da Antonio Jacolina | Apr 3, 2025
Karsh (V. Cassel) è un ricco imprenditore. Devastato dalla morte della moglie ha inventato e commercializzato un sudario elettronico che permette di contemplare nelle tombe il corpo dei cari estinti. La profanazione del cimitero e della tomba della moglie lo spingerà a cercare i possibili responsabili con un percorso sempre più paranoico…
The Shrouds all’apparenza è un thriller con un intrigo a più piste articolato su una trama insolita e con risvolti etici, politici economici e horror. In realtà è soprattutto un compendio di tutte le tematiche predilette da Cronenberg nei suoi 50 anni di carriera. La sua fascinazione per le mutazioni dei corpi, il desiderio fisico del corpo altrui e l’impatto delle tecnologie sui corpi stessi. La sua ossessione per la passività umana davanti ai progressi non sempre etici della Scienza e per le paranoie complottiste. Un compendio privo però della visionarietà folle, vitale e geniale che lo ha reso celebre. Semmai un’opera autobiografica quasi testamentaria, realizzata con lo sguardo colmo di rabbia e dolore di un cineasta afflitto dalla scomparsa della compagna e di un uomo di 82 anni che riflette sulla vita che gli rimane e sulla morte. Le atmosfere sono macabre e funeree, affascinanti e disturbanti. Al centro c’è la Morte e la nuova tecnologia che consente di osservare il cadavere. Un’idea tanto orrorifica quanto voyeurista e cinica collegata all’elaborazione del lutto e all’industria funeraria che sfrutta il dolore. La maestria del regista è indubbia, la forma visiva è eccellente ma il film inizia a perdersi ben presto quando si squilibra fra un noir e un’indagine inconcludente. L’eccessiva verbosità dei dialoghi che girano a vuoto a scapito delle immagini e dell’azione diluisce infatti la portata drammatica e la tensione della storia. Il ritmo, già di per sé lento, diviene quasi nullo. Il coinvolgimento empatico verso gli attori, i personaggi e la vicenda stessa si attenua fin quasi a sparire. In realtà è proprio la ricchezza eccessiva dei temi affrontati da The Shrouds a divenire la sua maggiore debolezza. Infatti, dopo aver allettato lo spettatore, lo lascia interdetto davanti a uno sviluppo più confuso che complesso e a uno psicodramma non ben sviluppato che risulta tanto freddo e inconcludente quanto retorico e privo di anima. Cassel, evidente alter ego del regista anche nell’apparenza fisica e con lui Diane Kruger, sorella gemella della moglie, fanno il possibile.
Che dire allora? Bisogna essere indulgenti verso un grande Autore di culto come Cronenberg. Non è da tutti gli Artisti fare un grande film appena discreto!
data di pubblicazione:03/04/2025
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da Antonio Jacolina | Mar 29, 2025
Puntuale come sempre, ormai un classico appuntamento culturale di inizio Primavera, ecco di nuovo a Roma dal 2 al 6 aprile al cinema Nuovo Sacher Rendez-Vous Festival del Nuovo Cinema Francese. L’iniziativa è giunta alla XV Edizione. Si rinnova così l’opportunità per i tanti amanti del cinema d’Oltralpe di scoprire i più recenti successi, cogliere le nuove tendenze e anche incontrare alcuni protagonisti di una cinematografia vitalissima. Il Cinema Francese continua a vivere infatti un momento di alte soddisfazioni per pubblico, qualità, incassi, produzioni e apprezzamenti internazionali. Un Cinema che riesce sempre a combinare intelligentemente consapevolezza artistica, contenuti e capacità di interagire con i gusti del pubblico. Anche nel 2024 i suoi indici non hanno conosciuto flessioni. Secondo i dati Cinetel in Francia si sono registrati infatti ben 181,2 milioni di ingressi in sala, ben 2,6 volte in più rispetto all’Italia (69,7 milioni), nonostante un numero di abitanti quasi simile. La quota di mercato dei film francesi programmati in Francia è stata del 44,4% mentre quella dei film italiani in Italia è stata solo del 24,6%. Una conferma in più di uno stato di salute ottimo e invidiabile, frutto delle valide politiche governative di sostegno alle produzioni e alle distribuzioni in funzione già da anni. Certo, bisogna sottolineare che la cinematografia francese ha il vantaggio di un mercato mondiale di oltre 300 milioni di persone francofone. Sono quindi evidenti le possibilità di sfruttamento dei film e dei conseguenti ricavi degli investimenti.
Quanto al Festival, anche quest’anno è particolarmente nutrita la presenza di registe e attrici, a sottolineare quanto l’autorialità e la rilevanza dei ruoli femminili nel cinema francese sia una costante di rilievo, più che apprezzata e consolidata.
Complessivamente saranno presentati 14 film. Alcuni usciti a Cannes 2024, altri nel corso dell’anno, altri ancora inediti. Segnaliamo fin d’ora Quand vient l’Automne di F. Ozon; Trois Amies di E. Mouret; Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan di K. Scott. Inaugurerà il Festival L’attachement di C. Tardieu, con la presenza di Valeria Bruni Tedeschi, cui farà seguito una serata di gala nei saloni di Palazzo Farnese, sede dell’Ambasciata di Francia.
Dopo le giornate a Roma, il Festival proseguirà con delle Sezioni Speciali a Bologna, Firenze, Napoli e Palermo.
Tutti i dettagli (programma, orari, biglietti) si possono trovare sul sito dell’Institut Français Italia.
data di pubblicazione:29/03/2025
da Antonio Jacolina | Mar 25, 2025
David (J. Eisenberg) e Benji (K. Culkin) sono due cugini di origine ebraica. Cresciuti insieme si sono poi un po’ persi di vista. Per desiderio della nonna appena scomparsa, partono insieme con un tour organizzato per riscoprire la Polonia, le radici e la casa di famiglia. I loro caratteri sono diametralmente opposti e durante il “viaggio della memoria” succederà di tutto …
Uscito in sala il 27 Febbraio il film è purtroppo già quasi scomparso nonostante l’Oscar per il Migliore Attore Non Protagonista a Culkin. Peccato! A Real Pain merita un maggior apprezzamento. L’opera seconda di Eisenberg che lo ha scritto, diretto e cointerpretato è infatti una realizzazione minimalista che si rivela però migliore di quel che può sembrare. Un lavoro che in effetti sfugge ad ogni categorizzazione tanto forte è la libertà realizzativa dell’Autore che riesce con eleganza e pudore a fondere il Dramma e la Commedia alternando momenti commoventi ad altri esilaranti. Un equilibrio dolce amaro tra un Road Movie stravagante ed un racconto introspettivo, tra una Black Comedy ed un dramma cinico. In realtà, dietro l’apparente leggerezza del mix fra emozioni e humour A Real Pain propone una tenera riflessione sul Dolore, la sua elaborazione, sul peso del passato, i vincoli familiari, la memoria, la presa di coscienza di sé ed il coraggio del cambiamento. Temi non da poco, ma il regista lo fa in modo intelligente e divertente utilizzando le esperienze dei due cugini e la diversità delle emozioni e reazioni. David e Benji rispecchiano ciascuno i differenti vissuti e non detti. Le loro maschere cadono con il procedere del viaggio e le varie situazioni comiche che si generano consentono di dare spazio libero alle emozioni, all’empatia e ai sentimenti repressi. Un gioco che esplicita le diverse esperienze e contraddizioni. Un gradevole pretesto per interrogarsi, senza giudizi o diagnosi, su temi intimi quanto anche universali.
La regia basata su uno script preciso può sembrare semplice e lineare mentre invece è ritmata e accurata, non si perde in eccessive sotto storie ed evita la trappola del melodramma. I dialoghi sono essenziali ed autentici. Complice è il sottofondo sonoro di Chopin. I due coprotagonisti sono eccellenti nel delineare i chiaroscuri dei loro personaggi. Culkin è veramente ispirato, tormentato e dirompente. Brillanti anche i secondi ruoli che fanno da sponda alle vicende dei due cugini.
A Real Pain è dunque un bel piccolo film senza pretese ma intelligente. Un momento di buon Cinema che con humour sottile cattura e commuove e che resta dentro anche dopo essere usciti dalla sala.
data di pubblicazione:25/03/2025
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da Antonio Jacolina | Mar 22, 2025
New York metà Anni ’50. Frank Costello e Vito Genovese (entrambi R. De Niro) sono due boss mafiosi. Il primo è diplomatico e calcolatore, il secondo violento e accentratore. La loro amicizia di lunga data si deteriora per gelosie, ambizioni e vicende giudiziarie fino a sfociare in una rivalità distruttiva…
Ancora un film di gangster e di mafia? The Alto Knights non aggiunge né tanto meno pretende di aggiungere qualcosa di nuovo al Genere. Invece è un grande affresco del mondo della mafia di New York degli Anni ’50. Soprattutto è una splendida lettera d’addio ai film di gangster mafiosi da parte di una generazione leggendaria di Hollywood, un gruppo di giovani ultraottantenni: attore, sceneggiatore e regista. Al contempo è anche un grande colpo da maestro di De Niro e la sua definitiva incoronazione come attore emblematico di tutto un Genere.
…la Magia del Cinema, un po’ di trucco, qualche effetto speciale, la bravura di un grandissimo interprete… ed ecco due De Niro al prezzo di uno! La sua eccezionale performance gli consente di ricoprire i ruoli dei due protagonisti differenziandoli con sottili sfumature nelle posture, negli sguardi, nei caratteri. Un tour de force tecnico e attoriale.
Con una ricostruzione accurata dell’epoca il regista filma un dramma crepuscolare, fedele ai classici del Genere, che rivisita le rivalità al vertice della mafia italoamericana. Due personalità antitetiche, due facce della stessa cattiva moneta, da qui l’idea di De Niro di interpretarli entrambi.
La messa in scena si ispira ai modelli dei Grandi. Il tratto è elegante e immersivo con una cinepresa in costante movimento. Primi piani insistiti sottolineano la tensione psicologica e le qualità recitative negli scontri verbali. Dominano i toni del chiaroscuro ad evidenziare la dualità morale dei due protagonisti. Dopo un inizio vibrante, tutto azione, il ritmo diviene ineguale alternando momenti di alta intensità drammatica a passaggi più riflessivi che frenano la dinamica del racconto. Ne risulta più uno studio psicologico che un film d’azione. Levinson avrebbe forse potuto provare ad osare di più. Gli è mancata la vitalità e la genialità del tocco autoriale dei modelli cui si rifà. Si limita ad adagiarsi, pur con classe e mestiere, sui canoni del Genere.
The Alto Knights risulta quindi un buon succedaneo meno esplosivo ed impietoso dei suoi autorevoli precedenti ma pur sempre interessante. Con le sue atmosfere, la buona scrittura e la forza dell’interpretazione è in ogni caso un film che piacerà agli amanti del Genere e soprattutto ai fan di De Niro.
data di pubblicazione:22/03/2025
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da Antonio Jacolina | Mar 19, 2025
Marsiglia. Un’ondata di calore estivo obbliga tutti a restare a casa. Tre giovani amiche sul balcone del loro appartamento guardano il prestante dirimpettaio. Ognuna fantastica su di lui. Riescono a farsi invitare a casa sua per un drink serale. Si risveglieranno la mattina dopo con un cadavere. Una situazione delirante…
Rivelatasi come interprete di talento in Ritratto di una giovane in fiamme (2019) Noémie Merlant oltre ad essere attrice in sicura ascesa è passata anche a scrivere e dirigere. Le donne al balcone è la sua opera seconda presentata a Cannes ’24 e alla Festa di Roma. L’intento della regista era affrontare il tema della vulnerabilità femminile e delle violenze sessiste e sessuali contro le donne utilizzando come chiave narrativa la commedia e lo humour dell’assurdo. Un’idea coraggiosa, innovativa, audace e provocatoria che dà luogo ad un film che flirta con generi ed universi cinematografici estremamente vari e diversi fra loro. Il fantastico, il farsesco, l’horror, il thriller, la ghost story, i morti viventi, il gore e lo splatter.
Una combinazione esplosiva ed una scommessa non da poco. La sfida però non riesce a pieno nel senso che lungo il cammino il film si prende troppo sul serio per essere una commedia dell’assurdo e, nello stesso tempo, troppo poco sul serio per essere una dura denuncia della realtà. La narrazione si diluisce infatti in troppi rivoli, la vicenda perde in parte il filo ed il senso narrativo. I personaggi risultano un po’ abbozzati e la sequenzialità della vicenda frammentata. La logica di ciò che si sta osservando si riduce e lo spettatore si ritrova sconcertato in un magma vorticoso. Peccato! Eppure lo spunto era interessante e brillante e la regista ha, a tratti, anche un tocco intenso e lirico. L’incipit del film faceva sperare molto bene. Un misto di atmosfere e rimandi. Luminosità, situazioni e colori forti alla Almodovar, suspense e tensione alla Hitchcock, un tocco disturbante ed agghiacciante alla Dario Argento e infine splatter da horror orientale. Purtroppo la sceneggiatura non ben articolata rende un po’squilibrato e altalenante il lavoro. Si vanifica così parte dell’apprezzabile e coraggioso impegno della Merlant sia come regista sia come interprete ed anche quello delle altre due protagoniste.
Le donne al balcone è quindi senza dubbio un film degno di attenzione e intrigante. Alla regista va riconosciuto il merito dell’intuizione dell’horror al femminile e di un discreto risultato parziale. Per meglio valutarla come regista le andrà offerta una prova d’appello.
data di pubblicazione:19/03/2025
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