In uscita oggi nelle sale cinematografiche, il documentario di Walter Veltroni, prodotto da Medusa, racconta un fenomeno televisivo tutto italiano che dura ormai da 40 anni.
Ma come mai un trio di commentatori satirici milanesi di footage (filmati), partendo da assurde gare televisive giapponesi degli anni Ottanta, riesce a dissacrare uno dei temi più seri di questo Paese – ovviamente si tratta del calcio – e a uscirne indenne?
Il film ripercorre questo universo nazionalpopolare che fa ridere da decenni e i cui protagonisti, Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, sono più conosciuti per le loro voci che per i loro volti.
Il loro successo incomincia nella milanese Radio Popolare con la trasmissione Bar Sport, dove decostruiscono il linguaggio dei programmi calcistici, con interviste ai giocatori, agli allenatori, ai presidenti e con le appassionate telefonate dei tifosi in diretta. Rimescolando e beffeggiando queste formule, creano così dei costrutti linguistici unici, mettendo il dito in maniera irriverente sulle assurdità della lingua e delle situazioni.
Mantenendo il proprio stile, approdano poi alla fine degli anni Ottanta su Italia 1, prima con Mai dire Banzai, dove commentano la trasmissione giapponese Takeshi’s Castle, fatta di gare improbabili in cui i partecipanti rischiano perfino di farsi mangiare la testa dalle iguane. E quindi con il loro format più noto, Mai dire Gol, che gli permetterà di passare in prima serata.
La trasmissione diventa negli anni un’officina par excellence della comicità italiana e di una televisione creativa fatta in casa. È da lì che sono passati moltissimi comici, ma anche presentatori e presentatrici, che da tempo popolano il piccolo e il grande schermo.
Come non ricordare i personaggi creati appositamente e diventati indimenticabili, come Carcarlo Pravettoni, il finanziere truffaldino interpretato da Paolo Hendel, l’imitazione di Tomba di Gioele Dix o il telecronista napoletano Felice Caccamo di Teo Teocoli.
Ma Veltroni dà spazio anche alle vittime del trio. Come al telecronista lombardo Mauro Suma, diventato tristemente famoso suo malgrado per aver dato in diretta la parola al portavoce di una squadra milanese locale, che denunciava lo sfratto dal proprio campo sportivo. Peccato che l’accusato non fosse altro che il datore di lavoro e proprietario della rete dalla quale stavano trasmettendo. Nasce così l’esilarante caso «Ligresti». Suma racconta che in seguito non era divertente stare in fila alla posta con la gente che lo guardava e si metteva a ridere.
Certamente non è possibile raccontare un fenomeno originale in modo ancora più originale. Ma in qualche modo Veltroni ci ha provato, contrapponendo alla coralità delle immagini d’archivio e delle interviste al trio e ai suoi tantissimi colleghi comici la figura solitaria del Mago Forest, in una grande sala con la luce puntata addosso, dove interagisce in modo eccentrico e rocambolesco con il suo burattinaio, del quale si sente soltanto la voce: quella del regista stesso.
Quasi in contrappunto e come mise en abyme dell’universo della Gialappa’s.
Alla prima del film, presentato come Special Screening alla Festa del Cinema di Roma, gli applausi e le risate risuonavano forti nella Sala Sinopoli ogni cinque minuti. Ma questo non deve sorprendere. Il documentario è una grande festa per chi è cresciuto con loro e vuole rendere omaggio a un fenomeno che affonda le sue radici nella forte tradizione italiana della commedia dell’arte.
Insomma, si rischia di uscire dal cinema a cuor leggero e divertiti sul serio. Ma con la Gialappa’s Band come protagonista non era difficile: sono talmente esilaranti e, appunto, assurdi che è facile perdonare loro qualsiasi commento, anche sul calcio.
data di pubblicazione:22/10/2026
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