IL PUNTO DI RUGIADA di Marco Risi, 2024

IL PUNTO DI RUGIADA di Marco Risi, 2024

Il ritrovo concentrazionario degli anziani in una casa di riposo e di cura non è ovviamente un inedito assoluto. Risi cerca su un progetto di lunga data di innestare il ricordo vivo e personale del lento spegnersi del padre Dino, un nome che qui si rimaterializza. Congrega di attori navigati e over 75 a contrasto generazionale con i due scapestrati giovani condannati ai servizi sociali. Un contrasto che è anche attoriale. Dalle iniziali incomprensioni si arriverà a un punto di svolta felice ma pure plumbeo.

 

È un mondo senza età, fatto di amnesie, tic piccole e grandi manie, quello degli anziani, qui rigorosamente chiamati ospiti, a cui portano la scossa i due giovani coattivamente costretti a rendersi utili dopo essere stati colpevoli protagonisti di un grave incidente stradale. Scontri iniziale e poi progressiva coesione. Il film risente di una programmaticità troppo estenuata e libera la leggerezza della sceneggiatura in almeno due scene che deviano dal tema previsto. Cinque anni di incubazione probabilmente non hanno giovato alla freschezza dell’impianto. Sulle note di Riderà di Little Tony si libera un ballo contaminante giovani/vecchi che trascina anche lo spettatore. Poi sulla neve gli anziani risvegliano pulsioni infantili. Risi fa deflagrare la contraddizione tra il mondo chiuso di esistenze destinati a spegnersi con l’ondata del Covid e il mainstream dei ragazzi, adusi alla cocaina e a un mondo di assoluta diversità. Merito del regista aver riunito una congrega importante di attori sottoutilizzati dal cinema che qui ritrovano verve nel progetto collettivo. Dal relativamente più giovane Maurizio Micheli a una quasi irriconoscibile Erica Blanc. Scherzano anche su se stessi gli over tra realtà e cinema. Per i più curiosi il punto di rugiada è l’intersezione meteorologica tra il freddo e il caldo: metaforicamente quello tra vecchi e giovani.

data di pubblicazione:17/01/2024


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TERZO TEMPO

TERZO TEMPO

tratto dall’omonimo romanzo di Lidia Ravera, regia ed adattamento di Emanuela Giordano, con Enzo Decaro, Emanuela Giordano, Maria Chiara Augenti, Francesco Brandi

(Teatro Il Parioli – Roma, serata unica 15 gennaio 2024)

Sala piena per la prima puntata della rassegna Lingua Madre, la drammaturgia italiana a confronto tra commedia e dramma. Con un eloquente sottotitolo: il teatro italiano non fa schifo. Sagace riduzione di un ben più vasto e ambizioso romanzo. Reading per quattro voci con bacio finale a suggellare l’happy end. Un’ora di teatro avvincente con tante note comiche e quattro interpreti di diversa popolarità ma tutti molto bravi.

 

Terza età in agguato per una coppia di separati di fatto che decidono di vedersi un giorno alla settimana per non recidere definitivamente i cordoni ombelicali. C’è un’altra lei (Evelyn) nella vita di lui ma non così determinante da intersecarsi pericolosamente nei rapporti tra coniugi navigati e che conoscono benissimo pregi e limiti dell’altro. Si profila un’eredità inaspettata come buen retiro affettivo e spirituale. Impresa della moglie con marito solidale e due coprotagonisti giovani ad assorbire e/o acuire le tensioni e il tutto. Il terzo tempo è quello del rugby ma anche quello di due esistenze capaci ritrovarsi in un progetto comune. Si ride a tratti amaramente con i dialoghi di una coppia collaudata capace di riannodare i fili perduti, mandando un messaggio di speranze ai presenti omogenei generazionalmente. Il reading in genere è un teatro limitato e limitante senza scenografia ma qui il lavoro collettivo funziona e ha il sapore della verità. La Ravera in platea ammicca e l’intento di chi ha cuore la scena è di trovare una produzione che possa trasformare questa prova generale in uno spettacolo vero, ricco e assortito. Appaiono robuste basi per la trasformazione. Un plauso a Piero Maccarinelli che ha il coraggio di osare. Attori non ricompensati se non dagli scroscianti applausi. Si replicherà ogni quindici giorni creando uno zoccolo duro di appassionati fedeli.

data di pubblicazione:16/01/2024


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THE MIRACLE CLUB di Thaddeus O’Sullivan, 2024

THE MIRACLE CLUB di Thaddeus O’Sullivan, 2024

Ha un sentore di non spiacevole già visto vintage che nel tritatutto converte molti temi: il perdono, la riappacificazione, un bizzarro impatto con la religione. Il tutto smosso da una proposta di viaggio a Lourdes. E sul cammino di un impossibile miracolo le tensioni si sciolgono e quattro donne ritrovano una via comune di comprensione e perdono.

  

Il carisma delle navigate protagoniste costituisce un buon appeal per un prodotto che non potrà avere grandi esiti al botteghino ma che sulle vocazione di buoni sentimenti, sotto natale, induce a una visione serena seppur priva di punte di qualità. La vecchia Irlanda di una generazione passata con altrettanto navigati eroi (Stephen Rea) e un buon sentore di provincia come miscela di partenza. Si respira anzianità e pregiudizio con una situazione legata a un aborto e a un suicidio, evocati e non descritti, altamente drammatici. Del resto perché perdere l’occasione di godersi la quasi novantenne Maggie Smith, anziana cinematograficamente forse da sempre a cui auguri di avere come spalla un Helen Mirren, unica assente in questo gotha di quarta età. Pellicola garbata, a tratti lieve la cui cartina di tornasole è la speranza del cambiamento. Il finale non è banale. Perché un sommesso miracolo c’è. E si aggiunge ai 62 distillati a Lourdes in una storia più che centenaria. Il rosso bambino irlandese che non pronunciava parola alla fine parla in una scena però in cui non l’ascolta nessuno. Segno che il regista non vuole adire a un happy end troppo banale e scontato. In fondo un prodotto medio del genere fa riflettere anche sull’esistenza di Dio. La frase chiave è quella del religioso che guida la spedizione. Per vivere non bisogna aspettarsi miracoli. Nel nostro destino c’è sempre fatica e dolore.

data di pubblicazione:09/01/2024


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ONE LIFE di James Hawes, 2024

ONE LIFE di James Hawes, 2024

Evita il rischio di un pedissequo buonismo il regista che rievoca l’epopea di Nicholas Winton, operatore di borsa britannico ma soprattutto filantropo che riuscì a salvare dal delirio nazista 669 bambini e/o ragazzi di nazionalità cecoslovacca, in gran parte ebrei, trovando per la loro ospitalità temporanea nel 1939 altrettante famiglie inglesi disposte ad adottarli provvisoriamente, versando una cauzione di 50 sterline, cifra non modesta per l’epoca.

 

Una storia vera che viene fedelmente riprodotta nella forbice temporale 1938/1987 con il doppio ruolo del protagonista, eroe in gioventù, riflessivo anziano nel secondo caso che, quasi mezzo secolo dopo un piccolo miracolo di solidarietà, cerca di trovare un senso a quanto fece con vivo senso di umanità all’altezza della seconda guerra mondiale, tra l’invasione dei Sudeti da parte dei nazisti e la quasi immediata occupazione della Polonia. Intervallo chiave perché blocca l’arrivo in treno del blocco più grande, 250 ragazzi da salvare. Il vero protagonista si è spento a 106 anni, 15 anni dopo la moglie più giovane di 40. Come si può intuire un personaggio da film, giustappunto. Non gronda retorica il film. La rivisitazione del passato trova un punto fermo nella monografica puntata di That’s life, un programma che si annuncia come una carrambata e che invece, contrariamente alle attese, tratta con la stessa delicatezza della pellicola il caso. Così l’anziano Winton inaspettatamente si trova circondato dai ragazzi che ha salvato, ora adulti, e ritrova nel presente il senso del passato. Nonostante la sindrome di Asperger e la condizione di over 85, Hopkins giganteggia ben inserito in un ruolo calibrato e che esalta la sua maturità consumata. Nella ibrida colonna sonora c’è anche il “Così fan tutte” di Mozart, un tocco ulteriore di classe. Non sarà deflagrante al botteghino ma si lascia vedere e fa persino commuovere.

data di pubblicazione:09/01/2024


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TRE CALZONI FORTUNATI

TRE CALZONI FORTUNATI

di Eduardo Scarpetta con Fabio Gravina, regia di Fabio Gravina

(Teatro Prati – Roma, 8 dicembre 2023/28 gennaio 2024)

Seconda tappa della stagione “scarpettiana” nella boiserie del teatro vocato alla farsa napoletana. Notate la lunga programmazione in sala, mai pari a nessun altro precedente nella stagione teatrale romana 2023-2024. Pubblico di fedelissimi a sancire una continuità che si protrae imperterrita da 25 anni. Ovvio che lo Scarpetta del caso sia il patron Fabio Gravina che tiene i fili di una compagnia affiatata e rodata, in azione per due ore e dieci minuti e tre tempi senza perdere mai la tensione comica.

Spettacolo leggero ma di fedele e trasparente lettura. Con un punctum irresistibile, la difficile lettura di un messaggio ammiccante al famoso sketch di Totò e Peppino (ma l’originale è quello di Scarpetta!). Trama complicatissima ma a tratti abbandonata per derive efficaci del racconto, a tratti irresistibili. E tutto pianamente convoglia verso il lieto fine. I tre calzoni fortunati portano in dote gioielli, soldi e la materia prima per un ricatto che scioglierà l’intreccio permettendo le giuste nozze ai due promessi sposi. In mezzi tratti d’ignoranza pappagonica, un dialetto napoletano virato a Portici. Il personaggio di Felice Sciosciammocca va bene per tutte le stagioni con empatia recitativa con gli scopatori, alias spazzini. Si rispecchia con simpatia la miseria di un popolo napoletano bonario che spesso trova nella solidarietà lo spinto per uscire da una condizione di estrema difficoltà. La battuta non risolve i problemi di fame ma le risorse di una buona sorte provvidenziale verrà incontro con felici soluzioni agli imbarazzi dei protagonisti. Si ride con leggerezza e a tratti senza ritegno. Senza punti deboli in scena, anzi con il valore aggiunto di scenografie e costumi funzionali, figli di una tradizione consolidata.

data di pubblicazione:05/01/2024


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