QUANDO NON SO COSA FARE COSA FACCIO? Azione Performativa a cura di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

QUANDO NON SO COSA FARE COSA FACCIO? Azione Performativa a cura di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini

(Teatro India – Roma,19/24 giugno 2017)

Un getto di immagini e parole, un passato ed un presente sovrapposti, un flusso di pensieri e persone in un cammino apparentemente senza meta, ma in realtà all’interno di un’ellisse che sa di vita e di morte. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno presentato per il terzo anno consecutivo Quando non so cosa fare cosa faccio? azione performativa che, dal 19 al 24 giugno ha accompagnato un gruppo di spettatori dal Teatro India tra viale Marconi e le sue diramazioni.

Daria De Florian percorre e racconta quell’angolo urbano sconclusionato e caotico, fatto di negozi di ultima generazione e ambulanti, di etnie, panchine e parchi, di garage e saliscendi metropolitani fatti di cemento e ferro, di palazzi addossati e acqua del fiume. Un set cinematografico senza tempo che ancora accoglie l’anima di Adriana, la giovanissima protagonista di uno dei capolavori del cinema italiano, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli. Un film del 1965, interpretato da una indimenticabile Stefania Sandrelli. Adriana che aveva lasciato il paese per raggiungere Roma con l’aspirazione di farsi strada nel mondo dello spettacolo e che era andata a vivere proprio nell’allora modernissimo quartiere Marconi.

Un percorso a metà tra il ’65 ed il 2017, in una condizione sospesa, guidato dalle azioni e dai pensieri di Adriana-De Florian, una donna fragile, poetica, delicata, simbolo della trasformazione del quartiere Marconi e dei suoi abitanti. L’azione performativa, pur seguendo un itinerario, è decisamente aperta: durante il percorso, la storia interagisce con persone e cose, privilegiando una dimensione soggettiva e non predefinita, libera da limiti spazio-temporali.

La scelta di via Marconi vuol dire inevitabilmente ripensare a quando è nato il quartiere, sogno di una modernità e di un benessere da inseguire ad ogni costo, nel segno di un progresso che non si sarebbe mai fermato. Un film en plen air fatto di paesaggi reali e paesaggi della mente che gli spettatori, grazie a cuffie, possono seguire ed interiorizzare. Ed il tempo sembra fermarsi tra realtà e dimensione cinematografica, grazie alla voce che ipnotizza e coinvolge.

Passo dopo passo, parola dopo parola, il racconto autobiografico si fonde sempre di più con la ricostruzione e la rievocazione del personaggio di Adriana, i suoni intorno a noi si mescolano con quelli del film, con la sua colonna sonora e le sue canzoni, come la bellissima Mani bucate di Sergio Endrigo, intonata in uno scantinato. Un’esperienza emozionante, un viaggio interiore illuminato da una voce che isola e filtra dando sfumature di colore e respiro al quartiere ed ai sui mille abitanti. Un racconto che sa di caos e fantasia, di integrazione ed illusione, di gioia e di amarezza per un giardino di ciliegi che sta per essere abbattuto; ma proprio allora quella fusione leggera di Checov e traffico, di caos e ciliegie, di sogno e dolore diventa poesia.

data di pubblicazione:25/06/2017


Il nostro voto:

MORTE DI DANTON di Georg Büchner, regia di Mario Martone

MORTE DI DANTON di Georg Büchner, regia di Mario Martone

(Teatro Argentina – Roma,16/28 maggio 2017)

Gran finale di stagione al Teatro Argentina di Roma con Morte di Danton lo straordinario testo sulla fine della Rivoluzione Francese e sugli ultimi giorni di vita di Danton e Robespierre, scritto in sole cinque settimane tra il gennaio ed il febbraio del 1835 dal ventunenne scrittore Georg Büchner.

Morte di Danton magistralmente diretto da Mario Martone racconta l’atmosfera gli ultimi giorni del Terrore, la caduta di Georges Jacques Danton e l’antagonismo che lo contrappone a Maximilian Robespierre. Il dramma si concentra proprio sulla contrapposizione tra i due protagonisti della Rivoluzione francese, compagni prima e avversari in seguito, entrambi destinati alla ghigliottina a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.

Da un lato la figura di Robespierre “l’incorruttibile” (interpretata da un magistrale Paolo Pierobon) che comprende con sgomento la solitudine alla quale lo condanna la propria intransigenza. Dall’altro Danton (uno straordinario Giuseppe Battiston), “l’indulgente”, il capo rivoluzionario rassegnato a un destino che sembra destinato a compiersi comunque. Un uomo che ha combattuto per la rivoluzione e che la rivoluzione sta per divorare come Saturno fece con i propri figli. Ma che sa anche che il vero tribunale sarà quello della Storia.

Danton non crede alla necessità del Terrore e difende una visione del mondo liberale e tollerante, anche se consapevole dei limiti dell’azione rivoluzionaria; Robespierre, invece, incarna la filosofia giacobina, stoica, intransigente e violenta.

La fatica di Danton, che si contrappone con lucida razionalità al fanatismo del suo rivale, altro non è che la sfiducia nella possibilità di trasformare il mondo, una visione che tuttavia non incrina la volontà di lotta e la coscienza di perseguire il giusto. E Büchner mette al centro della sua riflessione la condizione umana e la fragilità degli uomini che non possono sottrarsi al proprio destino. Un destino a cui non si può sfuggire, non prefissato da un Dio, ma dell’inesorabilità del Tempo e della Storia.

Morte di Danton è anche un affresco caratterizzato da una forte coralità: c’è il violento discorso di Saint-Just, interpretato da Fausto Cabra, c’è la visione metafisica di Tom Payne (Paolo Graziosi), c’è l’entusiasmo di Camille Desmoulins (Denis Fasolo) che ripone una fede commovente nella parola, parlando di teatro e di giornalismo quando tutto sembra procedere verso la rovina, e ci sono le potenti figure femminili. C’è Marion (Beatrice Vecchione) che finalmente mette il corpo, con la sua voluttà e la sua fragilità, al centro della scena; c’è Julie (Iaia Forte), la moglie di Danton che è in realtà un’invenzione letteraria di Büchner, la quale di fronte alla morte del compagno sceglie di morire anch’essa, come altri mogli della Rivoluzione; c’è infine Lucile (Irene Petris), che quando parla con il marito Camille con in braccio il figlio piccolo che, dopo l’esecuzione del marito, si suicida gridando con un fil di voce «Viva il Re!» in faccia alle guardie repubblicane.

Martone sceglie di non attualizzare il testo affrontando il dramma storico con gli attori in costume. Straordinaria la scelta di una scenografia leggera, a volte quasi spoglia, fatta principalmente di un meccanismo di cinque sipari rossi che si aprono e si chiudono ritmicamente, svelando e occultando scene con velocità cinematografica, dando quasi l’impressione del montaggio visivo.

Morte di Danton è il dramma del fallimento della rivoluzione e dell’eccesso di politica, quell’eccesso che finisce per sacrificare ogni aspetto della sfera privata, anche il più intimo, per il sogno di modellare un mondo e un uomo nuovi. Ma è anche il teatro dei temi del nostro tempo:il rapporto tra uomini e donne, l’amicizia, la classe, il determinismo, il materialismo, il ruolo del teatro stesso. E non è un caso che a portare in scena Morte di Danton sia proprio Martone che nel recente film Noi credevamo aveva raccontato il fallimento del Risorgimento italiano come rivoluzione nazionale e la sconfitta di quei repubblicani mazziniani, che avrebbero non solo voluto unificare l’Italia e cambiarne i meccanismi interiori.

data di pubblicazione:28/05/2017


Il nostro voto:

PLAY STRINDBERG di Friedrich Dürrenmatt, regia di Franco Però

PLAY STRINDBERG di Friedrich Dürrenmatt, regia di Franco Però

(Teatro Eliseo – Roma, 9/21 maggio 2017)

In scena al Teatro Eliseo di Roma, fino al 21 maggio, Play Strindberg di Friedrich Durrenmatt, regia di Franco Però. I protagonisti sono Edgar, capitano d’artiglieria, interpretato da Franco Castellano, sua moglie, ex attrice, Maria Paiato, e Kurt, il cugino-amante che torna all’improvviso, Maurizio Donadoni. Interpretano l’inferno matrimoniale di una coppia, dopo venticinque anni di irrispettosa convivenza, tema ripreso dalla Danza Macabra di Strindberg riscritta e ripensata  nel 1969 da Friedrich Dürrenmatt per il Teatro di Basilea. L’autore svizzero tedesco che lavorava in quel periodo per il teatro di Basilea, insoddisfatto delle traduzioni di Danza macabra (a sua volta scritto nel 1900), decise di impegnarsi personalmente a lavorare alla riscrittura, realizzando con Play Strindberg (tradotto da Luciano Codignola) molto più di un adattamento che viene proposto attraverso un occhio più crudo e razionalista. Linguaggio sarcastico e spietato quello di Dürrenmatt che si diverte a mantenere inalterata la forza del testo di Strindberg, che viviseziona impietosamente un matrimonio fra frustrazioni e recriminazioni, andandolo però a riscrivere in chiave attuale, indagando sui valori ed i ruoli della famiglia attraverso un confronto caustico e serrato posizionando i tre protagonisti in un ring dove si studiano e si attaccano. E combattono tra sarcasmo, grottesco e ironia. Il testo prende i tre protagonisti e li scaglia in uno scontro da cui usciranno a pezzi. Una versione cattiva e ironica sulla vita di coppia ed alla fine anche molto divertente.

Uno spettacolo non esaltante e un po’ monocorde, che rimane per la bravura e personalità degli attori tutti e tre straordinari e per quell’umorismo colto e feroce, esorcizzando a scena aperta quello che tutti avremmo voluto fare o dire almeno una volta nella vita a due.

data di pubblicazione:14/05/2017


Il nostro voto:

HUMAN di Marco Baliani e Lella Costa, regia di Marco Baliani 

HUMAN di Marco Baliani e Lella Costa, regia di Marco Baliani 

(Teatro Argentina – Roma,  9/14 maggio 2017)

 In un mare di dolore e di speranza i migranti scrutano l’orizzonte e cercano il futuro. Marco Baliani e Lella Costa sono in scena al Teatro Argentina dal 9 al 14 maggio con Human, spettacolo scritto dai due attori con la collaborazione drammaturgica di Ilenia Carrone e regia dello stesso Baliani. Scene e costumi sono di Antonio Marras, le musiche originali di Paolo Fresu con Gianluca Petrella. La storia dell’umanità che periodicamente si ripete. Aspettative, speranze, paure e disperazioni di migrazioni e integrazioni: una metafora universale, un’opera che fa pensare e scuote.

Uno splendido coro di voci tra loro diverse ed una trama di vicende, racconti, impressioni e riflessioni raccontata dai due protagonisti e da quattro giovanissimi e bravissimi attori. Un affresco che parte dall’Eneide e dal fascino del mito. Un’Eneide che oggi identifica la migrazione dei profughi alla ricerca di una nuova patria: Enea è profugo per necessità, così come l’altro mito richiamato ovvero l’amore di Ero e Leandro, i due amanti sono separati dallo stretto di mare  dell’Ellesponto e dall’ostilità delle rispettive popolazioni. Perché questo perenne migrare? Quali sogni, pensieri, speranze o ricordi tragici e tristi porta con sé chi fugge?

Un racconto che è una struggente riflessione sul nostro tempo fatta di interviste, testimonianze, riflessioni e ripensamenti della gente comune. Si parte da quanto accaduto in questi anni, dalla crisi dell’Europa e dalla negazione di idee e valori, dal muro di indifferenza e diffidenza innalzato dentro l’animo della persone, unito a smarrimento e confusione e spesso a qualunquismo, nel quale si annidano i fondamentalismi che avanzano, gli attentati che sconvolgono le città ed i profughi che cercano rifugio. Reazioni diverse connotate da superficialità, presunzione, ignoranza e ipocrisia esattamente simili a quelle vissute dagli emigrati italiani, e non solo, nel secolo scorso e poco prima: corsi e ricorsi storici. Vicende di ieri e di oggi e la  fotografia della nostra Italia fatta si di indifferenza ma anche di storie di coraggio e di rispetto verso il prossimo.

Bellissimi i costumi e le sculture di balle di stracci di Antonio Marras che raccontano il dramma di un’umanità a brandelli connotata da un metaforico rosso, colore e dolore dominante.

Un lavoro sul significato profondo di umanità tra attualità e mito, che sperimenta il teatro civile anche con ironia, leggerezza e poesia e che non può non commuovere.

 data di pubblicazione: 13/05/2017


Il nostro voto:

SPACCANAPOLI TIMES scritto, diretto e interpretato da Ruggero Cappuccio

SPACCANAPOLI TIMES scritto, diretto e interpretato da Ruggero Cappuccio

(Teatro Eliseo – Roma, 18 aprile/7 maggio 2017)

Lectio magistralis di teatro all’Eliseo di Roma.  È infatti in scena dallo scorso 18 aprile e fino al 7 maggio lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Ruggero Cappuccio, Spaccanapoli Times, vincitore del Premio le Maschere 2016 per il Migliore autore di novità italiana. Una rappresentazione interessantissima, dinamica, intelligente, piacevole, che esalta le doti di tutti e sei gli attori sul palco e le capacità comunicative di Ruggero Cappuccio, grazie a un testo denso nei contenuti ma leggero nella esposizione ed al suo modo di far vivere i personaggi in scena, attraverso giochi di movimenti e pause e l’utilizzo di più piani di azione, che catturano e coinvolgono. Una grande prova di attori e di autore. Un grande teatro.

Lo spettacolo descrive la frenesia della Napoli di oggi e degli uomini di oggi: una sottile linea rossa fra follia e normalità. E sul palco si raccontano dramma e commedia.

Giuseppe Acquaviva (Ruggero Cappuccio) è uno scrittore sui generis, che pubblica in anonimato, vive nella stazione centrale, al binario otto. Sarà proprio lui a richiamare, nella loro casa nel cuore di Spaccanapoli, i suoi tre fratelli.

Romualdo (Giovanni Esposito), pittore fortemente segnato da una carriera mai esplosa, che distrugge i suoi quadri una volta finiti e che vive di colori e per i colori.

La sorella Gennara (Marina Sorrenti) che si è trasferita in Sicilia anni fa per amore, per sposarsi con Vitagliano. Il marito però, morto anni orsono le aveva strappato la promessa di non guardare mai più altri uomini, promessa mantenuta per quattro anni e poi sciolta a causa dell’incontro con Norberto (Giulio Cancelli) il direttore della filiale numero 3 di Palermo della Banca Monte dei Paschi di Siena, marito che puntualmente sogna tutte le notti e che la rimprovera del tradimento.

Infine c’è Gabriella (Gea Martire), zitella, ma corteggiata. Nonostante i molti pretendenti non si decide a sceglierne uno perché ancora legata al suo primo amore.

Giuseppe lì riunisce tutti lì per un semplice motivo: il Dottor Lorenzi (Ciro Damiano) farà presto loro visita per giudicare il loro stato di salute mentale e decidere se rinnovare a tutti la pensione di invalidità. Nell’attesa dell’arrivo del Dottor Lorenzi i quattro fratelli si raccontano, scontrandosi e incontrandosi, ricordando i tempi passati, in un continuo alternarsi di memorie e psicosi in quella casa dove i quattro avevano vissuto la loro infanzia ed adolescenza. Non c’è molto di quel passato, solo bottiglie d’acqua, tantissime, unica cosa che resiste al tempo e non invecchia, qualche sedia e delle sdraie per prender il sole in sala da pranzo, insieme ai fantasmi di ognuno. I quattro fratelli ormai viaggiano su binari a se stanti, ognuno con il proprio orario al polso, tentando di sintonizzarsi tutti sulle stesse coordinate, ma invano.

In questo contesto fatto di acqua, di interruttori e di luci, di ricordi e racconti distorti e sovrapposti, i quattro finiranno per perdere le pensioni ma per ritrovare forse unità e serenità.

Grandi meriti a Ruggero Cappuccio per aver costruito una metafora sulla follia e sulla libertà che la  malattia mentale genera, una costruzione fatta di riflessioni e contenuti, di teatro greco e napoletano, di Pirandello, di Shakespeare, di concreta psicanalisi.

data di pubblicazione: 27/04/2017


Il nostro voto: