IL FIGLIO di Florian Zeller, con Cesare Bocci, Galatea Ranzi, Marta Gastini, Giulio Pranno, Riccardo Floris, Manuel De Martino, traduzione e regia di Piero Maccarinelli

IL FIGLIO di Florian Zeller, con Cesare Bocci, Galatea Ranzi, Marta Gastini, Giulio Pranno, Riccardo Floris, Manuel De Martino, traduzione e regia di Piero Maccarinelli

(Teatro Il Parioli – Roma, 25 gennaio/5 febbraio 2023)

Teatro di sentimenti, di parole e di drammi. Zeller è specializzato sui temi della famiglia e si è felicemente trapiantato al cinema, germogliando una trilogia di successo. In scena si piange molto (troppo?) e si spara anche.

Incomprensioni universali che non hanno nazioni né continenti. Un figlio al centro del problema. E se il teatro è conflitto e contraddizioni qui le divaricazioni sono stringenti. La vita di un ragazzo liceale sembra interrotta da una brusca sutura: non va più a scuola, è apatico, si aggira tra il letto e qualche passeggiata, disdegnando l’aiuto dei genitori ed eventuali compagnie femminili. Né serve il trapianto dalla casa della madre separata al nido paterno ricco di nuova compagna e di un secondo figlio, fratellastro dell’adolescente. La situazione infatti non migliora fino a un tentativo di suicidio che lo conduce, dopo il salvataggio, a un tentativo di recupero psichiatrico. E nel racconto ci fermiamo qui per non spoilerare un finale piuttosto inatteso ma sempre su registri altamente drammatici. Lo spettacolo già sembra rodato con il buon affiatamento tra gli attori e una scena che divide in due gli ambienti familiari fino a configurarli nel ricovero ospedaliero. Efficace la divisione iniziale in quadri separati per ognuno dei quali inizialmente il pubblico spende un generoso applauso per Bocci e Ranzi interpreti ideali, ma la curiosità maggiore era rivolta a Giulio Pranno che, alla prese con una parte difficile, se la cava magnificamente, figurando come un soggetto di almeno sette anni più giovane. E chissà quante famiglie si riconosceranno nei quadretti familiari assemblati da Maccarinelli per l’ovvio tutto esaurito della prima con un parterre de roi in cui spiccava la presenza dell’ex Ministro dei Beni Culturali Franceschini.

data di pubblicazione:26/01/2023


Il nostro voto:

LO SPETTACOLO DELLE _, scritto e diretto da Marica Roberto, con Rosario D’Aniello e Alessandro Mannini, assistente alla regia Sabrina Marchetti

LO SPETTACOLO DELLE _, scritto e diretto da Marica Roberto, con Rosario D’Aniello e Alessandro Mannini, assistente alla regia Sabrina Marchetti

(Teatro in Trastevere – Roma, 24/29 febbraio 2023)

Un titolo aperto per uno spettacolo breve che ha molti labirinti, possibilità di equivoci, trabocchetti ma si apre a una lettura polifonica. Scena stimolante con classico schema duale. Rovesciamento e gioco delle parti invertito in corsa d’opera.

La Roberto ha ideato una grande multiforme metafora dell’esistenza attraverso il rapporto dialettico tra due attori che performano con convinzione ed aggressività. Il più remissivo prende l’iniziativa nella seconda parte e rovescia la dipendenza e il senso d’inferiorità. E sono virtuali anche gli spari che simulano il peso della condizione umana e del carico del mondo. C’è un mondo reale dietro la metafora, forse la crisi dell’occidente, un universo di migranti che si rovesciano sulle spiagge. E in cornice l’individualismo, la voglia di imporsi, di farsi ubbidire, di non deflettere. Un esperimento coraggioso in una sorta di apologo molto dialettico e contraddittorio, come è il teatro nella sua vera essenza. Un’efficace supporto video alimenta fascino alla messinscena. Un rutilante mondo in cambiamento alimenta il tempo sospeso e irreale di un’atmosfera metafisica. Anche il titolo rimanda allo standby, alla messa tra parentesi, all’anelito a una condizione umana diversa, necessariamente migliore. Gli attori generosamente non si risparmiano. Le voci assecondano i corpi e omogeneamente i movimenti scenici, essenziali ma anche abbondanti. Esprimono visioni, cecità, spirito di negazione. Le loro parole spesso cadono nel vuoto o nel contrasto con il partner e, come osserva l’autrice, sono immerse “in un loop drammatico, dalle tinte estreme, dove le voci irridono o violentano”. La tensione verso il meglio indica una speranza e una possibilità che la realtà, fuori dalle quinte teatrali dovrebbe assecondare. Con un grande condizionale conclusivo. Il “forse” della Roberto.

data di pubblicazione:25/01/2023


Il nostro voto:

IO VIVO ALTROVE! di Giuseppe Battiston, 2023

IO VIVO ALTROVE! di Giuseppe Battiston, 2023

Un ipotetico film di Natale, uscito però sotto Carnevale, mutato da Bouvard e Pécuchet, romanzo incompiuto di Faubert. E alla fine incompiuto è anche il film che rimane a mezza strada tra la favola contadina e un proposito didattico buonista troppo esplicito. Regia acerba di Battiston e dialoghi spesso impalpabili.

 

Anche un film onesto nei propositi e nelle tesi può deludere se non è assistito da un solido impianto di sceneggiatura. E così da spettatori sembra un po’ la sagra del già visto (recentemente Astolfo) con il trapianto di due amici molto diversi che, per un caso fortuito (troppo fortuito?) si riciclano in una casa di campagna, rifiutando le metropoli, con il sogno troppo miraggio di costruirsi il fabbisogno per vivere grazie ai terreni ereditati dalla nonna di uno dei due. E nel Friuli ostico si scontreranno con l’irsuta popolazione locale, scoprendo quanto è amaro il pane che uno deve cuocere da solo nell’inventato paesetto di Valvana. E se uno troverà l’amore questo sarà anche la causa dell’incendio che distruggerà il fienile. Peripezie assortite in cui prevale sempre la legge di Murphy. Cioè quello che potrebbe andare male andrà peggio…L’accoppiata Battistom-Ravello, una strana coppia poco assortita, funziona fino a un certo punto per la prevedibilità del plot in cui fine esplicito è quasi dichiarato fino dalla prima scena. Apprezzabili certi bozzetti campestri con personaggi di durezza quasi ritagliata dal legno. Però il tutto ricade negli stilemi di un cinema italiano senza guizzi e sorprese. C’è molta Slovenia e anche un po’ di Tuscia nel decorativo country. Lo si assolve con minore fatica se si ripensa a Flaubert e al tentativo all’italiana di ripercorrerne le orme narrative anche se le aspettative non si traducono in realtà filmica.

data di pubblicazione:24/01/2023


Scopri con un click il nostro voto:

INTERNO BERNHARD – Il riformatore del mondo, Minetti, ritratto di un artista da vecchio, con Glauco Mauri, regia di Andrea Baracco

INTERNO BERNHARD – Il riformatore del mondo, Minetti, ritratto di un artista da vecchio, con Glauco Mauri, regia di Andrea Baracco

(Teatro Argentina – Roma, 17/29 gennaio 2023)

Il crudo apocalittico sguardo distruttore di Bernhard filtrato dalla sensibilità della più anziana ma non doma coppia teatrale della scena. Pessimismo cosmico, strali sulla realtà. Irrecuperabile un senso logico della vita.

 

Glauco Mauri a 92 anni ha ancora la tensione di mettersi in gioco sul testo di uno dei drammaturghi più vicini alle sue corde. Con l’umiltà di debuttare ad Acquapendente per poi scendere a Roma. Mestiere ed esperienza non mancano nella scansione a due tempi, personalizzata a misura dei due soci. Sturno interpreta un riformatore che monologa in attesa di ricevere una laurea honoris causa contraddittoria che gli riconosce i meriti di una tesi che lui stesso nel contesto distrugge alla radice. Vistose ipocondrie e stalking nei confronti della moglie ridotta a poco più di una cameriera e inserviente. La cerimonia sarà preparata nei minimi particolari secondo il suo spirito programmatico ma il discorso radicale che accompagnerà la proclamazione sarà la negazione radicale di ogni possibile riconoscimento in un flusso delirante la cui logica invano si appiglia a Voltaire Pascal, Montaigne, i filosi citati. Né meno pessimistica è la scansione del secondo tempo a misura di un Mauri la cui energia scenica è ovviamente in calando. Lo sfogo è di un attore in declino, il mitico Minetti, che si riaffaccia al teatro dopo trenta anni rievocando antichi successi e catastrofiche cadute. Accanto a lui si affastellano fantasmi e solitudini a significare il suo tragico stato di isolamento che è un po’ la metafora del tentativo intellettuale di riuscire a decifrare la realtà. Inguaribili misantropi o spietati e realisti profeti di realtà? Certo, l’opera ha l’effetto di una doccia fredda sullo spettatore, una energica spruzzata di cinismo. Tra l’altro nel testo si discetta su una Roma ripugnante e su un orribile Svizzera, destando qualche sorrisino in platea.

data di pubblicazione:19/01/2023


Il nostro voto:

L’ANGELI RIBBELLI di e con Massimo Verdastro. Dai sonetti biblici di Giuseppe Gioachino Belli alla poesia di Trilussa, con la partecipazione di Giovanni Canale alle percussioni

L’ANGELI RIBBELLI di e con Massimo Verdastro. Dai sonetti biblici di Giuseppe Gioachino Belli alla poesia di Trilussa, con la partecipazione di Giovanni Canale alle percussioni

(Teatro Vascello di Roma, serata unica, 16 gennaio 2023)

Si fa presto a dire reading. Qui c’è qualcosa in più oltre alla memoria dei Verdastro: le percussioni creative di Canale, i movimenti di scena, la magica atmosfera di un teatro sempre gremito.

Spettacolo breve, intenso, tagliante ad alta tensione emotiva. La “ninna nanna” conclusiva, cara a Trilussa, che è quasi un anticipato bis, è la negazione del tema della guerra che risuona quanto mai attuale quando ci si avvia verso il triste anniversario del primo anno di conflitto ucraino. La dissacrante voce del Belli trova un microfono duttile in un set non occasionale. I palpiti del teatro non dormono mai, neanche il lunedì, quando c’è una voce forte e ispirata che rianima la memoria di un poeta che è vanto dell’Italia e non solo di Roma nell’universalità del suo messaggio spesso dissacrante, fieramente laico. Verdastro è rapito e rapisce non mancando di inserire una frecciata contro il malcapitato che, per un evidentemente insopprimibile bisogno, accende il telefonino nel climax della performance. Belli sul piano più alto della critica, Trilussa leggermente più in basso, ma comunque uniti e sinergici nel far ascendere il dialetto romanesco verso l’accezione di lingua vera e propria. Verdastro coadiuva le percussioni con leggeri passi di danza mostrando lo spessore della preparazione. C’è un carattere didattico oltre che artistico nell’esibizione che dovrebbe avere un valore anche per le scuole, travalicando il peso del linguaggio franco che qualche benestante definirebbe scurrile. Ma è un eccesso retorico che conferisce forza soprattutto quando vengono rivisitati con acutezza narrazioni bibliche come il sacrificio di Isacco. La poesia, la danza, la musica, la parola al centro del teatro senza che nessuna di queste prenda il sopravvento.

data di pubblicazione:17/01/2023


Il nostro voto: