da Daniele Poto | Gen 26, 2022
(Teatro Sala Umberto – Roma, 25/30 gennaio 2022)
Un classico del teatro della regina del giallo. Con un finale noi da non spoilerare. Regia classica con la massima fedeltà nel testo..
Curiosità per il debutto dell’esperto Rigillo (qui con famiglia) nel teatro di genere per un classico evergreen su cui non si deposita la tentazione dell’attualizzazione. Personaggi tagliati con l’accetta per un plot a eliminazione progressiva. Spettacolo che non teme la durata (finisce poco prima di mezzanotte) e con rarefazione crescente mano a mano che si sfoltisce la congerie degli invitati a un misterioso raduno su un’isola non prima di insidie. Dove si uccide nei modi più disparati: di coltello, di pistola, con misteriosi quanto inspiegabili avvelenamenti. Ognuno dei presenti ha uno scheletro nell’armadio e anche piuttosto pesante: un omicidio. Per tenere insieme la narrazione occorre indulgere nei trucchi di mestiere della Christie dove non tutto è spiegabile e suadente ma se si presta fede al suo incedere la suspense cresce e conduce nei pressi della soluzione. Non c’è dubbio che per la fruizione sia indispensabile l’adesione al mood un po’ datato dell’autrice, ben sposato con le scelte registiche. Ricorderete che oggi il titolo può incappare nel politicamente corretto. Nell’originale i niggers (negri) è stato sostituito dagli indiani ma non c’è dubbio che lo stigma può riguardare oggi anche i nativi d’America. Rigillo ben si incastona nel cast sena sottolineature e sovra-toni. La proposta era già transitata al teatro Ciak e non c’è dubbio che nei tempi attuali di crisi possa trovare adesioni in tutta Italia visto che si racconta una storia immortale a tenuta illimitata.
data di pubblicazione:26/01/2022
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Gen 22, 2022
Un attualissimo pamphlet su un bubbone non completamente espulso dal dibattito contemporaneo anzi, più che mai attuale vista anche la risonanza rivalutata come la questione del Fascismo eterno, evocata dal compianto Umberto Eco. In un’analisi a tutto tondo Renzi indaga sulle varie forme di diffusione della dottrina politica che imbalsamò l’Italia per più di un ventennio, costringendo il Paese a una gravosa seconda guerra mondiale il cui senso, per certi versi, ha riflessi ancora presenti nella psiche di chi l’ha vissuta. Ma l’attenzione è più che altro rivolta ai riflessi odierni, ai vari filoni di diffusione di un’ideologia che si è avvalsa anche del contributo di punti di riferimento epocali come Julius Evola. La panoramica è globalizzata perché allargata all’orizzonte statunitense, con la particolarissima deriva trumpiana. Renzi si diffonde sul tramonto della religione antifascista di Stato dove l’anti spesso risulta un’etichetta vuota sotto la cui bandiera un po’ tutti possono riconoscersi. Sostiene la difficile esistenza nel Paese di una destra moderata, equilibrata e istituzionale. Rintraccia le contraddizioni nei partiti della destra coalizzata che, formalmente mettono al bando, gli estremisti ma poi se ne avvantaggiano come possibile serbatoio di voto. Mette a frutto la propria esperienza nel descrivere la deriva della destra con infiniti distinguo e sottili differenze. Una galassia sfrangiata in cui convivono come brodo di cultura riferimenti storici, ribellismo, movimentismo, la rivalutazione del concetto di patria. Dalla Meloni a Casapound passando per Roberto Fiore. Analisi non cristallizzata vista anche la cartina di tornasole del movimento no vax vistosamente influenzato dalla destra, propenso a momenti eversivi. Con Draghi configurato addirittura come il Diavolo, in sostituzione del deposto Conte. Una piazza in fermento, agitata e tutt’altro che disponibile a una riconciliazione istituzionale constatate anche le spinte razziste che spesso la animano.
data di pubblicazione:22/01/2022
da Daniele Poto | Gen 19, 2022
(Teatro Vascello – Roma, 11/23 gennaio 2022)
Black comedy con venature filosofiche. Due ore e pezzo performate senza risparmio da una delle compagnie di maggiore vivacità della scena italiana.
Il ritmo forsennatamente adrenalinico della prima mezz’ora quasi travolge lo spettatore che a volte non riesce a seguire il ritmo della controbattuta nei dialogo a due. In una squallida carrozzeria la filosofia dominante del cibo d’asporto contribuisce a minare i fragili equilibri di una famiglia, costretta a barcamenarsi con i rider, con un figlio di non preclara intelligenza, con la bipolarità di un’aspirante suicida e con le tendenze illegali di un collaboratore che entra ed esce di galera. Come si legge la deflagrazione è vicina mentre l’atmosfera esterna è quasi altrettanto irrespirabile. Tra escrementi che fuoriescono dalle fogne. Il personaggio dominante è l’arrampicatrice sociale, metafora di un mondo dell’immagine tutto apparenza e niente sostanza. Clara, ex lavapiatti, cova il sogno spuntato di un’ascesa sociale mentre tutto le rovina intorno. Nella seconda parte a scenografia intatta lo spettacolo prende un altro ritmo, più meditativo. Con frequenti rimandi a Camus e all’esistenzialismo. Qualche pezzo d’arte che forse meriterebbe più asciuttezza. Nessuno spoiler per il finale che non si sa che direzione può prendere. In effetti al bivio le divaricazioni possibili sono tante. Però mentre si attende una conclusione verosimile le diversioni sono molteplici in un eterno rimando. Come se la scena non avesse voglia di chiudersi. Generosità per eccesso della compagnia con personalità spiccate ma perfettamente sinergiche. E la gioia di trovare un teatro pieno e entusiasta dopo una settimana di programmazione. La capacità di vedere lontano del Vascello. La compagnia in altre stagione si era esibita al Piccolo Eliseo, ora piccola pertinenza di un affare da 24 milioni, affidato a un’agenzia immobiliare per ricchi.
data di pubblicazione:19/01/2022
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Gen 12, 2022
Un piacevole testamento spirituale. Non sembri accostamento azzardato e ossimoro il giudizio sull’ultimo definitivo libro di Mattia Torre, noto ai più come co-sceneggiatore di Boris, alle prese con un lungo tunnel sanitario che non gli ha impedito un felice sprazzo di letteratura umoristica e drammatica. Conscio dell’ineluttabilità della fine lo scrittore ha scommesso sul proprio futuro con questo manifesto. Che rivela fiducia nella sensibilità dell’arte, della testimonianza concreta di come anche una risata può salvare il mondo. Opera libera che è manifestazione di pensiero nell’affastellarsi di sketch situazioni in cui fiction, saggistica, vita vissuta e teatro si confondono, un po’ come succede nei libri di Piccolo. Piccole e grandi percezioni di vita filtrate dal senso di precarietà. Il libro è pieno di inneschi, di trame accennate che avrebbe meritato ancor più pieno sviluppo. Però, contemporaneamente, è un libro esaustivo oltre che l’ultimo regalo che Torre ci ha fatto. Rimangono di lui i reading degli amici (Aprea, Mastandrea) che continuano a farne vivere ricordo e memoria senza retorica. Siamo vivi finché qualcuno leggerà le nostre cose (parafrasi del pensiero di Baricco). In questo senso Torre è più che mai vivo e attuale nel pensiero riverberato del suo milieu. Il senso di libertà di questo materiale informa è testimoniato da una scrittura attenta ma poco sorvegliata, libera dal dovere della consegna e da obblighi contrattuali. Dunque un’intimità diaristica tanto più apprezzabile quando l’autore senza pudore rivela anche io propri buchi neri e le proprie lacune, in un esercizio quanto mai funzionale di autocoscienza creativa al servizio della letteratura. Se n’è andato a meno di cinquanta anni Torre lasciandoci spunti validi per un’infinita di ripercorribili trame. Radici seminali piantate un po’ ovunque, ironizzando su una società italiana (e sui suoi strani personaggi) ricca di contraddizioni ma non per questo meno interessante.
data di pubblicazione:12/01/2022
da Daniele Poto | Dic 19, 2021
(Teatro Lo Spazio – Roma, 16/19 dicembre 2021)
Tosta drammaturgia contemporanea con un Labute che sa di Mamet. Duetti per due tempi con una gravidanza irrisolta di mezzo. Dialoghi ruvidi e realistici per una piéce godibile e di estremo charme attoriale.
Si può fare anche grande teatro con due soli attori, una scenografia scarna ma con la forte stampella di un testo potente da recitare. Bravo il regista Coutugno a sfruttare la logistica del teatro di San Giovanni ricavandone margini di movimento con l’ariosa scala e con il bar a cui si approvvigionano, bevendo finto gin, i due protagonisti. Scontri di coppia nel segno di una sofferta gravidanza. La prima sfuma per un procurato aborto, la seconda per il suicidio della madre in attesa. Fateci caso due vittime a tempo e un solo sopravvissuto: nel primo tempo la donna, nel secondo l’uomo fedifrago. L’avatiano Botosso predomina in avvio, la Boccoli giganteggia in chiusura con un attacco al coniuge che meriterebbe un prolungato applauso se non ci fosse una continuità teatrale da rispettare. Il disordine del titolo è l’elemento caratterizzante sulla scena. Perfetta interazione tra i protagonisti con scene che sanno di vero e l’attualità che irrompe. Nel primo caso l’attentato alle torri gemelle, più crepuscolare il secondo spunto: un tradimento scoperto a mezzo telefonino, oggetto feticcio dei nostri tempi, documentando drammatiche urgenze delle vite odierne. Comunque la distonia è l’elemento principale dello spettacolo, dunque innesco ideale per il conflitto fertile generatore di teatro. Si ride più che sorridere per il palese tentativo dell’uomo nel tentativo puerile di giustificare il proprio tradimento. Storie riviste e riviste ma credibili per l’acutezza del confronto dialettico tra i coniugi. Ed è anche perfetto l’incastro con le musiche di scena, con ogni probabilità scelte dallo stesso autore. Per la cronaca i titoli originali dei due tempi sono rispettivamente Land of death e Helter Skelter.
data di pubblicazione:19/12/2021
Il nostro voto: 
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