Fernando, professore universitario di geografia a Barcellona, vive in un appartamento signorile con sua moglie Milena, di origini serbe. La donna una mattina esce di casa senza farvi più ritorno, sparendo nel nulla. L’uomo ne denuncia la scomparsa ma della moglie nessuna traccia. L’evento fa maturare in Fernando la consapevolezza di non conoscere affatto la donna con cui aveva condiviso sino a quel momento la sua vita. Decide quindi di intraprendere un viaggio senza una meta precisa che lo porterà, per uno strano scherzo del destino, nella magione di un’ereditiera di nome Amalia.
La villa portoghese è un film ricco di temi che partono da un percorso intimo che esorta al cambiamento di vita come antidoto alla solitudine e al dolore sordo dell’abbandono. Secondo la regista spagnola Avelina Prat, architetto prima di dedicarsi al cinema, è quasi doveroso cambiare il proprio destino se la vita subisce una battuta d’arresto. In forme diverse, i personaggi di questo suo secondo lungometraggio lo fanno, cambiando anche paese. Nel film infatti è presente il tema dell’immigrazione: Fernando è spagnolo, Milena è serba, Amalia di origini africane ed è circondata da un gruppo di amici provenienti da percorsi diversi. Ognuno di loro chiama casa un posto lontano dalle proprie origini pur mantenendo a tratti un po’ di nostalgia per ciò che si è lasciato alle spalle. Nel film ritroviamo “l’architettura” tanto cara alla regista non solo negli scorci della villa, ma anche negli “strumenti” di Fernando come docente di geografia. C’è anche l’architettura di un giardino da curare, dove piantare secondo schemi precisi e nel rispetto delle stagioni alberi e semi provenienti da parti diverse del mondo. Quella villa diventerà il posto dell’anima per Fernando così come lo è per Amalia che lo ereditò da una vecchia zia.
Il film, molto gradevole e pacato, lascia nello spettatore un reale e motivato messaggio di speranza. Non mancano colpi di scena: cambiamenti d’identità, “riapparizioni” e sparizioni saltuarie. Mistero e garbo nella narrazione si mescolano ai silenzi e gli sguardi dei protagonisti. Manolo Solo (Fernando/Manuel) e Maria De Medeiros (Amalia) reggono la scena in maniera convincente. Tutta la storia nella sua stranezza ha un senso reale, tangibile, che ci induce a pensare che la vita va “attraversata”. Come fanno i personaggi del film che la percorrono realmente. A partire da Fernando, che non osserverà più il mondo dalle carte geografiche ma lo attraverserà trovando, in quella “famiglia allargata” tanto cara alla nostra società contemporanea, la sua casa.
data di pubblicazione:15/01/2026
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