MICHAEL di Antoine Fuqua, 2026

(Immagine tratta da cartella stampa)

Il biopic Michael, diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, arriva in sala con l’intenzione di raccontare Michael Jackson, ma finisce per costruire un qualcosa che assomiglia di più ad una celebrazione selettiva che a un vero ritratto biografico. La scelta più evidente e discutibile è quella di fermare il racconto al 1988, cioè all’apice di Bad, senza neanche parlarci di Bad, lasciando fuori oltre vent’anni di vita, trasformazioni e controversie. È una cesura che pesa, e chiamare l’operazione biopic diventa quasi improprio, dato che il film evita deliberatamente tutto ciò che renderebbe il racconto completo e complesso.

Anche nella parte di vita raccontata non si può parlare di omissioni, ma di un vero e proprio approccio narrativo che privilegia l’osannazione senza andare a fondo. Micheal è solo genio e icona, mentre le contraddizioni, le fragilità e le ambiguità restano sullo sfondo, appena accennate, magari suggerite da un cerotto sul naso o da una frase sulla vitiligine buttata come per caso. Anche l’interpretazione del nipote Jaafar, frutto evidente di uno studio ossessivo per riprodurne alla perfezione la voce e le movenze, è però completamente incapace di restituirne la dimensione interiore.

La regia di Fuqua privilegia un racconto spettacolare, scandito da numeri musicali e ricostruzioni sceniche di forte impatto. Il film funziona quando si lascia trascinare dalla musica, anche se comunque, per quanto accuratamente riprodotte, le performance in scena non saranno mai realmente all’altezza dell’originale. Per quelle si può guardare il materiale di repertorio, mentre per capire chi fosse realmente la più grande star del pop mondiale, siamo davanti ad un’occasione persa.

La pellicola riesce solo come macchina di intrattenimento, rinunciando a qualsiasi rischio, incredibilmente limitata rispetto alla portata reale della figura che mette in scena. Anche la solitudine di Michael, nella sua infanzia non vissuta prima e nella giovinezza poi, o la sofferenza nell’incidente subito durante le riprese del famoso spot, lo trovano sempre con un sorriso ebete in faccia, senza un turbamento o un rimpianto, cosa impossibile da credere per un essere umano che ha avuto la sensibilità di creare tanta magia in musica.

In definitiva, Michael è un oggetto ben confezionato, piacevole, ma incapace di lasciare un segno proporzionato alla materia che racconta, e che alla lunga dà l’impressione di non andare mai oltre una confezione accurata.

data di pubblicazione:22/04/2026


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1 commento

  1. Trovo il film una operazione sulla persona e non sul personaggio, ad iniziare dalla scelta del titolo. Sicuramente riabilitativo dopo gli scandali che hanno travolto l’artista, ma apprezzabile. La focalizzazione è sui primi 30’anni di vita a partire da una infanzia molto difficile che ha sicuramente segnato la vita di quest’uomo morto appena a 50’anni. Il film parla di alcuni aspetti della sua vita che personalmente non conoscevo, e trovo decisamente buona la performance del nipote che lo incarna sino alla consacrazione artistica dello zio a 30’anni con Bad. Tutto ciò che è venuto dopo è storia che tutti conosciamo.

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