubblicazione:22/10/2018
da Rossano Giuppa | Ott 22, 2018
(Teatro Olimpico – Roma, 17/19 ottobre 2018)
Un mondo in caduta libera, pieno di conflitti, ma carico di energia e forza anarchica e propulsiva, una commedia violenta dal sapore agrodolce. Dieci meravigliosi danzatori in scena accompagnati da un gruppo di straordinari musicisti live, per il Grand Finale di Hofesh Shechter al Roma Europa Festival dal 17 al 19 ottobre al Teatro Olimpico, “una danza intorno all’abisso per indagare i grandi temi del presente” come la precarietà della quotidianità, i disastri politici ed ecologici, la violenza e il terrore, “senza rinunciare a quel black humor che è ormai firma del coreografo”. Una danza ai confini del mondo, al suono dell’apocalisse, ma con quella componente british, che tradisce un ottimismo leggero e fiducioso. È il marchio di fabbrica Hofesh Shechter, coreografo israeliano trapiantato a Londra, riconosciuto a livello internazionale come uno degli artisti più emozionanti della danza contemporanea, tornato ospite al RomaEuropa Festival per la terza volta. Regista e coreografo, ma anche musicista, Hofesh Shechter fa parte di quel gruppo di straordinari artisti nati, cresciuti in Israele e poi emigrati nel mondo (Ohad Naharin, Sharon Eyal, Gai Behah,).
Un lavoro che amalgama danza, teatro e musica, guardando al passato e aprendo a nuove strade.
Una nebbia avvolge la scena e la platea, efficacissime luci e sonorità di contrasto tra classico e contemporaneo enfatizzano le gestualità dei performer, a tratti enfatiche, a tratti devastanti. Un piano sequenza che scorre in uno spazio in perenne evoluzione fatto di pieni e di vuoti, di storia e di rivolta. È il talento di Shechter quello di analizzare ed esorcizzare, allo stesso tempo, i demoni del nostro presente.
Spettacolo comico, cupo e meraviglioso, carico di eccessi, di forza, bellezza, dinamismo che ti devasta ma che ti auguri non finisca.
data di pubblicazione:22/10/2018
da Rossano Giuppa | Ott 16, 2018
(Teatro Argentina – Roma, 9/14 ottobre 2018)
Ha debuttato il 9 ottobre al Teatro Argentina in prima italiana, per una coproduzione tra Romaeuropa Festival 2018 e Teatro di Roma, Quasi niente, la nuova creazione del duo Daria Deflorian e Antonio Tagliarini.
È evocata la storia di Giuliana, protagonista del film Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni, interpretato da una straordinaria Monica Vitti.
Giuliana ed il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza.
Una canzonetta pop esaspera la fragilità del reale ed attraversa il vuoto delle relazioni umane.
Cinque esseri umani, uomini e donne senza un nome proprio si rivelano e prendono la parola gli uni davanti agli altri: i trentenni, la quarantenne, la quasi sessantenne, il quarantenne.
Una patina li separa e rende sfocato quello che è il contatto con l’esterno. Così scena e drammaturgia si costruiscono come un territorio spazio aperto, di osmosi tra interiore ed esteriore, tra spazio intimo e spazio sociale.
Scorrono le parole e i gesti di Daria e Antonio, quelle dell’attrice Monica Piseddu, del performer Benno Steinegger, e della cantante Francesca Cuttica, una filastrocca della nostra quotidianità.
Una confessione, un racconto privato, una testimonianza di vita pulsante dopotutto.
“Giuliana è una donna borghese ma è anche una ‘selvatica vestita bene’ ed è proprio in questo senso che, alla fine, non rappresenta nulla: chiamata a rappresentare la borghesia, (poiché l’identità borghese è uno dei grandi temi del cinema dell’epoca) finisce per eccedere le rappresentazioni, comprese quelle ideologiche o sociologiche. È un punto di fuga” raccontano gli autori.
Il duo approfondisce così la propria riflessione sul significato stesso del teatro e sul ruolo dell’attore. Dramma o commedia che voglia essere, la vita è così e in quanto tale va raccontata anche attraverso quella intimità non certo serena ma a tratti ironica, a volte angosciante, a volte vuota, un quasi niente.
Un lavoro non solo sul disagio e sulla fragilità ma anche sulla purezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare.
Parole, urla, riflessioni, gesti liberatori, estasi e follia per dare vita e forma ad un personaggio, moglie e madre, che attraversa il deserto della sua vita ma che certamente alla fine è più viva di tutti.
Un teatro nobile e spirituale, estetico e denso.
data di pubblicazione:16/10/2018
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