Otone e Kensuke Komoto, a due anni dalla perdita del loro figlio Kareku in seguito ad un incidente stradale, decidono di accogliere nella loro casa un robot con le sembianze del figlio scomparso. Quella presenza, così incredibilmente somigliante, sembra essere l’unica medicina per alleviare quel profondo dolore.
L’umanoide contiene nella sua memoria una raccolta di informazioni scelte da Otone e Kensuke. Esse appartengono ai loro migliori ricordi dei pochi anni trascorsi con Kareku, nel tentativo di colmare il bisogno di continuare a vedere in quella scatola artificiale dalle sembianze umane il figlio che non c’è più.
Sheep in the box è ambientato nel presente con elementi di un futuro non troppo lontano, in cui convivono droni che atterrano direttamente nel giardino di casa per effettuare consegne e passaggi a livello che segnano l’orario di treni regionali in transito. L’umanoide si aggira come un vero bambino in carne ed ossa, identico a Kareku, eppure non può mangiare, non può bagnarsi e dorme seduto su un caricabatterie.
Kore-eda Hirokazu utilizza, come sottolineato unanimemente dalla critica, uno degli episodi de Il piccolo Principe come titolo del suo film e come metafora per indurci a molteplici riflessioni. La prima riguarda l’immaginazione: un robot può manifestare, al pari di un vero bambino, curiosità e fantasia? Sono esternazioni tipiche dell’essere umano, che l’umanoide, seppur molto evoluto, non possiede. Nel racconto di Saint-Exupéry, il bambino non ha bisogno di vedere la pecora per crederla viva dentro la scatola: gli basta immaginarla. È forse la capacità di immaginare che continua a separare gli uomini dalle macchine? Da qui nasce una seconda domanda, rivolta non all’umanoide ma ai genitori. La visione che Otone e Kensuke hanno del figlio è affidata ai dati che scelgono di inserire nel robot. Ma questa selezione di ricordi non rischia di essere “datata e parziale” rispetto all’esperienza diretta di un “vero bambino”? E ancora, può bastare depositare dei ricordi genitoriali dentro una presenza artificiale per trattare come figlio un umanoide, solo perché identico nelle sembianze a quello scomparso?
Kore-eda non dà al pubblico risposte consolatorie a questi interrogativi trattando l’assenza non come un vuoto da riempire, evidenziando al contrario l’importanza di accettare la memoria. E colmare la mancanza di un figlio perduto con il robot pieno dei propri desideri ,e non di lui, è un errore.
Sheep in the box è un film di grande impatto emotivo che ci induce a riflettere sui confini dell’uso dell’AI ma anche sulla grandezza degli esseri umani e sul loro mistero. Per chi scrive anche solo immaginare la robotica che simula alla perfezione fattezze umane è alquanto sconcertante.
Sul finale il film propone un’idea di famiglia come appartenenza a chi ci somiglia: ognuno, umano o artificiale, cerca il proprio simile e un luogo in cui riconoscersi dove creare comunità.
data di pubblicazione:07/09/2026
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